JON OLIVA'S PAIN + ELVENKING
Rainbow - Milano
21/04/2006
REPORT
Coldnightwind & Nyarlatothep
PHOTO
Coldnightwind & Vale
Ad
esordire sul palco del Rainbow questa sera tocca ai nostrani Elvenking
che, dopo l'uscita del meraviglioso "The Winter Wake", riservano
in me
grande speranza per un loro roseo futuro. Ma purtroppo l'oramai collaudata
formazione del post-split con il secondo chitarrista Jarpen calca un terreno
difficile questa sera, complice la qualità del suono che risulta
inspiegabilmente di bassa qualità rispetto agli standard del locale.
L'iniziale assenza di volume ai cori di Aydan ed il continuo sali e scendi
dei suoni degli strumenti di competenza ad Elyghen, violino e tastiera,
snaturano la qualità dei vecchi brani ri-arrangiati per essere eseguiti
con
una sola chitarra. E dire che la band sul palco ci mette l'anima, capitanata
dal suo frontman Damnagoras che questa sera è autore di un'ottima
prestazione vocale e di una coraggiosa presenza scenica che cerca in tutto
e
per tutto di coinvolgere il pubblico. Si passa così da brani di punta
del
nuovo album come "The Wanderer" o "Trow's Kind" ai pezzi
del "Wyrd"
dell'ex-singer Kleid come "Jigsaw Puzzle" e la potente "Pathfinders".
La
chiusura è affidata alla titletrack del nuovo disco e a "Pagan
Purity",
oramai inno della band e unico brano eseguito da "Heathenreel".
Gli
Elvenking ci salutano questa sera consapevoli di aver svolto ottimamente il
proprio lavoro, soddisfando il mio da "fans" ma lasciandomi l'amaro
in bocca <
per la scadente qualità del suono.
Scaletta:
March Of Fools
Jigsaw Puzzle
The Wanderer
The Silk Dilemma
Trow's Kind
Swallowtail
Pathfinders
The Winter Wake
Pagan Purity
Immenso. Non solo stilisticamente parlando, in effetti, vista l'incredibile mole che ormai da tempo Jon Oliva si porta in giro. Comunque sia, immenso. Sale sul palco col suo gruppo ed attacca subito con una splendida “Jesus Saves”, quasi a voler ricordare a tutti chi sia lui e di cosa sia capace, ed il pubblico, che durante l'esibizione degli Elvenking era un po' sparuto, emerge dalla notte e si accalca, cantando, urlando, pogando, quasi come in un film, come non mi sarei aspettato vedendo il locale pochi minuti prima. E lui, sorridente come sempre, trascina tutti con le movenze di un ventenne sottopeso, come fosse ancora negli anni '80 e potesse vantare il fisico dei tempi di “Hall Of The Mountain King” o “Power Of The Night”. Si mette in gioco, scherza e ride tutto il tempo, l'immenso omone con il camicione da over-sized che fa tanto sacerdote protestante, canta e intanto fa le smorfie; ed ammetto che, a vederlo così grosso, sudato e rosso in viso, a momenti ho temuto gli venisse un colpo. Ma no, lui continua imperterrito, con lo sguardo da bambino furbo ed il sorrisetto astuto, a tirar fuori una voce che ci si chiede dove la nasconda, ed una passione che infiamma gli animi. Certo, gli anni sono passati e mr. Jon deve usare non poco delay ed effetti vari per allungare gli acuti e gli screaming, ma per la miseria, direi che è più che comprensibile, ed anzi encomiabile, se paragonato a tanti suoi coetanei che ormai un acuto nemmeno provano più a lanciarlo. Band ottima, potente e tecnica, e con molta voglia di divertirsi. Eppure ogni commento sul gruppo e sulla sua prestazione viene come oscurato da un'immagine, quella di Jon “anch'io sono Italiano” Oliva che fa avanti e indietro dal proscenio alle tastiere, che fa gelare il sangue con una “Tonight He Grins Again” al limite del pathos più estremo, una “Believe” che ormai è divenuta un inno, una “Hounds” che porta tutta la carica ed il dolore della dedica all'angelo scomparso, suo fratello Chris. Scaletta incredibile, impressionante, in cui “Tage Mahal”, l'album solista di Jon, trova ben poco spazio, perché lui sa che il suo nome è legato a capolavori come “Gutter Ballet” o “Sirens”, fino alla chiusura con “Hall Of The Mountain King”. Certo, ormai mi aspettavo come ultimo pezzo “When The Crowds Are Gone”, grande assente della serata, ma la Sala del Re della Montagna non è certo una conclusione di cui lamentarsi.
Poco meno di un concerto dei Savatage, in fondo, questo dei Jon Oliva's Pain, ma anche molto di più: una serata con un artista profondo e vero, estremamente umano, sentito dal pubblico come uno di loro, fino in fondo. Il “Dolore di Jon Oliva”, forse, sul palco è finalmente in grado di placarsi, venendo condiviso e stemperato nell'affetto che ognuno di quei pazzi furiosi che si sgolavano davanti a lui gli ha portato. Ed io sono, e sarò sempre, orgoglioso di essere uno di quei pazzi. Perdonatemi dunque una banalità se, credendoci fin nell'intimo del mio essere, concludo questo piccolo ricordo di una serata musicale con una semplice ed arcinota, ma profondamente significativa, citazione dal repertorio di Jon Oliva:
I'll be right there,
I'll never leave,
And all i ask of you
Is believe.
Scaletta:
Jesus
Saves
Agony And Extasy
Tonight He Grins Again
The Dark
People Say – Gimme Some Hell
Thorazine Shuffle
Hounds
Gutter Ballet
Father, Son And Holy Ghost
New York City Don't Mean Nothing
Believe
City Beneath The Surface
The Dungeons Are Calling
Sirens
Hall Of The Mountain King