GODS
OF METAL 2005
Arena
Parco Nord - Bologna
11-12 giugno
REPORT
Poisoneye,
Nyarlatothep, Emo
PHOTO Poisoneye,
Nyarlatothep
SABATO
11 Gods Of Metal. Una manifestazione
che riesce anno dopo anno a regalare emozioni forti a tutti gli amanti italiani
(e non solo) del metallo, un appuntamento da non perdere che all'Arena Parco
Nord di Bologna ha accolto quest'anno più di 50.000 persone attratte dal bill
di assoluto valore che la 'Live' è riuscita ad assemblare per l'occasione. SABATO
11
Ci sono cose
che non cambiano mai. Aspettavo il week-end 11-12 giugno dall’anno scorso
(ebbene sì, io sono uno di quei pazzi che iniziano a fine giugno a risparmiare
per il Gods dell’anno seguente), e come ogni anno mi sono organizzato in anticipo.
Come ogni anno, sono arrivato, come si suol dire, al pelo. Come ogni anno,
mi sono perso un pezzo dello spettacolo del primo gruppo. Quest’anno le spese
dei miei guai di trasferta le fanno gli EVERGREY. Non mi sono perso tutto
il loro spettacolo, grazie al cielo, ma l’inizio sì. Bel modo di iniziare
questo diario di viaggio… Riesco comunque a godermi ciò che rimane del loro
act, e mi gusto a fondo questo Dark Progressive Power (ma quanto sanno complicare
le definizioni i metallari?!?). La mia compagnia di quest’anno, dopo le trasferte
in solitaria e quelle organizzate con vere e proprie metalheads negli scorsi
anni, è questa volta atipica: un semi-profano al suo primo Gods e due fanciulle
che, se non fosse per noialtri due, sarebbero a qualche centinaio di chilometri
da qui. Questa precisazione apparentemente inutile serviva per precisare che,
di noi quattro, nessuno è rimasto insensibile allo show degli opener Evergrey.
Il che significa che mi sto ancora mangiando le mani per non aver visto tutto
il poco tempo che hanno avuto a disposizione. Ma così è andata, quindi avanti.
MUDVAYNE, ovvero: cosa ci fanno costoro qui?
E’ stata una delle domande ricorrenti quest’anno. Ok, non è Nu Metal. Ok,
non è Crossover. Ok, che roba è? E’ un qualcosa di apprezzabile per le scariche
di aggressività che caratterizzano questa musica, ma… il concetto rimane quello:
ben poco hanno a che fare con il resto del Gods. Apprezzati, ma poco. Il gruppo
seguente sono i MASTODON, ed anche qui rimango
alquanto perplesso: il gruppo non si gestisce granché bene sul palco, le sonorità
non sono esattamente il mio genere. Un pizzico di Death, un pugno di Thrash,
un po’ di hardcore… e io, da bravo amante del Classic, mi ci perdo. Cioè,
non so proprio da che parte prenderli. Sicuramente agli amanti di questo tipo
di ibridi saranno piaciuti parecchio, per quanto riguarda la capacità di suonare
in sede live niente da dire, ma per un “outsider” come me, forse una miglior
capacità di gestione di questo palco, evidentemente ben più grande di quelli
cui loro sono abituati, male non avrebbe fatto. E finalmente vado in sollucchero,
perché tocca ai londinesi DRAGONFORCE: lo scorso
anno l’ira del cielo (alias, il diluvio universale che ha devastato mezzo
palco facendo quasi saltare lo show dei Judas Priest) aveva costretto l’organizzazione
a spostare alla seconda giornata gli Stratovarius, il che ovviamente aveva
richiesto una totale riorganizzazione della scaletta. I nostri poveri Power
Speeders ci avevano rimesso lo spettacolo. Io avevo maledetto il cielo nei
secoli dei secoli, amen. Quest’anno mi rifaccio, e gongolo come un bimbo con
la merendina in mano. A questo punto sorge spontanea una domanda: avete mai
trovato un mixerista che riesca a rendere veramente bene i suoni per un gruppo
Power Speed? Come da programma, si sente magari non malissimo, ma sicuramente
di meglio si poteva fare. Comunque il pubblico risponde con entusiasmo, Herman
Li sfodera un assolo dietro l’altro a velocità quantomeno impressionanti,
e ZP Theart… beh, diciamo che mostra i limiti di un classico cantante di questo
genere: ottima voce in studio, ma in sede live un poco carente. Sicuramente
però si dimostra uno dei protagonisti per carisma e simpatia in questa giornata.
Ormai è abbondantemente ora di pappa, e ci si avvia a comprare del cibo. L’organizzazione
ha provveduto a fornire l’Arena Parco Nord di due zone ristoro, il che significa
due cose: la prima, che per mangiare e bere ci sono delle code notevoli. Certo
chi è qui per sfamarci lavora a pieno ritmo, ma siamo decisamente “tantini”…
Conseguenza numero due: i veterani si distinguono dalle matricole del Gods
per quello che hanno nel panino: se si arriva prima che finisca ogni cosa,
non c’è quasi limite a ciò con cui puoi farti farcire un panino (si distinguono
soggetti che si fanno fare creazioni come la mitologica “piadina con salsiccia
e patatine”: io già non capisco molto la salsiccia nella piadina, ma le patatine…
perché comprarle a parte se posso farmele inserire nella portata principale?).
Arriva poco più tardi, soprattutto all’ora di cena (per il pranzo è difficile
si verifichi un’emergenza del genere), e non troverai nemmeno più il pane.
A questo punto, giusto per gradire, per aiutare un po’ la digestione arrivano
gli STRAPPING YOUR LAD. Death Thrash autodefinitosi
Chaos Metal. La dice lunga. Mr. Townsend vuole scuotere, e scuote. Mr. Hoglan
è un che di devastante (the atomic clock, viene definito sul loro “Alien”).
Il pubblico gradisce, peccato per i suoni: volumi in discesa, e batteria che
tende a coprire qualunque altra cosa. Qui abbiamo il giro di boa, arrivano
gli OBITUARY. Dalle mie parti si dice “mica pizza
e fichi”. Voglio dire, gli Obituari, i signori “Death made in U.S.A. ringraziaci
perché mi sa tanto che ti abbiamo inventato noi”, i finti pensionati, l’incognita
svelata: come saranno sul palco gli Obituari, che su un palco non ci stanno
da un po’? Massacranti, ecco come sono stati. Sì, i suoni erano un poco confusi,
ma sicuramente abbiamo potuto godere di uno spettacolo decisamente degno di
nota. Tocca alla pietra dello scandalo: i LACUNA COIL
Cristina dichiara: “E’ difficile suonare prima di due mostri sacri del metallo,
come Slayer e Iron Maiden”, e non ha torto. Soprattutto considerando che da
mesi la gente si chiede PERCHE’ far suonare i Lacuna Coil al Gods, figuriamoci
poi terzultimi in scaletta: per molti è una bestemmia. Eppure loro ci provano,
si impegnano, ma poi succede il classico patatrac, parte il lancio delle bottiglie,
e il gruppo, forse proprio per questo, perde parecchio in coesione e in dinamicità.
Aprono bene, ma chiudono male. Nel frattempo, il sole che ci ha massacrato
per tutta la giornata, comincia a farsi meno “potenzialmente mortale”. Mentre
noto questo fatto, mi echeggiano nella mente le parole di un saggio: “Noi
metallari siamo delle bestie strane: non prendiamo mai il sole, viviamo di
notte, ed usciamo di giorno per riunirci a migliaia ad un festival sotto il
sole cocente, mai abbronzati, così ci scottiamo meglio, e per facilitare il
processo ci vestiamo solo di nero.” Amen, fratello. Ora di cena: pane, ci
dicono, finito. Patatine finite. Verdura e farciture varie finite. Ok, piadina
con salamina e ketchup. Almeno la birra abbonda. Nel frattempo (lo ammetto,
ho mangiato proprio mentre suonavano loro, ma i gusti son gusti, e non di
solo Metal vive l’uomo, io non sono di legno, e non esistono più le mezze
stagioni: i giovani non sono più quelli di una volta) comincia lo spettacolo
degli SLAYER. Non Si può dire granché sugli Stayer,
a parte che ho sentito gente poco soddisfatta dall’impegno dimostrato dal
gruppo. D’altra parte, lo show è come di consueto di livelli astronomici,
il gruppo è praticamente perfetto, degli schiacciasassi perfettamente sincronizzati.
Il pubblico, finalmente, comincia a reagire in maniera pressoché unanime,
il pogo si fa serio, come dimostrato dal nuvolone di polvere che si solleva
dal suolo. Che dire, sicuramente grandiosi. Non come piace a me, ma ugualmente
grandiosi. Scende la sera, e l’adrenalina che accumulo da giorni sta per esplodere
tutta in un colpo: arrivano loro, gli IRON MAIDEN.
Spettacolo perfetto, assolutamente impeccabili. Il pubblico che risponde in
maniera unitaria, nella sua totalità, la mia ragazza che al quarto pezzo si
volta verso di me e mi urla in un orecchio “mi fai sentire la voce di Dickinson,
per favore?”. Mai modo di zittirmi fu più elegante. A un’ora e mezza di concerto
pensavo fossero passati 15 minuti, da tanto ero coinvolto. La scaletta, una
splendida selezione di brani dai primi quattro album, mi ha concesso di sentire
dal vivo alcuni dei miei pezzi preferiti per la prima volta. E la tristezza,
quando Bruce annuncia la fine imminente dello show. Nulla può eguagliare in
bellezza e coinvolgimento uno show degli Iron Maiden, soprattutto quando il
gruppo ha delle motivazioni personali per fare bella figura (un aneddoto:
lo show di prova di Dickinson fu proprio a Bologna, ed il primo pezzo degli
Iron che lui abbia cantato è stato “Remember Tomorrow”, canzone che, finalmente,
è rientrata in scaletta proprio qui al Gods Of Metal). La prima giornata è
finita, andate in pace.
DOMENICA
12
Giorno number
2: si comincia a riconoscere chi si è fatto la prima giornata da ustioni e
scottature varie, oltre che dal colore già terroso degli abiti. Il tempo sembra
più propenso a non cuocerci tutti, e per citare un’altra persona saggia “nella
vita ci sono due certezze: la morte e la pioggia al Gods”. La pioggia, quest’anno,
ci risparmia, salvo fare finta per qualche minuto di volerci rinfrescare.
EXILIA: gruppo nostrano emigrato in Germania,
dalle sonorità ibride, un po’ Korn e un po’ Guano Apes. Si destreggiano bene
sul palco, ma il pubblico risponde un po’ freddamente. Sarà anche a causa
dell’orario (la Domenica mattina, secondo il mio personale punto di vista,
è solo una convenzione, in realtà non esiste, è solo una bugia dell’orologio),
e comunque questo sembra non demoralizzarli: l’impegno c’è, bisogna dargliene
atto. Dopo di loro, saranno gli italiani EXTREMA
a farsi sotto, riscuotendo anche un discreto successo: il loro Thrash raccoglie
consensi, il pubblico non si tira indietro, e anche i richiami al pogo non
cadono nel vuoto. Svolta: sonorità più Power, ed ecco che arriviamo ai Templari
del Metal, gli HAMMERFALL, in fase di promozione
del loro quinto album. Gli Hammerfall non sono affatto nuovi a performance
davanti a grandi platee, e lo dimostrano gestendo la folla, che comincia a
non essere più tanto esigua, con un’ottima capacità di coinvolgimento, facendo
cantare tutti, e gestendo tutto sommato bene un palco che richiede non poco
impegno. Si corre a mangiare il “panino col morto”, e si arriva a Mr. Wylde:
parte la musica del Padrino, in onore al nuovo album “Mafia”, ed i BLACK
LABEL SOCIETY cominciano a spaccare timpani e triturare ossa. Il loro
variegato Metal che spazia da componenti spiccatamente Hard Rock a bastonate
simil-Pantera smuove la folla, e lo spettacolo sul palco è una delle scene
più goduriose di questo festival: decisamente, sanno come fare per avere una
risposta presente e coinvolta! Le nuvole vanno e vengono, un attimo pare debba
piovere e l’attimo dopo il cervello si sta lessando, e si arriva al turno
di Mr. YNGWIE “vivo–con-la-mia-chitarra-anche-al-cesso”
MALMSTEEN, l’uomo dagli assoli infiniti, la chitarra barocca per eccellenza.
Ciò che colpisce subito l’occhio dell’osservatore è, in primo luogo, che pur
essendo notevolmente dimagrito il Nordico rimane sufficientemente imponente.
A me ricorda terribilmente il leone del film “Il mago di Oz”, ma magari è
solo una mia impressione. A questo si somma il fatto che sembra quasi P.E.
(vi ricordate l’A-Team?), la bancarella ambulante degli ori. Last but not
least, deve avere con se una valigia di plettri, perché non ho mai visto nessuno
lanciarne così tanti (tra l’altro, la pioggia di plettri continuava a finire
corta, nel pit dei fotografi, causando “risse” tra il pubblico, tra i fotografi,
e tra il pubblico e i fotografi, con conseguente intervento della sicurezza
che si è assicurata che i plettri non si fermassero nelle mani dei fotografi).
Tra l’altro, non avrei voluto essere tra quelli cui Yngwie ha lanciato i pezzi
della chitarra che ha appositamente sfasciato a fine show: bel souvenir, ma
la sfiga garantisce che io, lì in mezzo, l’avrei presa in testa. Fuori lui,
dentro un grande capitolo di storia della musica: zompettando allegro e gioviale,
un po’ invecchiato e con un costume che certamente ha visto tempi migliori,
Udo guida in scena i redivivi ACCEPT. Spettacolo
eccezionale: una carica di “nonni metal” che sembra essere arrivata apposta
per istruire e redarguire i giovani nipotini; gli Accept hanno dimostrato
una capacità di gestire il palco e il pubblico, nonostante l’età e nonostante
i fasti siano ormai lontani alle spalle, da cui tanti giovani hanno veramente
molto da imparare. Questo è un gruppo che è arrivato per suonare perché vuole
suonare, senza compromessi, non per soldi o per gloria. La passione che hanno
mostrato non si simula, si vive solamente. Temevo che nella mia giovane vita
non avrei mai visto gli Accept, soprattutto in formazione storica, ed invece
li ho visti, in uno degli show migliori cui abbia mai assistito. Non fosse
per ciò che stava arrivando, sarei morto felice in quel momento. E continua
il terremoto del passato, perché la reunion che sale adesso sul palco è nientemeno
che quella degli ANTHRAX. Ne ho sentite tante
su di loro, che dovevo proprio vederli, e sono stato appagato: nonostante
voci più o meno deluse, a titolo personale posso ben dire di essere stato
travolto dal loro spettacolo, e secondo il mio modesto parere, per dirla in
modo fine ed elegante nonché vagamente gergale, BELLADONNA HA SPACCATO DI
BRUTTO! Un grande show, un’ottima risposta da parte della platea, volumi impeccabili,
canzoni classiche, insomma tutto quello che dagli Anthrax potevo chiedere.
Definirmi entusiasta della loro prestazione è poco. E per metterci l’inciso
che non interessa a nessuno, anche gli Anthrax rientrano tra i gruppi che
hanno favorevolmente impressionato la mia poco preparata compagnia: doppio
pollice alzato per loro! A questo punto ero consapevole di avere lo stomaco
chiuso, sapevo che mi sarei perso i Motley (giuro che non è colpa mia, ma
i treni sono quelli che sono, e tornare a piedi da Bologna mi pareva un po’
eccessivo), e sapevo che, per me, il Gods si sarebbe chiuso con lo show seguente:
i MEGADETH del buon vecchio Mustaine. Cosa si
può dire di loro? I Megadeth sembrano sempre più un capitolo chiuso della
storia del Metal, data la poca grinta mostrata, l’esecuzione assolutamente
imprecisa, e la risposta del pubblico che, per dirla alla Clark Gable, “francamente
se ne infischia”. Inutile che il povero Dave continui a piangere che “dopotutto,
domani è un altro giorno”. Troppo forte è la tentazione di rispondergli, alla
“Fusi di Testa”, “vivi nel preseeeeeeente!” Lo dico dispiaciuto, sia chiaro,
adoro i Megadeth e volevo vederli ad ogni costo. Peccato che la scelta dei
brani sia stata ingiusta con i classici, concentrandosi sugli album del declino,
e che, come si diceva, la stessa esecuzione sia stata lontana anni luce dai
Megadeth di 10 anni fa (non parliamo poi di quelli di 15 anni fa). Che poi,
su un paio di brani, il pubblico si sia risvegliato dal torpore, risulta insufficiente
a riscattare il resto dello show. Anche il saluto conclusivo di Mustaine,
ha un che di ultimo canto del cigno… Su questo si chiude il mio Gods Of Metal,
per quest’anno. Come sempre, tra pochi giorni inizierò a risparmiare per l’anno
prossimo. Per tirare le somme, quest’anno è stato l’anno della storia. L’anno
dei grandi, dei vecchi leoni che hanno provato a ruggire ancora, e bene o
male ci sono riusciti, tutti o quasi. Mi spaventa un poco pensare che una
bill del genere è, per forza di cose, eccezionale, e che come tale sarà ben
difficile replicare uno show di questa portata. Le cronache ci parlano di
più di 50.000 biglietti strappati, e non fatico a crederlo, vista la folla
che mi sono trovato ad osservare. I limiti imposti da una simile fiumana di
persone sono ovviamente di tipo organizzativo: al di là delle tremende difficoltà
per trovare un posto all’ombra (pochi metri quadri vicino ai bagni, più un
tendone che alle 10 di mattina era già gremito ogni limite), non sarebbero
stati male più punti ristoro, e sono assolutamente fondamentali più servizi
igienici (code infinite per trovare pochi bagni, i cui la maggior parte erano
già nella prima giornata intasati o indicibilmente sporchi). Ma questi sono
gli stessi limiti dello scorso anno, in fondo, e può darsi che siano gli stessi
del prossimo. In compenso, l’evoluzione continua che il festival ha avuto
lascia ben sperare per le prossime edizioni. Vedremo.
SABATO
11
Gente e polvere.
Nel desolante e desertico scenario che si presenta nell'immenso parcheggio
adibito Anche a campeggio, bancarellaggio ed immondenzaio in cui sostano e
fanno affari anche le classiche paninoteche-birrerie ambulanti, si consumano
le prime energie fisiche sotto un sole spietato, e prendono vita i primi lanci
del vomito prima ancora che il concerto inizi. Tra lunghe file alla cassa
"accrediti", e poche isolate presenze alla cassa ordinaria dove si dovrebbero
acquistare i biglietti. Anomalie dell'era moderna in cui scribacchiotti treenni
webzinari e non, con sei dischi originali, centocinquanta promo e dodicimila
dischi scaricati dalla rete tra gli scaffali di casa spopolano decantando
la loro affezione alla musica pesante a tal punto da figurare come la "critica"
musicale nostrana. L'organizzazione all'interno dell'arena è tutta per loro,
per i cattivoni, zoticoni, puzzolenti metallari e metallini (ri)costretti
a respirare chili di polvere, a consumare i soldi di mammà in poche ore previa
opportuna oculatezza a causa dei prezzi sempre più in crescita anno dopo anno,
costretti a pisciare ed eventualmente a cagare in 20.000-25.000 in tre casotti
biologici attendendo code interminabili. Tantissima gente, certo. Molti sono
qui per gli IRON MAIDEN. Bastano le centinaia di magliette indossate dai presenti
tutte inneggianti al mito albionico. Eppure la voglia di musica dal vivo è
tanta, a prescindere dai proprio idoli. Si avverte nell'aria e si manifesta
anche durante l'esibizione dei primi gruppi che trova una partecipazione inaspettatamente
grande, MASTODON su tutti. Band in palla e possente
nonostante il caldo e l'esibizione all'ora di pranzo. Esibizione su buoni
livelli che non si ripete con i DRAGONFORCE,
band più culo che anima. Stecche del singer, suoni osceni e coreografie da
recita alle elementari con sincronia latente. Il pubblico sembra apprezzare,
ma a parte i Methods Of Mayhem e Space Age Playboys di qualche edizione fa,
tendenzialmente troppo "fuori tema" per l'agglomerato metal nostrano, non
ricordo prestazioni mal volute dal pubblico. Per la serie dateci anche una
versione di Mino Reitano in borchie e parrucca che intona "Italia" facendo
headbanging che ci divertiamo uguale. Gli STRAPPING
YOUNG LAD entrano in scena minacciosi con Devino che parla al pubblico
così come canta. Perennemente accelerato ed incazzato. Apparentemente. Inizia
bene l'esibizione, suoni buoni e muro di note imponente. Dopo due brani si
abbassa clamorosamente, inspiegabilmente, l'audio ed i brani diventano ovattati,
a volte indistinguibili gli strumenti. Townsend è in forma, di dimena dall'inizio
alla fine, ed Hoglan spaventa dietro le pelli. Ma con tutta la buona volontà
il concerto non decolla, s'affossa nella sua stessa monoliticità. Identico
discorso vale per gli OBITUARY, freddi, poco
coinvolgenti, ed ancora l'osceno suono a farla da padrone ed audio sempre
basso. Suonano con mestiere, ma lancio di lattine(piene) di birra al pubblico
a parte, non si segnalano momenti meritevoli di lode. Va appena meglio in
quanto a suoni con i LACUNA COIL. La band nostrana
si guadagna applausi e fischi, battutine e sorrisini ironici dai maestri cultori
del metal presenti al Parco Nord. Buona l'esibizione, ce la mettono tutta,
guadagnano qualche voto tra gli indecisi(mandarli in malora oppure no?) quando
più volte ricordano che il loro posto in scaletta li lascia perplessi. Poi
l'intensità tende a scemare man mano che si susseguono i brani e qualche sparuto
lancio di bottiglie. Con rispetto per i ragazzi, un'ora e dieci minuti di
show è troppo per loro. Non ci sono né i pezzi(tranne pochi), né il carisma
per portare avanti una durata così lunga per un festival. Inizia poi una vera
transumanza tra chi abbandona le prime file e chi s'appresta all'ipotetico
massacro indetto dagli SLAYER, rinomati per i
loro live set polverizzanti. Cosa che, purtroppo, non si realizza pienamente.
Vuoi per il persistente audio basso(non tecnici ma la Banda Bassotti, alla
faccia della professionalità e del miglior festival italiano, stando agli
annunci degli organizzatori), vuoi per una certa ed inattesa svogliatezza
della band che tra un brano e l'altro si assenta più del dovuto. Quasi fermi
ed un Araya con poca voce, ma con un Lombardo costantemente sopra le righe(in
positivo, of course). Distratti, poco coinvolti dall'evento e dall'enorme
ammasso di gente lì solo o anche per loro. Delusione. La transumanza non si
ripete come durante il cambio tra i due spettacoli precedenti. Dettaglio che
conferma le impressioni d'inizio festival: la maggior parte è presente per
la ditta Harris & C. E tutti, e sottolineo tutti, sono stati ripagati dell'attesa,
della fatica, della calura sopportata, narici intasate da blocchi di polvere
solidificata dalle caccole e chissà cosa ancora. Gli Iron hanno dominato,
hanno messo in piedi uno spettacolo da brividi. Dickinson stratosferico e
brani estratti solo dai primi quattro album. Suoni finalmente "normalizzati"
anche se ancora un pelo bassi, ed una partecipazione dell'intera arena a dir
poco commovente che ha giustificato, finalmente, i superlativi sprecati durante
la pubblicizzazione dell'evento. Questa è storia, ragazzi. Una storia che
si ripete da oltre 25 anni e che non crea danni ma vitalizza sempre più un
genere anche se alcune ultime prove in studio non sono all'altezza del passato.
Bruce annuncia che il nuovo lavoro sarà pronto nel 2006. Fattore poco indicativo
a meno che il materiale non risulterà dello stesso spessore del concerto di
stasera. Si chiude il primo giorno del Gods 2005. Giornata svilente sotto
l'aspetto tecnico-organizzativo, e non del tutto memorabile sul versante delle
prestazioni. Ma come ogni festival anche la cornice fa la sua parte. Gli incontri,
vecchie e nuove facce, personaggi strambi e disparati look hanno sempre un
impatto positivo nel complesso. Il metallaro che socializza con se stesso,
fattore di per sé già sconvolgente. Bene, fine del primo tempo. Il sedile
della macchina mi aspetta. Buonanotte.
DOMENICA
12
Sveglio già
alle prime luci dell'alba, aggomitolato, rannicchiato, fetuso, polvere fin
dentro il bujo, ehm...Insomma, mi faccio schifo da solo, ho impiegato le due
ore successive cercando di capire dove fossero le braccia e la gamba destra,
trovata poi attorcigliata alla leva del cambio. Lo scenario che mi si presenta
agli occhi è lo stesso del giorno precedente, solo un goccio peggiore. Un
campo nomadi non avrebbe avuto niente da invidiare a quella sorta di cittadina
post guerra, quasi come sopravvissuta ad un evento nucleare considerati gli
zombi che bighellonavano già di buon mattino, rincoglioniti dal sonno e con
le ossa in frantumi mentre si aggiravano tra auto e la mondezza putrescente
degli avanzi dalla sera prima. Gli arrivi si susseguono spediti, e l'impressione,
anche questa poi confermata, è che l'arena sarà di nuovo al completo. Buona
la prova degli EXILIA. Masha scatenata che invita
continuamente il già abbastanza folto pubblico a partecipare alle danze. Suoni
finalmente accettabili, non male per il gruppo d'apertura. Fortunatamente,
non si ripeterà la stessa piena mancanza(una spiegazione sarebbe dovuta) di
sabato. Bene, benissimo anche gli EXTREMA. Esibizione
che conferma quanto sia ritrovato il piacere di suonare insieme dopo le disavventure
passate. Perotti intrattiene, colloquia, si sbatte, e se non fosse per l'uscita
ebete di Massara che più o meno esclama, nella giornata dei MOTLEY CRUE headliner,
"questo è un giorno per gente dura, non checche e no gay", la prestazione
complessiva sarebbe stata davvero impeccabile. Per la serie, "meglio tacere
e sembrare stupido che parlare e togliere subire il dubbio". Ormai l'arena
è già strapiena. Non come sabato, ma la differenza è minima, quasi impercettibile.
Salgono sul palco gli HAMMERFALL. Gente che ci
sa fare, che sa stare al gioco, che sfoggia una esibizione che manda in visibilio
molti astanti. Niente di particolarmente esaltante, ma la lezione imparata
dai Priest sanno farla valere. Mestieranti consapevoli, anche se ci sono ragazzini
che ci credono per davvero: al mio fianco un treenne dice all'altro "Cazzo,
senti che assolo! WOOOOOOOWWWWWWW!!!!". Di li a poco sarebbero saliti sul
palo Zakk e Malmsteen. Che sia un critico accreditato? Probabile. Dunque,
si, ebbene è l'ora dei BLACK LABEL SOCIETY. Ora
si che comincia a fare sul serio. Una piccola insegna posta ai piedi della
batteria , posto che farà da abbeveratoio per Zakk e soci, ci fa sapere che
dice che il "Pub” è al momento “Closed". Aprirà di lì a poco. E vai che inizia
quello che sarà tra i migliori spettacoli di questa due giorni. Heavy e southern
rock che si mischiano a litri e litri di birra, a centinaia di braccia alzate,
agli sputi al vento di Zakk un secondo si e l'altro pure, ed un impatto sonoro
impressionante. Una grande famiglia quella di Zakk, fatta da buzzurri boscaioli,
barbuti e pulciosi personaggi che hanno danno vita ad un qualcosa di memorabile.
Emo quasi in lacrime. D’alcool. Si cominciano ad intravedere parecchi glamster.
Trucchi e stivali, bandane alle ginocchia, capelli cotonati e sottane elasticizzate.
La domanda nasce spontanea: ma dov'è che vivono che non si vedono mai in strada?
Oppure si sono agghindati per l'occasione? Meno lardoso del solito ma sempre
impacciato nei suoi avventati movimenti atletici, arriva anche il momento
di MALMSTEEN. Qualche problema con le chitarre,
Doogie White non proprio all'altezza, ma Malmsteen, per chi non lo scopre oggi, è
così. Nessuna novità. Pacchiano, goffo, egocentrico, ma è Malmsteen. Fiumi
di note ed assoli, classici e brani più recenti, e pezzi strumentali. Zakk
assiste quasi all'intero concerto, lo saluta e si complimenta quando Yngwie
va a cambiare per l'ennesima volta la chitarra. Cioè, un evento: Malmsteen
che abbraccia un altro chitarrista. La gente apprezza e si diverte, e lo svedese
la manda in estasi nel finale sventrando la chitarra, strappando via le corde
e spaccandola su un amplificatore in tre pezzi. E poi? Prendete e suonatela
tutti, questa è la mia chitarra, o quello che ne rimane...e la lancia in mezzo
alla folla! Arrivano i crucchi. Arrivano gli ACCEPT,
formazione originale. Che concerto! Nonostante Udo sia una bombola di gas
da cucina, regge bene l'ora di show a disposizione. Molti i loro sostenitori,
e moltissimi i cori che doppiano quelli che arrivano dal palco. Sorpresa!
Ormai si è consapevoli, al di là delle band che possono piacere o meno, che
il secondo giorno stacca di molto in quanto a prestazioni il primo. Metal
ottantiano, le migliori song del loro repertorio e l'attitudine smaliziata
e positiva che li ha consegnati alla storia. Inossidabili! Ecco, la transumanza
si ripete. Via i metallari d'antan, entrano i thrasher per l'accoppiata storica
ANTHRAX-MEGADETH. I primi danno spettacolo, come
sempre. Unico neo, Belladonna. Ovviamente, il repertorio proposto non supera
quello di "Persistance Of Time", ma i moshers sono in forma, decisamente.
Ed il rammarico per l'assenza di Bush al microfono è grande. Stesso discorso
vale per i Megadeth, anche se in maniera diversa. Prima parte di concerto
abbastanza anonima. Dave parla per la prima volta dopo il quarto brano affermando
che il tempo a disposizione è poco, ma avendo tante canzoni da proporre preferisce
soprattutto suonare. Poi arrivano i brani che smuovono l'audience nella seconda
parte, quelli non tratti dagli ultimi lavori, e l'interazione tra palco e
pubblico migliora visibilmente. Via i thrasher, dentro i rocker passati prima
dall'estetista. Anche se, dai, i Crue sono attesi da tutti. Da appassionati
fan a curiosi, da gente che ha vissuto il periodo d'oro dell'Hair Metal non
amandolo, ma che stasera attende ansiosa i rocker californiani proprio per
rivivere quei fasti immortali. Il circo si apre. Stranamente, suoneranno bene
tutti(non sono mai stati 'sti grandi esecutori). Neil che canta come mai ha
fatto su disco(fa questo effetto sposare mignottone del porno?), e lo stoico
Mars, afflitto da spondilite anchilosante che lo costringe a camminare a fatica,
ingobbito, come un novantenne con la struttura ossea consumata. Ciononostante
è presente, e se la cava parecchio. Poi zoccole svestite in scene saffiche,
un nano, giochi di prestigio, clown, Lee che cerca zinne da riprendere, Sixx
che fa da portavoce ufficiale della band e che alla fine del concerto distruggerà
il basso. Grande spettacolo, davvero.
Considerazioni finali.
Un buon festival
sul piano musicale. Anche se resta imperdonabile l'osceno suono ed i livelli
audio del primo giorno considerato il prezzo del biglietto. Mi sarei, poi,
aspettato più perfomance all'altezza. Alla fine, hanno dato di più gli Extrema
che non gente più quotata e più in alto nel bill. Purtroppo l'organizzazione
continua a ritenere il metallaro medio italiano un barboni da spennare. Servizi
minimi, anzi, anche meno, e prezzi alle stelle: € 2 per una minerale da mezzo
litro che trovi al supermercato a 15 centesimi è una ladrata pazzesca. Servizi
carenti, dicevo. Non un buco dove infilare una carta, non una doccia, pochissimi
cessi vista l'affluenza. Campeggio a ridosso delle auto e della folla. Tanta
gente, certo. Questo gioca a suo favore, ma non giustifica assolutamente l'impennata
del costo del biglietto e la carenza dei servizi. Ci si approfitta della passione,
ed i poveri ma non troppo metallari italioti sono contenti lo stesso. O quasi.
Il sottoscritto è riuscito a presenziare solo al primo dei due giorni di concerti,
quindi il giudizio e le impressioni che riporterò fanno riferimento a Sabato
11 Giugno.
Cominciamo dal principio: il prezzo del biglietto. Nonostante la grande affluenza
di pubblico credo sia stata davvero spropositata la cifra per assicurarsi
un posto all'interno dell'arena. 57,50 € il costo del biglietto per un giorno
che mi pare francamente un prezzo poco ragionevole a prescindere da chi animi
il palco del GOM. Se posso darvi un consiglio, la prossima volta evitate di
comprare prima il ticket e recatevi direttamente alla biglietteria dell'arena,
eviterete di spendere ben 7,50 € di prevendita (che tra l'altro possono essere
'investiti' in due birre, anzi una...).
Altra nota dolente: il campeggio (praticamente inesistente) è stato allestito
“'alla buona” dalla fantasia dei partecipanti sui ruderi che circondano l'arena,
non ho certo invidiato le tante persone dotate di tenda che tra l'altro, come
tutti gli altri partecipanti, una volta entrate nel parco non hanno avuto
la possibilità di uscire fino alle 17:00 di pomeriggio nonostante la presenza
davvero ridotta di bagni e servizi igienici. Questa imposizione mi ha davvero
lasciato perplesso.
Passiamo oltre ed andiamo al concerto, quello vero che ha visto alternarsi
sul palco nomi davvero incredibili della scena musicale attuale riuscendo
a toccare molte delle sfaccettature che l'hard'n'heavy racchiude privilegiando
la parte più sfacciata e cruda del metal. I Dragonforce hanno fatto da spartiacque
tra le 'apparizioni' del mattino e le esibizioni vere e proprie del pomeriggio
e della sera. Tutto ha inizio con il talento e la classe degli opener EVERGREY
che hanno battezzato nel migliore dei modi una due-giorni ricca di mostri
sacri che non hanno certo bisogno di un festival per richiamare i numerosi
sostenitori ma che proprio in occasioni come queste danno la possibilità ai
gruppi in ascesa di misurarsi con il grande pubblico. MUDVAYNE
e MASTODON non lasciano il segno ed i primi veri
consensi arrivano con i DRAGONFORCE, il pubblico
comincia a scaldarsi e si prepara alla devastante scarica di rabbia sprigionata
dagli STRAPPING YOUNG LAD e dai redivivi OBITUARY,
che dopo essere già stati in Italia lo scorso novembre ritornano ad un solo
mese dall'uscita prevista per il nuovo album. E' il turno dei milanesi LACUNA
COIL, croce e delizia per il pubblico italiano, amati od odiati sono
comunque al centro dell'attenzione. I soliti imbecilli lanciano bottigliette
e sassi sul palco durante l'esibizione di Cristina e soci, i quali non sembrano
farci molto caso e sfornano una buona prestazione che accontenta comunque
buona parte del pubblico. Permettetemi di esternare tutta la mia indignazione
per l'atteggiamento sopra descritto, il fatto che una band nostrana si sta
affermando sempre più prepotentemente nella scena musicale di molti paesi
di tutto il mondo dovrebbe rendere tutti orgogliosi ma probabilmente il 'metallaro'
medio del nostro paese non merita nemmeno di assistere ad un evento del genere
visto l'approccio poco intelligente che spesso lo accompagna.
Il GOM entra nel vivo e così ecco gli SLAYER
a traghettare i presenti verso l'attesissimo show dei MAIDEN.
La folla è in delirio, le prime file vedono volti distrutti ma allo stesso
tempo festanti di persone che per ore hanno atteso questo momento e che finalmente
hanno la possibilità di godersi lo spettacolo tutto d'un fiato. Il pogo selvaggio
non tarda a scatenarsi e così per un'ora e mezza si alza un polverone tra
il palco ed il mixer costante e poco salutare. Con l'arrivo della sera, il
palco cambia veste e si prepara ad accogliere la leggenda. "Maiden-Maiden"
da ogni parte, tutti in piedi ed ecco entrare Harris che con la sua creatura
non smette mai di emozionare. Una prova sopraffina e credo 'storica'. Tanto
di cappello per una band che può permettersi di suonare soltanto brani dei
primi quattro album per promuovere il dvd "The Early Days". Inutile sottolineare
la bravura dei sei anche se credo vada assolutamente rimarcata la prova di
Dickinson che ancora una volta dimostra tutto il suo valore e sui pezzi, in
origine cantati da Di Anno, nessuno può non togliersi il cappello di fronte
alla raffinata ed unica interpretazione che il buon Bruce è in grado di regalare.
Siamo ormai oltre i 50 anni di età ma una prestazione del genere (spettacolare
Gers e grandiosi tutti gli altri) se la sognano anche coloro che sulla carta
d'identità anno qualche decina d'anni in meno ed un sacco di motivazioni in
più...UP THE IRONS!!!
[Poisoneye]
[Nyarlatothep]
[Emo]