GOM 2004
Arena Parco Nord- Bologna
5-6/06/2003
REPORT
Barbaro Epico, Nyarlatothep
Raistlin, Poisoneye, Zorro11 e Emo.
PHOTO
Poisoneye e Pierre Hound
GODS 5 Giugno
DARK LUNACY
Il compito e l'onore di aprire
la manifestazione spetta alla band italiana. Suonare nelle prime ore del mattino
non è assolutamente facile per nessuno, considerato anche che l'audience, in genere,
non è molta. Ma in questo caso già un folto pubblico s'accalca sotto e nei pressi
dello stage, ed il gruppo ripaga gli headbangers con una prestazione encomiabile.
Strano ma vero per il primo set, ma i suoni sono buoni, puliti, e questa fa si
che il quartetto mostri al meglio tutte le proprie potenzialità.
Autori di
un death metal "sinfonico" e melodico che a tratti ricorda i Dark Tranquillity,
i Dark Lunacy si guadagnano la stima dei convenuti e confermano quanto di buono
hanno già dimostrato di avere in studio. Ottimi.
[Emo]
INTO ETERNITY
Buona la prestazione anche
di questa band nord americana autrice di un metal infulenzato da da diversi stili
affini come il prog, il power ed il death, e l'uso efficace ed alternato di vocalizzi
clean e growl. Purtroppo il suono diventa più impastato rispetto a quello dei
Dark Lunacy, e ne fanno le spese direttamente le due chitarre, i due motori principali
attorno cui si muove tutta la musica degli Into Eternity. Infatti, molti sono
gli intrecci, i fraseggi e gli assoli delle due asce, ma spesso poco comprensibili.
Comunque, la band si impegna, offre un concerto di buon livello ed il pubblico
reagisce bene alla proposta nonostante siano poco conosciuti.
Particolare
ilare: Chris Krall sembra Udo con i capelli lunghi.
[Emo]
DOMINE
Ormai il prezzemolo dei festival estivi, la band di Morby
si è presentata in forma come sempre a dispetto di un sound veramente pessimo
e indecifrabile, dietro cui però si nota una bella prestazione musicale, non molto
incisiva ma di buon livello soprattutto da parte di Morby, sempre fenomenale vocalist
e frontman convincente sotto ogni punto di vista. Peccato però per il sound davvero
indecente, che ha rovinato quello che poteva essere un buon concerto... nonostante
la loro prevedibilità, i Domine dal vivo ci sanno fare in maniera indiscutibile,
e la folla si è subito esaltata per brani come "Thunderstorm" o "Dragonlord",
ma anche le nuove "Battle Gods" e "Aquilonia Suite" hanno riscosso grande successo.
Da ottimi scaldafolla quali sono, i Domine hanno detto tutto quanto avevano da
dire in poco tempo, preparando il terreno per il resto dello show.
[Barbaro
Epico]
RAGE
Un Peavy leggermente ingrassato e rasato a
zero sono le uniche novità del live set della band tedesca. Novità che si aggiungono
ad una prestazione come al solito entusiasmante, ecclettica, quasi perfetta. I
Rage sono una macchina sputa note che con maestria riesce a coinvolgere song dopo
song.
Già l'iniziale ed incendiaria "War Of World" lascia presagire che i
prossimi quaranta minuti saranno momenti da ricordare a lungo. Il trio è in forma
eccezionale, son un Mike Terrana incredibile, una bestia, una furia che si contorce,
si dimena, scalpita dietro le pelli senza mai perdere in precisione ed in potenza.
Smolsky è un grande chitarrista, tra i migliori in circolazione nel continente,
e la sua performance rende pieno merito a quanto appena affermato. Peavy, appesantito,
si, ma indomito, furente, ottimo alla voce e grande presenza scenica.
Nel
finale "Don't Fear The Winter" e "Higher Than The sky" metteno a ferro e fuoco
lo stage con il pubblico che canta a squarciagola strofe e soprattuto i chorus.
Grandissimi.
[Emo]
ANATHEMA
Li avevo già visti dal vivo a febbraio nella loro dimensione ideale, cioè un piccolo
club dall'atmosfera soffusa.
Ma l'orario impossibile ed il sole spaccasassi
di Bologna non compromettono per niente la prestazione dei fratelli Cavanagh.
Con un look ad essere onesti abbastanza ruffiano(magliette azzurre della nazionale
italiana di calcio), la band inglese mostra subito la sua attittudine e la sua
professionalità grazie ad un concerto di per sè anche di difficile digeribilità
per chi non li ama o non li conosce.
Si parte con un trittico micidiale, "Shroud
Of False", Fragile Dreams" e "Empty", praticamente le prime tre tracce di "Alternative
4", per poi proseguire con "Pulled Under 2000 meters...", una stratosferica "A
Dying Wish", ed arrivare alla fine con la sempre conclusiva "Confortably NUmb",
eccezionale versione ancora una volta eseguita con partecipazione e passione.
Una prova superlativa che consacra, se ce ne fosse ancora bisogno, una band ormai
tra le più ispirate ed emozionanti in circolazione.
[Emo]
SYMPHONY X
Il sole delle 16.00 è tremendamente caldo, e mentre
si cercava un po' di riparo all'ombra (poca) offerta da qualche albero, i Symphony
X hanno la bella idea di iniziare a suonare, trascinandomi fuori dal mio angolo
di salvezza. E in qualche modo ne vale la pena, soprattutto considerato che non
sono un amante di questi newyorchesi: lo spettacolo è trascinante, il gruppo in
gran forma esegue una cinquantina di minuti di scaletta al vetriolo trascinando
una consistente fetta di pubblico in uno spettacolo più che dignitoso, fatto delle
evoluzioni vocali di un Russel Allen decisamente in giornata come di tecnicismi
e giocosità di Romeo, lanciato in assoli che sembrano voler rubare il ruolo di
frontman ad Allen stesso.Insomma, se sono stati in grado di convincere me, immagino
come siano stati per quegli "indemoniati" che si dimenavano sotto il palco ai
suoni di brani come "Inferno", "Wicked", "Evolution","The Divine Wings Of Tragedy",
"Sea Of Lies", "Smoke And Mirrors", e la finale "Of Sin And Shadow", forse il
pezzo che più ha coinvolto il pubblico, creando un effetto travolgente nelle prime
file, assolutamente scatenate. Gran spettacolo, gran gruppo, e sole ustionante
per tutti!
[Nyarlatothep]
NEVERMORE
Piuttosto deludente il breve show dei thrashers di Seattle, tra tutti quelli esibitisi
il primo giorno i più penalizzati dalle terribili scelte foniche di questo Gods
Of Metal 2004... chitarre impastatissime, batteria confusionaria e priva di "punte"
per quanto riguarda la cassa, e come se non bastasse un Warrel Dane incredibilmente
fuori forma, come al solito trascinatore per quanto riguarda la presenza scenica,
ma praticamente senza voce! La band è affiatata come sempre, i pezzi spingono
il giusto, ma veramente c'è troppa confusione, troppa imprecisione e troppa approssimazione
per apprezzare il concerto a dovere. Volendo ciò è anche un peccato, perchè brani
come "Inside Four Walls" dal vivo sono veramente assassini e travolgenti, e anche
i pezzi del discusso "Enemies Of Reality" sono indubbiamente dei buoni episodi
di thrash metal moderno e spaccaossa. Peccato che queste sono condizioni assolutamente
inadatte a suonare dal vivo per qualsiasi band, se a questo aggiungiamo una prestazione
poco convincente, otterremo una magra sufficienza che per i Nevermore è davvero
pochissimo.
[Barbaro Epico]
JUDAS PRIEST
Il momento che tutti aspettavano. Il ritorno del Metal God nei Metal Gods, l'unica
band che può dire di rappresentare davvero un festival con tale nome, lo show
da molti mai neanche sperato e finalmente pronto a cominciare. Si stende il telone
con l'inconfondibile Occhio Elettrico, si innalzano i giganteschi loghi cromati
del Prete di Giuda, e un'interminabile preparazione di show (della durata di due
Back In Black e mezzo) si chiude con un'intro che lascia tutti a bocca aperta
e scatena il delirio tra il pubblico del Gods: "The Hellion" apre le danze introducendo
una bollente "Electric Eye", facendo attendere Halford che si presenta su uno
dei piedistalli laterali con le sue lentissime, drammatiche e teatrali movenze
e con una lunghissima veste di Metal & Leather. Inconfondibile, inossidabile,
come la sua voce che subito si rivela tutt'altro che scaduta, e anzi nel resto
dello show (con l'eccezione di qualche svarione) si mostrerà sempre all'altezza,
e anche oltre. Comprimario allo spettacolo un devastante Glenn Tipton, che oltre
ad essere uno dei più grandi chitarristi della storia dell'heavy metal ha anche
un'invidiabile presenza scenica, tale da offuscare anche il collega KK Downing,
comunque presentissimo soprattutto nei duetti, commoventi nella loro grandiosità.
Scott Travis, lo sanno tutti ormai, è un mostro dietro le pelle, e anche un notevole
istrione con i suoi giochetti, i suoi numeri da circo che riescono spesso a metterlo
in prima fila nel grandioso spettacolo. Tutto lo show è stato su toni altissimi:
mirabolante la scaletta, che va a pescare qualcosa praticamente da ogni album
(tralasciando "Rocka Rolla", "Ram It Down" e chiaramente gli ultimi con Ripper
alla voce), interpretando magistralmente tutti i grandiosi inni dei Judas e soffermandosi
in particolar modo su "British Steel", tributato persino con un'incredibile "United",
canzone se vogliamo risibile su disco, ma entusiasmante in sede live, con la folla
a tenersi per mano e cantare il chorus! Spettacolare la versione acustica di "Diamonds
And Rust", commovente "Beyond The Realms Of Death" (eseguita magistralmente a
parte una stecca di Rob), devastanti le varie "Breaking The Law", "Turbo Lover"
e "The Sentinel" (quest'ultima uno dei momenti più alti dello show)... fino a
sospendere brevemente il tutto anticipando il trionfale ingresso di Rob in motocicletta
per una mirabolante e indimenticabile "Hell Bent For Leather" che è stata a mio
parere tra i brani più entusiasmanti del lotto! Anche il sound è stato finalmente
ottimale, per quanto la cassa del drumkit sembrava essere poco incisiva e a tratti
la voce non era al volume adatto, ma sono problemi di second'ordine di fronte
a un concerto del genere. Ok, questa reunion sarà tutto meno che una volontà sincera
di riprendere il discorso Judas Priest, ma se davvero questi vecchietti non hanno
più passione per il metal lo sanno mascherare molto bene... è stato un concerto
professionale, forse fin troppo, ma quando una band che suona da quasi 30 anni
la butta sul mestiere non ce n'è più per nessuno! Il protagonista Rob Halford,
tra i suoi incitamenti, la sua presenza quasi sacerdotale e i suoi indimenticabili
acuti, ha avuto dietro di sè una band di grandi musicisti che possono dire davvero
di aver scritto la storia del metal, conseguentemente potendo contare su uno dei
repertori più grandi e validi di tutti i tempi. Un'ultima parola lasciatemela
spendere su quello che secondo me è stato il momento più alto dell'intero Gods
Of Metal: "Victim Of Changes", unica, irripetibile, una delle più grandi cose
regalateci dal Rock, eseguita in maniera commovente e perfetta, con un acuto finale
di Halford che è riuscito a commuovere. Sinceramente, la perfezione. "The Priest...
is back!"... mai frase fu più attesa!
Scaletta
judas priest:
01. Hellion
02. Electric Eye
03. Metal Gods
04. Heading Out to the Highway
05. The Ripper
06. Touch of Evil
07.
The Sentinel
08. Turbo Lover
09. Victim of Changes
10. Diamonds and
Rust
11. Breaking the Law
12. Beyond the Realms of Death
13. The Green
Manalishi (With the Two Pronged Crown)
14. Painkiller
Encore:
15. Hell Bent For Leather
16. Living After Midnight
17. United
18.
You Got Another Thing Coming
[Barbaro Epico]
GODS
6 Giugno
STORMLORD
Cancellati i Dragonforce dalla
scaletta ufficiale della domenica per permettere l’esibizione degli Stratovarius
durante il pomeriggio, tocca ai romani Stormlord aprire le danze della seconda
giornata del festival, capitanati da una nota firma del giornalismo metal italiano
come Cristiano Borchi. Alla band capitolina viene però concesso un solo misero
e scandaloso quarto d’ora , nel quale propongono in maniera completa due
brani tratti dall’ultima fatica in studio, “The Gorgon Cult”,
intitolati per la precisione “Wurdulak” e “Under The Boards”.
Il genere proposto è un black metal melodico caratterizzato da ripetuti arrangiamenti
di tastiere, che forniscono al sound un tocco quasi sinfonico, qualità che purtroppo
è stata difficile da apprezzare in sede live a causa di ripetuti problemi tecnici,
colpevoli di indisponenti cambiamenti di volume a fronte di una resa sonora veramente
pessima. E come se non bastasse, a suggellare il tutto, il gruppo viene interrotto
durante l’esecuzione del terzo ed ultimo pezzo, “The Curse Of Medusa”,
mostrando una mancanza di rispetto nei confronti dei musicisti assolutamente deplorevole.
Desolante.
[Zorro11]
NAGLFAR
Subito dopo gli Stormlord ecco i Naglfar assediare il palco del Gods con un black
metal tecnico ed aggressivo che prova a scaldare (siamo intorno all'ora di pranzo)
le anime vicine alle transenne sottostanti le quali per buona parte ricambiano
acclamando la band alla fine di ogni canzone. C'è da dire che la maggior parte
dei presenti non è certo amante di queste sonorità ma gli interessati penso siano
rimasti soddisfatti dalla prova offerta dalla band che ha dato l'anima cercando
di sopperire ad un audio ancora molto approssimativo e ad un pubblico, ancora
devastato dalla giornata precedente, alle prese con un risveglio a dir poco traumatico.
Gli svedesi dimostrano di saperci fare riuscendo, nel poco tempo a disposizione,
a sfornare una grande prestazione presentando pezzi feroci ed incazzati che spaziano
da "Sheol" (ultimo disco), a "Vittra" lasciando i sostenitori della band visibilmente
appagati per lo spettacolo offerto.
[Poisoneye]
SODOM
Buona performance per i thrashers tedeschi, stretti in poco
più di mezz'ora di show ma, come prevedibile, carichi di rabbia inverosimile a
dispetto di un sound veramente ma veramente osceno... credo che sia con loro che
questo Gods abbia toccato la qualità audio più ridicola in assoluto, un basso
praticamente assente e chitarre che andavano e venivano con troppa facilità...
a parte questo, i Sodom sono stati degli autentici mattatori, sacrificando quel
tot di precisione che basta per sfoderare la violenza che si conviene a uno show
del genere. Spettacolari brani come "The Saw Is The Law" e "Outbreak Of Evil",
trascinante all'inverosimile "Napalm In The Morning", e soprattutto coinvolgentissima
la conclusiva "Bombenhagel". Peccato per i problemi tecnici, la band sul palco
dimostra di aver veramente tanto da dire, soprattutto per merito di un Tom Angelripper
in formissima, autentico dittatore del thrash metal più grezzo e spietato.
[Barbaro Epico]
QUIREBOYS
Ci siamo,
ecco finalmente il momento tanto atteso dall’anima rock del sottoscritto:
a salire sul palco sono i mitici Quireboys, combo britannico dedito ad un puro
ed incontaminato rock’n’ roll, spruzzato qua e là da consistenti folate
di blues, il tutto nel nome del puro e semplice coinvolgimento! L’entrata
in scena del frontman Spike, singer ancora in possesso del suo caratteristico
timbro vocale nonostante l’impetuoso scorrere degli anni, produce un vero
e proprio scossone nel cuore del sottoscritto (ma, a quanto sembra, anche in quello
di molti dei presenti), subito catturato dalla trascinante carica di tutta la
band, perfettamente inquadrata nello stile sonoro della proposta e indubbiamente
capace di reggere il peso di un palco importante come quello del Gods of Metal.
Partendo dalle ultime arrivate "Lorraine Lorraine" e "Good To See You", fino ad
arrivare alla conclusiva “7 O’Clock”, l’aria che si respira
all’interno dell’Arena Parco Nord è quella di un allegro momento di
festa, in cui sia metallers convinti che classici rockers decidono di farsi trascinare
dall’avvincente carica della band inglese, capace di unire in un unico coro
tutti i presenti grazie alle favolose note di successi come "Hey You" e "This
is Rock and Roll". Inutile sottolineare il dispiacere diffuso alla fine dell’esibizione,
la quale ha dovuto subire un leggero taglio per dar “finalmente” spazio
ai finlandesi profughi della giornata precedente.
Il fatto: Disarmante. L’esibizione:
favolosa!
[Zorro11]
STRATOVARIUS
Brutto periodo per gli Stratovarius, sconvolti dagli screzi interni e dai gravi
problemi psichiatrici di Timo Tolkki. La band nordica è al capolinea, e questo
si sapeva già, ma per obblighi contrattuali (e forse anche per orgoglio), lo show
italiano del Gods Of Metal si deve fare. Tant’è che dopo il nubifragio di
sabato gli organizzatori spostano i finnici alla domenica, tagliando, accorciando,
riaggiustando e trovando un’ora buona di tempo per il loro concerto. La
scelta è un po’ a doppio taglio: se da un lato è stata data la possibilità
agli Strato di esibirsi, dall’altro sono stati elminati i poveri Dragonforce
e ridotti gli show di band come Stormlord, Naglfar, Sodom e Quireboys.
Non
sono mai stato un fan degli Stratovarius, ma ero curioso di vedere questa sorta
di “concerto d’addio”, e soprattutto di capire come si sarebbero
comportati sul palco Tolkki e Kotipelto dopo i recenti battibecchi. Per fortuna
lo show risulta comunque buono e (più o meno) coinvolgente, anche se bisogna ammettere
che vedere i componenti di una band che non si degnano di un’occhiata per
tutta la durata del concerto è un tantino triste… ma il pubblico, al quale
forse va l’applauso maggiore in questo caso, sembra non dare peso a queste
cose, canta a squarciagola tutti i pezzi proposti dal combo finlandese. Kotipelto,
superati alcuni problemi inziali, dimostra di essere un ottimo front-man, e ce
la mette proprio tutta per trascinare i fans, correndo per quattro e colmando
le lacune di presenza scenica lasciate da un Timo Tolkki completamente immobile
(come gli altri musicisti, del resto).
Ovviamente la band punta sui pezzi
più conosciuti, e allora spazio a “Forever Free”, “Eternity”,
“The Kiss Of Judas”, fino ad arrivare alla ballad “Forever”
(sul palco c’erano solo Tolkki e Kotipelto... la situazione era davvero
grottesca) e alla classicissima “Black Diamond”, che ha chiuso lo
show dei finlandesi.
Dal punto di vista tecnico nulla da eccepire, gli
Stratovarius hanno dimostrato di avere professionalità da vendere e si sono impegnati
per regalare ai fans italiani un degno concerto d’addio. Ma è chiaro che
le vicissitudini interne hanno fortemente influito sullo show, limitando notevolmente
le possibilità di una band che ha comunque fatto la storia del power metal.
[Raistlin]
WASP
Nonostante l'età
ed un piccolo ma insignificante calo di potenza di voce, Mr. "Senzalegge" si ripresenta
al Gods con un live set che, consentitemi la retorica, ha letterlamente messo
a ferro e fuoco lo stage ed ha trasmesso tonnellate di watts incendiari sul pubblico.
Come fa di solito quando il suo tempo è limitato, Blackie presenta tutti, ma proprio
tutti, i suoi classici.
Da "Inside The Electric Circus", "Animal(Fuck Like
A Beast)" a "Wild Child", a "I Wanna Be Somebody, a "Blind In Texas".
Oltre
alla sua mastodontica presenza scenica, anche gli altri membri si scatenano in
esibizioni a dir poco indemionate, a partire dallo scatenato bassista, arrivando
a Stet Howland che non sa più come martoriare le pelli suonando in piedi, con
i dorsi delle mani, sfondando il rullante infinzandolo con le bacchette prima
e prendendolo a calcio dopo.
Un'ora di rock n' roll spettacolare, un muro
sonoro che ti schiaccia al suolo ed allo stesso tempo ti scuote, ti shakera, ti
fa perdere la voce ma ti fa sentire assolutamente felice. Spettacolari!!
[Emo]
TWISTED SISTER
Cinquanta minuti sono pochi per chi, come i Twisted
Sister, è ormai una leggenda vivente. Il gruppo sale sul palco con tutta la pacchianeria
che ha sempre contraddistinto il suo look, abiti luccicanti, trucco pesante e
parrucconi cotonatissimi, e dà inizio alla show. Snider e soci sembrano vitali
come se avessero dieci o quindici anni di meno, e trascinano la folla come ben
pochi sanno fare. "Next year Twisted Sister headline Gods Of Metal": la sfida
è lanciata, i Twisted vogliono uno spettacolo più lungo, in cui sbizzarrirsi ed
eseguire più pezzi. Non ci resta che aspettare. I pezzi proposti pescano da tutto
il repertorio del gruppo, seguendo grosso modo la tracklist dell'anthology "Big
Hits And Nasty Cuts" del 1992. Grandi classici come "We're Not Gonna Take It",
e "You Can't Stop Rock 'n' Roll", quindi, ma anche pezzi meno universalmente noti
come la splendida "I am (I'm Me)", e tutti presentati con una capacità di gestire
il palco ed una voglia di divertirsi e divertire che molti gruppi ben più giovani
avrebbero solo da imparare. Già, perchè i Twisted Sister fanno veramente scuola,
arrivando addirittura a quello che forse è l'aneddoto più particolare di questo
Gods Of Metal 2004: sul finale, Snider si mette a prendere in giro la parte di
pubblico comodamente sdraiata sulla collinetta erbosa che cinge l'Arena Parco
Nord di Bologna, arrivando ad insultarli giocosamente, finchè praticamente non
è rimasto nessuno che non fosse in piedi ad urlare "I Wanna Rock", agitando le
braccia all'unisono. Una scena fenomenale, che sottolinea quanto questi "vecchietti"
siano ancora in grado di gestire un live-show dando del filo da torcere a chiunque
altro. E a chi se li fosse persi, va tutta la mia compassione, e molto scherno
se ve li siete persi per scelta e non per forza.
[Nyarlatothep]
MOTORHEAD
Come già tante altre volte, i Motorhead si presentano
puntuali per la loro sana ora di rock pesnte e aggressivo, alzando i volumi e
facendo esplodere la platea sulle note di "We Are Motorhead", per uno spettacolo
che non può certo deludere: certo, vista la mastodontica produzione di Lemmy e
compagni noon sarebbe male variare un po' la scaletta, ma è pur vero che i classici
sono sempre i classici, ed è così che pezzi come "No Class", "Dr. Rock" e "Metropolis"
infiammano l'aria trascinando i presenti in una follia di ritmo selvaggio e coinvolgente.
"Over The Top" magari non ce la si aspettava, ed è stata una gradita sorpresa,
e splendida è stata anche la classica "Killed By Death", che ha visto sul palco,
in qualità di ospite, un certo Dee Snider dei Twisted Sister, capace di un'ottima
performance come chorus man. Mikkey Dee inserisce in "Sacrifice" un assolo di
batteria che definire devastante è poco, e ci si avvia poi verso il finale con
"Ace Of Spades" e quel terremoto di "Overkill". Grandi, assolutamente grandi come
al solito: i Motorhead sono un gruppo nato per suonare dal vivo, e lo fanno dannatamente
bene.
[Nyarlatothep]
TESTAMENT
Con l'esibizione delle leggende viventi del thrash americano si è sfiorata più
volte la perfezione: entusiasmanti, travolgenti, violentissimi eppure chirurgici
nell'esecuzione, i Testament sono stati tra i massimi interpreti in questo secondo
giorno del Gods. Chuck Billy, lo si sa, dal vivo è una presenza di quelle travolgenti,
incredibile come la malattia non abbia lasciato alcuna traccia sul "gigante buono",
fisicamente in formissima e in grado di coinvolgere un intera platea intenta ad
un pogo massiccio e a un headbanging brutale, vera manna per la band che ha mostrato
di essere persino più divertita dei numerosi fan accorsi sotto il palco! Sezione
ritmica veramente da premio Oscar, Steve Di Giorgio e Paul Bostaph che suonano
insieme sono veramente l'apoteosi del metallo estremo, la fantasia del biondo
bassista unita all'inarrestabile rullo compressore dei Forbidden ha veramente
fatto miracoli, anche grazie ad un sound finalmente ottimo che ha sottolineato
le pazzesche prestazioni dei due musicisti: Steve di Giorgio inoltre è stato come
sempre l'istrione della situazione, presentandosi con un basso a due manici e
eseguendo imprevedibili "numeri da circo" sempre però nell'ambito della dedizione
totale alla musica. Grandioso. Taglienti a dovere le chitarre, certo offuscate
dal talento incredibile dei due sopra citati ma indubbiamente validissime (anche
se c'è da dire che Metal Mike non sarà mai Alex Skolnick, e sui pezzi vecchi lo
si nota, oh se lo si nota...). La scaletta è a dir poco entusiasmante: si parte
nientemeno con DNR (già la brevissima intro sinfonica ha elettrizzato tutte le
prime file, pronte all'olocausto totale), proseguendo con brani principalmente
tratti dai vecchi dischi, eseguiti con maestria e caricati di violenza se possibile
maggiore di quella degli storici dischi della band! "Practise What You Preach",
"Electric Crown", "The Haunting" e "Burnt Offerings" si succedono senza sosta,
devastanti come sempre, culminando con una letteralmente devastante "Into The
Pit" e con l'arrembaggio del palco da parte del pubblico (chiaramente voluto e
fomentato da un Chuck gioiosamente felice di trascinare la folla nella violenza
totale) su "Over The Wall". Ultima dolentissima nota, il taglio effettuato dalla
live sulla conclusiva "Disciples Of The Watch", addirittura due minuti prima della
fine. Non ci sono parole se non VERGOGNA per questa gente, che ha fermato così
biecamente una prestazione a dir poco sbalorditiva. D'accordo, ci hanno dato modo
di vedere cosa riesce a fare Paul Bostaph unplugged, ma stoppare così una tale
canzone di una tale band in un tale concerto è qualcosa che non ha scusanti in
tutto il pianeta Terra. E così i Testament, costretti ad andarsene salutando a
malincuore i fan, col sorriso sulle labbra come sempre, ma evidentemente con l'amaro
in bocca... Un bel vaffanculo a chi ha deciso così non lo toglie davvero nessuno.
[Barbaro Epico]
ALICE COOPER
Ladies & gentlemen, signori e signore, welcome to the show! Alice Cooper, il re
indiscusso dello Shock Rock, torna in Italia, e torna in qualità di headliner
nientemeno che al Gods Of Metal! E allora dopo la carrellata di artisti che si
sono succeduti sul palco, arriva lui, lo Zio Alice, con più di trent’anni
di onorata carriera alle spalle.
Niente scenografia, purtroppo, gli stretti
tempi del Gods non ne concedevano la preparazione, niente ghigliottina, niente
di niente. Solo i due enormi occhi di Alice Cooper che campeggiano sullo sfondo
del palco. E se in uno show di Alice non c’è la scenografia cosa resta?
La musica, naturalmente, tanta ottima musica, con una band dotata di capacità
tecniche davvero eccellenti (due chitarristi come Eric Dover e Ryan Roxie non
sono COSI’ facili da trovare in giro), e il naturale carisma da animale
da palcoscenico del grande front-man statunitense.
Siamo lontanissimi
dalle sonorità di Brutal Planet e di Dragontown, come si intuisce immediatamente
grazie all’opener “Hello Hooray”, brano settantiano e pomposo
al quale spesso è stata affidata l’apertura degli show di Alice. Tutto il
concerto si snoda attraverso classici degli anni ’70 (“No More Mr.
Nice Guy”, “Billion Dollar Babies”, “Muscle Of Love”,
“I’m Eighteen”, “School’s Out”), intervallati
da pezzi presi dall’ultimo lavoro di Cooper, come la splendida “Man
Of The Year” o la coinvolgente “Between High School And Old School”.
Come già detto, la scenografia è ridotta all’osso, ma non mancano
spade, camicie di forza, risse e un’avvenente fanciulla (che per inciso
è la figlia di Alice, Calico Cooper), il tutto a creare quella sensazione di grottesco
e surreale che ha sempre contraddistinto gli show dell’eclettico singer.
Non vi dico la gioia (e la sorpresa) del sottoscritto quando la band
attacca pezzi che mai e poi mai avrei pensato di poter sentire dal vivo. Che dire
di “Who Do You Think We Are”, brano semisconosciuto tratto da un album
altrettanto sconosciuto, “Special Forces”?
O dell’incredibile
“Halo Of Flies”, probabilmente la canzone più complessa scritta da
Cooper negli anni ’70? Ho appena il tempo di riavermi dalla sorpresa, che
parte “Gutter Cats vs. The Jets”, altro brano che pochissimi ricordano...
insomma, Alice ha ripescato davvero in tutto il suo repertorio, offrendo ai fans
dei piccoli gioielli inaspettati. Purtroppo questa scelta ha lasciato perplessa
gran parte del pubblico, che magari (giustamente!) non conosce l’intera
discografia di Cooper...
Per avere infatti un vero coinvolgimento di
tutta la gente presente bisogna aspettare l’arcinota “Poison”,
cantata a squarciagola da tutti i presenti, e la conclusiva “Under My Wheels”,
che chiude uno show carente dal punto di vista della scenografia, ma semplicemente
SPLENDIDO per l’aspetto musicale vero e proprio.
Alice Cooper ha
dimostrato ancora una volta, nonostante l’età, di essere uno dei migliori
showman del pianeta. Imperdibile!
[Raistlin]