LAMB
OF GOD
DEVILDRIVER
THE AGONY SCENE
New Age - Roncade (TV)
16/12/2005
REPORT AND PHOTO Daniele "Tormentor" Amato
E' un New Age pronto a ricevere, per citare i Superjoint Ritual, "A Letal Dose Of American Hatred" quello che si presenta al folto pubblico venerdì 16 Dicembre. L'affluenza, vera incognita della serata, ha finito per rivelarsi davvero notevole, per la gioia di organizzatori e soprattutto band.
Il
primo gruppo a calcare le assi dello stage sono i THE
AGONY SCENE, freschi di pubblicazione sotto Roadrunner del loro secondo
album "The Darkest Red". Il quintetto può già contare
su un buon numero di teste sotto il palco, inclusi un paio di fan scalmanati,
e fornisce una prova potente e granitica incentrata per lo più sul
già citato "The Darkest Red", dal quale sono estratte le
potenti "Scapegoat", "Scars Of Your Disease" e la melodica
"Prey", che se su disco è un buon brano e nulla più,
dal vivo diventa un pezzo davvero irresistibile. Unica pecca della loro (breve)
performance è stata una presenza scenica un po' acerba e troppo dimessa,
che se ha consentito una esecuzione chirurgica, ha d'altra parte penalizzato
il coinvolgimento complessivo. Ad ogni modo, più che convincenti.
I DEVILDRIVER, creatura del carismatico e amatissimo
Dez Fafara, erano attesi veramente da un sacco di persone, alla pari degli
headliner Lamb Of God. Il passato coalchamberiano del singer italo-americano,
sommato alla strabiliante qualità dei due dischi partoriti, ha sicuramente
pesato sul successo del live act di stasera. Suoni purtroppo confusi e impastati
che hanno incasinato diversi passaggi (cosa di cui le esibizioni di Agony
Scene e Lamb Of God sono state prive), ma presenza scenica e tiro notevole,
con Dez che entra sul palco sventolando un enorme tricolore e dà il
via alle danze con "End Of The Line". Setlist spaccata a metà
tra il debutto e il recente "The Fury Of Our Maker's Hand" e pubblico
in visibilio durante "I Could Care Less", "Hold Back The Day",
"Nothing's Wrong" e "Driving Down The Darkness", incalzato
dal carisma interpretativo di Dez e dalle movenze selvagge del bassista Jon,
uno che dovrebbe richiedere il porto d'armi per i capelli. Tra un siparietto
dedicato a fare gli auguri proprio a Miller e una carellata di videocamera
che immortala il pubblico per 'un prossimo dvd dei Devildriver', i cinque
si congedano con onore lasciando soddisfatta ogni singola persona accorsa
per loro. Come per i Coal Chamber, la classe non è acqua, e Fafara
lo ha confermato senza tante storie.
DEVILDRIVER
setlist
End Of The Line
Nothing's Wrong
The Mountain
Grinfucked
I Could Care Less
Hold Back The Day
Ripped Apart
Driving Down The Darkness
Meet The Wretched
Un veloce cambio palco, allietato da un tizio della crew dei LAMB
OF GOD che, probabilmente in preda ai fumi dell'alcol, si lascia andare
ad apprezzamenti coloriti nei confronti delle ragazze italiane lascia il posto
ai cinque macellai statunitensi, che annichiliscono subito il pubblico assetato
di sangue con i primi due pezzi dal loro ultimo "Ashes Of The Wake",
"Laid To Rest" e "Hourglass". Il sound è praticamente
perfetto, compatto e fa male come una bacchettata sulle dita; Blythe è
un vero ciclone, urla, sbraita e salta come una cavalletta sul palco mentre
incita il pubblico totalmente in suo controllo. Una presenza scenica ridotta
al minimo indispensabile per quanto riguarda gli altri membri (escluso il
paffuto Willie Adler, prodigo di sorrisi e smorfie verso il pubblico durante
tutto lo show), che compensano con una precisione strumentale sbalorditiva.
Credo di poter affermare, senza troppe riserve, che i Lamb Of God siano l'unica
band che è riuscita ad ereditare il sound al cemento armato che fu
dei Pantera dell'epoca d'oro, dimostrandosi su palco una oliatissima macchina
da guerra che non fa prigionieri. E del resto è davvero difficile essere
clementi con l'audience quando si suonano pezzi del calibro di "11th
Hour", "Ruin", "Omerta", la vecchia "Bloodletting"
risalente al periodo Burn The Priest, il classico "The Subtle Arts Of
Murder And Persuasion" e la commovente "Vigil", forse uno dei
brani più belli che il metal moderno americano abbia sfornato negli
ultimi anni. La folta audience trevigiana non fa mancare supporto alla band,
visibilmente soddisfatta dell'accoglienza ricevuta e che non risparmia ringraziamenti
e strette di mano. Il massacro si conclude con "What I've Become"
e "Black Label", che lascia il posto alla visone del parterre del
New Age, una sorta di campo di battaglia post atomico, dal quale un mio amico
sbucherà e, sudato, spettinato e affannato come avesse corso la maratona,
mi dirà semplicemente 'che macello', col sorriso sulle labbra. Ecco,
questo è stato il concerto dei Lamb Of God.
LAMB
OF GOD setlist
Laid To Rest
Hourglass
As The Palaces Burn
Now You've Got Something To Die For
11th Hour
In The Absence Of The Sacred
Ruin
Omerta
Pariah
The Faded Line
Bloodletting
The Subtle Arts Of Murder And Persuasion
Vigil
What I've Become
Black Label