MANILLA
ROAD
ROSAE CRUCIS
GUNFIRE
BATTLE RAM
Brunch Live
- Porto D'Ascoli
12/04/2004
REPORT Barbaro
Epico
PHOTO Barbaro Epico
Quando
si ha a che fare con la Storia della Musica Pesante, spesso prevale un certo timore
reverenziale nei confronti di chi quella Storia la ha scritta, timore che a volte
è giusto e sacrosanto, e dovuto esclusivamente alla musica, altre volte
invece dipende dal ridicolo status di rockstar assunto da certe celebri (fin troppo,
direi) stelle del genere. Ovviamente il primo è il caso dei magnifici,
immortali Manilla Road, ma avendo davanti gente così semplice, così
alla mano, così convintamente fiera della propria musica e così
noncurante del consenso delle masse, quello che prevale è una grandiosa,
irresistibile empatia, quella che si può provare soltanto vedendo che gli
uomini che hanno scritto canzoni che hanno fatto per tutti la Storia della Musica,
e per altri la Storia della Vita, sono appunto uomini, persone, con nelle vene
il dono dell'arte. E che, dopo venticinque anni e passa di carriera, si sbattono
ancora nei piccoli locali, vedendo i propri fans faccia a faccia, lontani dal
clamore e da qualsiasi trend. E tutto ciò è semplicemente magnifico.
Meno magnifico è invece constatare come il metallaro medio italiano
sia in realtà quando di più lontano dallo spirito dell'heavy metal
ci possa essere. Eh sì, perchè heavy metal significa anche concerti,
non solo capelli lunghi/magliette coi mostri/borchie/chiodo/catene. Heavy metal
significa arte, sangue e sudore. E, al di là del fatto che l'epic metal
è un genere d'èlite per sua stessa concezione e che i Manilla non
potevano certo riempire San Siro, è semplicemente RIDICOLO, INTOLLERABILE,
DISGUSTOSO vedere un tale mortorio di fronte a una band venuta direttamente dall'America.
Possibile che siamo così in pochi ad apprezzarli? Dove sono tutti i sedicenti
fan dell'epic metal pronti a combattere crociate in nome del metallo, a decapitare
le teste degli infedeli e a fare colazione con budella di truzzo farcite col silicone
delle tette di Britney Spears? Non so, forse saranno andati a dormire fuori dal
negozio di CD per prendere il tremiladuecentesimo singolo di Dance Of Death con
allegati polsini, forse staranno leggendosi i concept dei Rhapsody, forse staranno
ordinando su internet i pupazzetti dei Metallica... ai posteri, ma soprattutto
ai poster di Bruce Dickinson in pose da James Dean, l'ardua sentenza.
Intanto, noi che l'heavy metal lo viviamo e lo amiamo sul serio, parliamo di musica:
ci tengo a specificare come il concerto dei Manilla Road sia stato un evento di
portata cosmica, ho avuto la fortuna di vedere entrambe le date e posso confermare
che quello che dico in questo live report vale anche per la data di Brescia, che
è stata forse persino più convincente dal punto di vista musicale
anche se ha eseguito qualche pezzo in meno ("Isle Of The Dead", "Cage
Of Mirrors", "Far Side Of The Sun", "Atlantis Rising",
"Dig Me No Grave", "Born Upon The Soul"), ma ho scelto di
parlare della data di Porto D'Ascoli principalmente perchè è stata
la prima delle due, la più emozionante, e soprattutto perchè ho
potuto assistere e fotografare a tutto lo show, guest compresi, che si sono ben
difesi anche se pressati ciascuno in mezz'ora scarsa di show, per lasciare il
giusto spazio ai signori della serata. Dunque, bando alle polemiche e alle sacrosante
recriminazioni e cominciamo!
BATTLE RAM
Ormai una sicurezza
del panorama metallico italiano, è spettato ai Battle Ram il compito di
rompere il ghiaccio di questa serata all'insegna dell'heavy metal più puro,
nobile e incontaminato. Ormai lo si sa, dal vivo i marchigiani ci sanno fare,
per di più giocando in casa hanno potuto contare su un supporto che, ahimè,
i loro successori non hanno neanche intravisto. Quattro dei cinque pezzi sono
anthem collaudati e perfettamente funzionali in sede live, mentre "A Warrior's
Life And Death" è un nuovo brano dalle belle atmosfere vichinghe e
dalle melodie d'altri tempi. Come sempre, bravissimi Battle Ram!
Scaletta:
- Burning Lives
- The Vow
- Beheaded
- A Warrior's Life And Death
- Battering Ram
Voto: 80
GUNFIRE
A me
del tutto ignoti, i Gunfire provengono da Ancona dove hanno militato per parecchi
anni nell'underground... forti di brani melodici e d'impatto sulla scia di Judas
Priest, Rainbow ed Helloween, i ragazzi sul palco ci sanno fare, compensando un
songwriting non esattamente geniale e non sempre ispirato (ma comunque sempre
funzionale) con una passione evidente ed un'esecuzione partecipe. La ricetta è
sempre quella, nulla di assolutamente sconvolgente, ma senza dubbio buona la prova
di una band che sinceramente mi pento di non aver mai seguito!
Voto: 70
ROSAE CRUCIS
I Rosae Crucis, chiamati
per la seconda volta al cospetto dei Manilla Road, hanno sfoderato uno show tutto
basato sulla potenza e l'aggressività, incattivendo ancora di più
canzoni già di per sè pesanti e barbaramente feroci... e ancora
una volta hanno pagato lo scotto del loro approccio immediato e d'impatto: se
da una parte l'attitudine della band è incontestabile, dall'altra i guerrieri
romani hanno ancora una volta risentito dei problemi dovuti a un'esecuzione non
sempre precisa e ad un sound fin troppo caciarone e confusionario... continua
sempre a rimanere l'impressione che i nostri possano fare meglio, soprattutto
visto che in effetti i pezzi dal vivo rendono decisamente bene! Notevole e da
apprezzare la scelta di Ciape di cantare una buona metà di "Worms
Of The Earth" in italiano, come nella versione originale... forse spronato
da qualcuno (chissà chi...) che la cantava a squarciagola nell'idioma natio
dalla prima fila! Un po' meno da apprezzare la scelta di eseguire una cover dei
Manilla ("Road Of Kings") comunque ben adattata al contesto distruttivo
della band romana. Un buono show per una band che ha avuto il più scandaloso
calo di pubblico... dieci persone in prima fila sono veramente poche.
Scaletta:
- Gates To Abominion
- Bran Mac Morn
- The Justice Of Roma
- Road Of Kings
- Worms Of The Earth
Voto:
75
MANILLA ROAD
Terminati i tre (gustosissimi)
antipasti, ecco che sul palco del Brunch compaiono le vere star della serata...
o meglio, star non è un termine adatto a gente come i Manilla Road: loro
hanno sfoderato il VERO metal, il VERO amore, la VERA arte, in due ore e mezza
di musica con una scaletta da paura (leggere per credere!). Dal punto di vista
tecnico, semplicemente ineccepibili: l'enorme classe alla chitarra di Mark Shelton
si è rivelata inossidabile, e sulla sua BC Rich Warlock fucsia (ormai un
vero proprio simbolo) l'eroe di Wichita è riuscito a forgiare vere e proprie
magie, col suo inimitabile stile e la sua interminabile inventiva. Quest'uomo
fa con tre dita robe che i moderni professoroni della chitarra non si sognano
neanche, ragazzi... per non parlare dei continui numeri da circo come suonarla
sopra la testa e amenità del genere! Brian "Hellroadie" è
migliorato in maniera incredibile, sia sotto il profilo della presenza scenica
(niente più mosse e smorfie ridicole e decisamente fuori luogo), sia come
singer: ora la sua voce è veramente il degno appoggio di Mark, che comunque
ha cantato da solo le parti che in effetti solo lui poteva cantare (ad esempio
gli intro acustici, momenti di autentica magia), rivelando come la sua voce sia
in grado di stupire e commuovere come ai vecchi tempi. Anche Harvey, fratello
di Brian, si è rivelato bassista di talento, ma chi più di tutti
ha stupito è stato il ragazzino dietro le pelli, Cory Christner. Quest'uomo,
preoccupantemente somigliante allo stupidotto medio dei telefilm americani di
dieci anni fa, è un autentico mostro di bravura, capace di prodezze tecniche
degne dell'illustre predecessore Randy Foxe, un vero tornado!
Dal punto
di vista emotivo, se possibile, la band ha veramente dato il meglio di sè:
non capita tutti i giorni di vedere un nome che ha fatto la storia del nostro
genere preferito, e ha scritto le tappe fondamentali dell'Epic Metal, a contatto
così stretto coi fan, in numero scandalosamente esiguo ma estaticamente
coinvolti nello show! Mark The Shark e soci non si sono minimamente scomposti,
anzi hanno tratto dall'energia delle prime file l'essenza stessa che ha dato vita
a uno show di rara bellezza, con tutta la band (ma soprattutto Mark ovviamente)
impegnata a rievocare le atmosfere magiche, pagane, oscure ed epiche di un'intera
discografia. Notevole l'umiltà dimostrata nel tralasciare quasi del tutto
l'ultimo, lievemente deludente, "Spiral Castle", tributando invece con
tre canzoni il penultimo "Atlantis Rising", e saccheggiando i dischi
storici, in particolar modo "Crystal Logic" da cui sono state tratte
ben cinque canzoni, forse trascurando un po' "Open The Gates" ("Metalstorm"
e "The Ninth Wave" gli unici veri classici mancanti all'appello, insieme
a un pezzo difficilmente riproponibile dal vivo come "The Deluge").
Per il resto, un susseguirsi di classici senza tempo che eseguiti dal vivo acquistano
uno smalto incredibile... l'apertura è stata addirittura affidata ad un
grandioso medley di vecchia data, ovvero "Masque Of The Red Death By The
Hammer Of The Witches Brew", in cui 3 brani tra i più aggressivi mai
composti dalla band si stemperano nella conclusiva "Witches Brew" con
naturalezza incredibile. Da segnalare episodi inaspettati come la vecchissima
"Far Side Of The Sun", o la sempreverde ma trascurata "Flaming
Metal System" (aperta da un incredibile solo di Shelton che cita persino
l'Inno alla Gioia di Beethoven), e soprattutto un penso che mai avrei creduto
di ascoltare dal vivo: "Up From The Crypt", la spietata, devastante
e feroce opener di Mystification, assalto di puro thrash metal che ha schiantato
più colli in 3 minuti di quanti ne accarezzerebbero certe band moderne
in mezz'ora. Anche da ricordare l'esecuzione di "Queen Of The Black Coast",
con Matteo dei Jotunheim alla voce e Gianluca dei Battle Ram alla seconda chitarra,
a commemorare l'ormai evidente rapporto di stima reciproca tra i giovani leoni
dell'underground e gli immortali numi tutelari dell'Epic Metal.
Nel
corso dello show sono da segnalare i ripetuti ringraziamenti di un esaltatissimo
Mark Shelton, culminati in un grandioso "fly the horns!!!" all'insegna
del più puro spirito heavy metal, o anche episodi di grande umanità
come l'intro dell'immortale "Cage Of Mirrors": per problemi di amplificazione,
Mark non ha potuto suonare gli armonici che facevano da sfondo alle prestazioni
vocali, e ha chiesto al pubblico di accompagnarlo in uno dei più bei momenti
rilassati della storia della band... pura estasi! Potrei parlare per ore di questo
concerto... ma mi limito a chiudere con il trittico, autentico crescendo emotivo,
che ha posto fine a questa meravigliosa esperienza: dalle atmosfere senza tempo,
misteriose ed enigmatiche dell'eponima "Mystifcation" all'epicità
irresistibile ed eroica di "The Veils Of Negative Existence", per chiudere
con uno degli autentici inni di questa musica: quella "Dreams Of Eschaton"
che riunisce in sè la paura e la speranza, le lacrime e l'acciaio, l'enigma
della Storia e il sogno della Leggenda. Le lacrime per me come per molti altri
sono state sfiorate più volte... ma mentre Mark e Brian cantano in coro
"Remember well my friend, a Warlord never cries..." non si può
piangere. E, come giusto che sia, è l'incredibile e imperituro solo di
Shelton, interminabile quanto commovente, a chiudere quello che è stato
uno dei più grandi concerti ai quali io abbia avuto la fortuna di assistere.
E che i Signori della Luce siano con voi.
Scaletta:
- Masque Of The Red Death
- Death By The Hammer
- Hammer Of The Witches
- Witches Brew
- The Riddle Master
- Queen Of The Black Coast
- Road
Of Kings
- Dig Me No Grave
- Atlantis Rising
- Isle Of The Dead
- Up From The Crypt
- Born Upon The Soul
- Open The Gates
- Resurrection
- March Of The Gods
- Far Side Of The Sun
- Flaming Metal System
-
Necropolis
- Cage Of Mirrors
- Divine Victim
- Mystification
-
The Veils Of Negative Existence
- Dreams Of Eschaton