LABYRINTH
Venice
Rock Festival - Fusina (VE)
16/07/2005
REPORT Daniele "Tormentor" Amato
Serata difficoltosa questa, per il Venice
Rock Festival. In concomitanza con il concerto di stasera (che
prevedeva ben cinque gruppi italiani, ovvero Black Hill, Amnesia, Warchild,
Mesmerize e gli headliner Labyrinth con succoso ingresso gratuito) ci sono
infatti il massiccio Evolution Festival, il Badia Rocks e la festa veneziana
del Redentore che ogni anno fagocita decine di migliaia di persone nella città
più bella del mondo e litorali attigui. A fronte di ciò e col
senno di poi, bisogna dire che l’affluenza è stata abbastanza
buona.
Arrivato con mostruoso ritardo sul posto, mi porto sotto il palco con i MESMERIZE
che stanno dando gli ultimi ritocchi alla strumentazione prima di iniziare.
Il concerto parte con l’opener dell’ultimo lavoro
“Stainless”,
sul quale sarà incentrato l’intero set, “The Burn”;
impossibile non notare gli ottimi suoni, precisi e potenti, che fuoriescono
dalle casse e un Folco Orlandini, clamorosamente identico al Freddie Mercury
dell’epoca d’oro, decisamente in forma. Il concerto della band
è stato piuttosto breve, con “Wind Chaser”, “Bitter
Crop” e “Ragnarok” sugli scudi, inframmezzate da una cover
discretamente eseguita di “Hail And Kill” dei Manowar, ma i cinque
hanno dimostrato di saperci fare davvero sul palco, sia per tecnica che per
feeling. Complimenti.
Dopo un prolungato cambio palco è il turno degli attesi LABYRINTH;
l’ultima volta che li vidi era il 2001, di supporto a “Sons Of
Thunder”, ma ammetto di non averli poi seguiti molto nonostante li ritenga
una delle band italiane più valide e lontane dal power fantasy bavarese
in circolazione.
L’apertura è affidata alla potente “L.Y.A.F.H.”,
con i musicisti che si presentano da copione vestiti di bianco e Tiranti con
le braccia legate dalla camicia di forza; come per il concerto dei Mesmerize
l’audio è ottimo, se si esclude qualche feedback di troppo alla
chitarra di Pier Gonnella (autore di una prestazione maiuscola nonostante
qualche sbavatura). Dopo i primi tre brani Tiranti ringrazia il ristretto
pubblico e annuncia una pausa di mezz’ora per poter godersi tutti insieme
i fuochi artificiali sparati da Venezia, fuochi che alcuni hanno visto e altri
no come il sottoscritto, per qualche misteriosa ragione. Il concerto riprende
celermente con “State Of Grace” (unica traccia estratta da “Return
To Heaven Denied” oltre alla scontata “Moonlight”, reclamata
fin dall’inizio e “Lady Lost In Time”) seguita a ruota da
“Slave To The Night”, mentre a fare la parte del leone sarà
il recente “Freeman”
con la title-track, “Deserter”, “Nothing New”, “Infidels”,
“Dive In Open Waters” e “M3”, e a rappresentare di
nuovo “Labyrinth”
sarà la tiratissima “Just Soldier (Stay Down)”, con Tiranti
che durante il mitragliante finale apparirà on stage con un enorme
fucile ad acqua per sparare sul pubblico (peccato che il getto fosse a dir
poco scarso, raggiungendo a malapena le prime file). Conclude il tutto il
classicone “Moonlight”, brano simbolo della band che ho visto
cantare anche da gente che sembrava lì per caso. Tolto ciò,
una performance maiuscola per tutti quanti, da Stancioiu, un martello come
al solito, a Cantarelli e Gonnella ottimi sia in ritmica che solista e un
Tiranti in forma smagliante che ha sfoderato più volte acuti da mal
di testa. Gran bel concerto.
Un saluto ai soliti coltissimi soggetti che al posto di andare a godersi una
birra o al cesso se ne sono usciti con il classico “andate a casa!”,
“froci” e apprezzamenti del genere, che nel caso dei Labyrinth
(ma in qualsiasi altro caso, la maleducazione non ha scusanti) sono decisamente
fuori luogo. La prossima volta state a casa a ubriacarvi ascoltando i Mayhem,
ma tenete in conto che non potrete dare del finocchio a nessuno se non ai
vostri degni compari. E detto da me vuol dire tanto, fidatevi.