KEEP IT TRUE V
Tauberfranken Halle - Lauda Koenigschofen(D)

05/11/2005

REPORT Barbaro Epico & Drake
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Corvotempesta

 

 

 

 

 

 

 

Festival nato per radunare in una sola occasione grandi e misconosciuti nomi dell'heavy metal più oltranzista e incontaminato, il Keep It True giunge alla sua quinta edizione in forma smagliante, presentando grandi e piccoli nomi che in comune hanno un voto di fedeltà alla causa del metallo. L'occasione è ovviamente perfetta per radunare i pochi fan da tutto Europa, che poi tanto pochi non sono: mai come a questo festival si può vedere l'ottimo stato di salute del true heavy metal nel nostro continente… merito delle bands, della birra due euro, dell'interminabile sfilza di bancarelle dove niente è introvabile, delle magliette degli Apollo Ra e degli Steel Assassin, dei giubbetti con impensabili toppe e spillette marchiate dai nomi dei nostri eroi, dell'incredibile quantità di pubblico femminile presente? Non saprei, sinceramente, fatto sta che il Keep It True è un festival perfetto, un'autentica occasione di vivere un'intera giornata all'insegna della nostra fede metallica. I due inviati inconsapevoli di Hardsounds sono stati ovviamente presenti, affrontando un epico viaggio tra Lombardia, Svizzera e Germania in compagnia della cricca toscana capitanata dai colleghi di Flash Luca Cicero e Stefano Giusti, fantastici compagni di viaggio e di concerto che salutiamo con tutto il cuore! Dopo una serata passata a gustare la mai troppo lodata birra tedesca e a cantare a squarciagola i vecchi brani in italiano dei Rosae Crucis, una non troppo riposante notte in albergo e una terrificante colazione a base di qualsiasi cosa le porte del Valhalla si sono spalancate per noi e per tutti gli heavy metal freaks radunati di fronte all'arena… prima ancora di assistere ai concerti eravamo impegnati in acquisti forsennati e sregolati, tra la bancarella dell'immenso Greg Varsamis e le incredibili magliette di Dirk Niggemann, ma nonostante tutto ci siamo goduti un entusiasmante concerto insieme a una nutrita rappresentanza italiana munita di bandiera: i vostri eroi si sono fatti valere ancora una volta!

[IGNITOR]
Questo gruppo di texani in pelle e borchie ha aperto degnamente il festival con una giusta dose di heavy metal da palco. Musicalmente ricordano un po' i Judas Priest di Painkiller, ma anche il classico heavy tedesco di Accept e Warlock. Ottima la prova della bionda alla voce (grande attrazione della giornata…) e buona esecuzione generale. Il pubblico ha apprezzato, anche se c'è da dire che in quei momenti la gente si addensava più intorno alle bancarelle dei dischi che sotto al palco… Comunque una buona introduzione d'atmosfera, sia dal punto di vista musicale che da quello scenico.
(Drake)

[FORSAKEN]
Dall'insospettabile isola di Malta giunge questa misconosciuta band emergente dedita ad un classicismo doom metal devoto all'immarcescibile verbo dei Black Sabbath e (di rimando) a Pentagram, St. Vitus, Trouble e Candlemass: accolti discretamente da un pubblico in crescita sotto al palco ma ancora impegnato nell'acquisto di irreperibili albums o improbabili magliette, i nostri hanno mostrato una buona capacità esecutiva e una gradevole presenza scenica a supporto di una compositiva piuttosto nella media… nulla di nuovo sotto il sole, ma i Forsaken si fanno apprezzare senza troppi problemi in un contesto intransigente come quello del festival tedesco, nonostante l'impudica cover di “Sympthom Of The Universe”, non esattamente riuscita.
(Barbaro Epico)

[STORMWARRIOR]
I tedeschi, lo sappiamo, adorano le tamarrate. La Germania è patria di bands che hanno bandito ogni buon gusto o savoir faire dalla loro musica, devoti a Manowar e Accept ben oltre il limite dell'accettabilità, bands che in Germania spopolano e riempiono i palazzetti con disarmante facilità: gli Stormwarrior sono tra i più fieri prodotti di questa discutibile “German way to heavy metal”, e mietono un successo a dir poco strepitoso con il loro speed/power/epic già sentito e strabordante di cori pseudo-eroici, una formula assolutamente banale e prevedibile che però dal vivo funziona. Gli amanti del genere si sono gustati una belle serie di anthems quali “Odin's Warriors” o “Lindisfarne”, tratti dal recente “Northern Rage”, e i vecchi defenders tedeschi hanno celebrato come manna dal cielo l'esecuzione dei vecchi classici della band (“The Axe Wielder”, “”Signe Of The Warlorde” e l'ingenua “Heavy Metal Fire”). Che dire… sul power metal tedesco è stato detto tutto e soprattutto il contrario di tutto… diciamo che gli Stormwarrior hanno fatto bene il loro dovere, e che chi si accontenta gode!
(Barbaro Epico)

[SKULLVIEW]
Appena gli Skullview attaccano con quel mattatoio di Night Of Metalkill un piccolo manipolo di forsennati impazzisce letterarmente. Per questi americani le incognite principali erano due: prima di tutto il nuovo cantante Eric Flowers, alle prese con l'arduo compito di non far rimpiangere quel pazzo di Quimby Earthquake. In secondo luogo era da verificare la capacità effettiva della band di riproporre dal vivo in modo efficace l'impossibile inferno sonoro che sta nei solchi dei loro album. Da quest'ultimo punto di vista diciamo subito che siamo a livelli più che soddisfacenti: le due asce sono potentissime, precise e maligne, il bassista è qualcosa di assolutamente fenomenale e insieme al batterista riesce a creare quel muro ritmico che è da sempre il tratto saliente del loro epic metal. Per quanto riguarda il nuovo singer si tratta di un giovane cantante che tecnicamente ha ancora un po' di strada da fare (soprattutto in quanto a potenza) e forse deve anche acquisire più di disinvoltura sul palco, ma tutto sommato le carte in regola per sfondare ci sono tutte. Eccellente la scelta dei pezzi. Al già citato pezzo di apertura seguono a ruota altre canzoni dal primo disco, l'irrinunciabile Kings Of The Universe e la conclusiva Skullview (Warrior). Molto convincenti anche i due pezzi nuovi che probabilmente andranno a riempire il prossimo album in sudio. Il pubblico reagisce benissimo e tutto fila liscio come l'olio, a parte qualche imperfezione e alcuni problemi tecnici che perseguitano prima il cantante, poi uno dei due chitarristi che alla fine del concerto infrange il suo strumento a terra evidentemente un po' indisposto… ovviamente i brandelli di chitarra sono diventati automaticamente sacre reliquie assalite selvaggiamente dai fan. Il tutto è stato particolarmente suggestivo…
(Drake)

[SLOUGH FEG]
Personalmente, la band che attendevo con più trepidazione in quest'orgia di vis metallica: da sempre nell'underground, mai celebrati a dovere se non da una minima frangia di critica specializzata e incorruttibile e da una manciata di convintissimi fan, gli Slough Feg possono contare ad oggi su cinque bellissimi album e su un capolavoro assoluto quale il recente “Atavism”, decisamente l'uscita più stimolante, interessante e devastante dell'anno appena trascorso. La manciata di fan di cui sopra ha accolto Mike Scalzi come una vera rock star, e i motivi ci sono tutti: l'energico frontman è un personaggio di caratura altissima, le cui movenze da uomo primitivo non risultano per nulla forzate e la cui bravura strumentale e passione vocale non possono essere assolutamente messe in discussione. Lo show parte in quarta con la maideniana “High Passage/Low Passage”, e la band si mostra subito decisa a non sprecare un solo secondo del (troppo poco!) tempo a disposizione. In un carosello tra celtic metal danzerino e roboante epic metal d'annata, i nostri sciorinano tutti i loro migliori episodi, dalla vecchia “The Wicker Man” (chi osa pensare a una cover dell'abusato brano targato Iron Maiden smetta pure di leggere questo report!) al recente hit “Hiberno-Latin Invasion”, dalla battagliera “Warrior's Dawn” (l'Um-Pow-Wow del pubblico avrebbe potuto rivaleggiare con quello di una carica dei Sioux!) alla surreale “The Red Branch”, tratta dal primo album dei nostri. Confermando di vivere i propri giorni migliori, la band ha toccato il top con l'incredibile trilogia che consacra l'ultimo disco: “Agnostic Grunt”, “High Season V” e la delirante “Starport Blues” eseguite in successione talmente rapida da lasciare il fiato sospeso… lodevole il supporto del pubblico, perfetta la prestazione della band e in particolar modo di Mike, tanto schivo e misantropo giù dal palco quanto caloroso e irruento durante lo show: una graditissima conferma!
(Barbaro Epico)

[INTRUDER]
Terrificanti e arcigni speed-thrashers della vecchia scuola, gli Intruder erano per me un nome del tutto nuovo… ma la notevole carica d'odio e rabbia, a discapito dell'apparenza sospettabilmente nu metal me li ha fatti godere anche dalle retrovie in cui era d'obbligo la ritirata dopo la battaglia scatenata dagli Slough Feg: una band che fa onore alla sua lunga carriera con uno show trascinante e potente, per quanto comunque confermi di far parte dei gregari e non certo dei capiscuola! Forse eccessivi i volumi, che hanno rovinato indubbiamente il sound dello show più estremo e cattivo di questa giornata votata al metallo classico ma che (fortunatamente) è aperta agli estremismi di questo genere che si revela sempre più vitale di quanto non si possa immaginare! E' inoltre da premiare la bravura dei nostri, che hanno mostrato di meritare il posto “importante” in scaletta.
(Barbaro Epico)

[JAG PANZER]
L'orgoglio degli Stati Uniti, principi dell'american metal e autori di un disco-manifesto per i più intransigenti metalheads del pianeta: era inevitabile che il pluriannunciato “Ample Destruction Set” mandasse in visibilio i più accaniti US metal defenders, accalcati sotto al palco dell'ormai caldissima Tauberfranken Halle per salutare Mark Briody e soci! L'ingresso dirompente della band non lascia scampo, e nessun dubbio ha ragion d'essere davanti all'assoluto protagonista di questo entusiasmante show: Harry “the Tyrant” Conklin, un uomo da pochissimi valorosi indicato come il più grande heavy metal frontman del mondo e che qui conferma questa reputazione con una prestazione che definire “perfetta” è dir poco. Per chi non ha mai visto questo autentico eroe nazionale dal vivo le parole non basteranno mai: provate a immaginare un meraviglioso ometto borchiato di tutto punto, con una bomba atomica al posto del cuore pronta a esplodere ad ogni micidiale e perfetto acuto dello show, con una serie di movenze che farebbero impallidire i più blasonati showman della scena metallica e una carica d'energia paragonabile a quella di una scossa da 10000 volt. Lo show parte in maniera per così dire, soffusa, con brani recenti frammisti a classici indiscussi quali la mastodontica “Iron Eagle” o l'eroica “Chain Of Command”… ma è quando si inizia a fare sul serio che la folla si scalda! La vetusta e divertentissima “Battle Zones”, la fondamentale “Warfare”, l'irresistibile “Generally Hostile”, l'epicissima “Symphony Of Terror” e l'atmosferica suite finale, nientemeno che “The Crucifix” sono state un autentico tributo alla storia del metallo americano di cui nessuno dovrebbe fare a meno, e il cui potenziale live è stato celebrato degnamente da una band in forma a dir poco perfetta. Unico appunto: Chris Broderick, un chitarrista solista di scuola troppo moderna e “sweep-oriented” per una band del valore dei Jag Panzer… ma questo è una vita che noi defenders lo diciamo!
(Barbaro Epico)

[RUFFIANS]
I Ruffians, primo gruppo di Carl Albert (storico singer dei Vicious Rumors), non hanno mai prodotto un album vero e proprio e si sono fatti strada nella sconfinata scena underground americana degli anni ottanta solo con un Ep, un paio di demo e altrettante raccolte. Proprio per questo ero un po' perplesso nel vedere la loro posizione così in alto nel bill del Keep It True… Poco importa; il loro heavy metal potente e melodico, che ricorda gruppi come Lizzy Borden, Malice o primi Queensryche, ha reso molto in sede live e la loro lunga esibizione è stata un apprezzata un po' da tutti. Oltre ad una buona varietà di pezzi i Ruffians hanno investito molto in termini di look e presenza scenica con risultati più che soddisfacenti.
(Drake)

[RAVEN]
Non è un caso se il leggendario Live At The Inferno è sempre stata la testimonianza più significativa della lunga carriera dei Raven… La loro musica è concepita per essere suonata dal vivo e un concerto così intenso ne è la prova inconfutabile. Tre pazzi scalmanati (che, almeno in quanto ad attitudine ed enfasi, dimostrano poco più di vent'anni) riescono da soli a fare un chaos allucinante ricreando un'atmosfera degna degli eighty. Atletici come il loro rock i Raven si lanciano in una lunga serie di pezzi che hanno fatto la gioia di una folla in estasi. L'inno Rock Until You Drop è stato ovviamente cantato a squarciagola, per non parlare di altri grandi classici della Nwobhm come Hell Patrol, Don't Need Your Money, Faster Than The Speed Of Light e All For One. Raramente mi è capitato di vedere tanta energia e una tale disinvoltura nell'esecuzione dei pezzi. A quanto pare i Raven non studiano nulla a tavolino; semplicemente salgono sul palco e improvvisano sfruttando tutti i mezzi che hanno a disposizione. Tanto per rendere l'idea si potrebbe raccontare di quando è finito sul palco un malcapitato bicchiere di plastica e John Gallagher ha iniziato a palleggiarci allegramente mentre suonava senza concedersi la minima sbavatura. Insomma, questi sì che sanno come tenere un palco… Uno show da manuale.
(Drake)

[VIRGIN STEELE]
La nota dolente. Incredibile ma vero, i Virgin Steele si sono rivelati l'unica vera delusione di questa giornata altrimenti quasi perfetta... certo, uno show che per David DeFeis può dirsi di basso profilo sarebbe perfetto per altre bands, ma nessuno, neanche i fan più accaniti (di cui faccio orgogliosamente) può negare la pessima forma della band in questa giornata forse fin troppo canonica per degli esploratori sonori quali i Virgin sono sempre stati! Problemi di suono innanzitutto, con un basso eccessivamente alto a coprire tutto il resto e una chitarra soffusa e innocua (suonata da un Ed Pursino incredibilmente ignaro e svogliato), tastiere dal sound quasi ridicolo e una batteria suonata con la consueta perfezione dal macinasassi David Gilchriest ma insufficiente a reggere il peso dello show. Unica prestazione veramente buona quella offerta da David DeFeis… il volume alto della voce non ha messo in luce alcuna pecca, anche quando il nostro eroe si è lanciato in falsetti mirabolanti sulla scia di quelli dell'epoca “Guardians Of The Flame”! Anche la presenza scenica del piccolo grande uomo non ha lasciato a desiderare, ma comunque l'impressione è stata quella di una band che avesse poca voglia di suonare, impressione confermata da un pubblico perplesso, diviso equamente tra il deluso e il disinteressato. Peccato perché la band ha come sempre sfoderato una scaletta di tutto rispetto, incentrata sui due “House Of Atreus” ma che ha ripescato anche vecchie glorie quali “Noble Savage” o “The Burning Of Rome”… insomma, una grande attesa che non è stata ricompensata giustamente da una band che speriamo essere stata afflitta da problemi temporanei e rivedremo certamente in forma migliore nel prossimo futuro!
(Barbaro Epico)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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