NEVERMORE + GUEST
Alcatraz - MI -

07/10/2003


REPORT Eomer

 

 

 

 

   

I Nevermore fanno il proprio ritorno in Italia dopo poco più di due anni, visto che l’ultima esibizione nello Stivale del gruppo di Seattle risale al Gods Of Metal del 2001; l’attesa è ovviamente alta, soprattutto considerando anche l’ultimo studio work della band, quell’ ”Enemies Of Reality” capace di raccogliere ampi consensi dalla stragrande maggior parte dei media specializzati.
Un'unica data prevista per la nostra Penisola, che guarda un po’, vedrà lo show svolgersi all’interno dell’Alcatraz, locale milanese che negli ultimi anni sta quasi monopolizzando i metal happenings di medie-grandi dimensioni.

Il traffico milanese (una sorta di girone dantesco per motorizzati) non impedisce al sottoscritto di arrivare innanzi al locale verso le 18.30, giusto in tempo per mangiare e bere qualcosa e per fare due chiacchiere con la schiera di fans già presente fuori dall’enorme portone d’ingresso.
Con qualche minuto di ritardo i gendarmi dell’Alcatraz danno il via libera a noi kids e la massa di lungocriniti metallonzi viene risucchiata pian piano all’interno del locale, come granelli di sabbia che passano al livello inferiore di una clessidra.

Nei giorni precedenti al concerto era stata diffusa la notizia che gli Arch Enemy, la band che avrebbe dovuto aprire per i Nevermore, non si sarebbe presentata a causa di un virus che avrebbe messo ko tre dei cinque membri della band (peggio della peste bubbonica se visto con le giuste proporzioni).
Rassegnato, ormai da qualche giorno avevo accantonato l’idea di vedere dal vivo il gruppo dei fratelli Amott (peccato, con Michael avrei visto un pezzettino dei Carcass…) accontentandomi, con rispetto parlando, dei nostrani Guilty Method.
La band lombarda, semisconosciuta ai più (me compreso, ahimè), sale sul palco puntuale, spiegando la situazione a chi ancora non sapeva della defezione degli Arch Enemy ed inizia il proprio show.
La proposta dei Guilty Method è alquanto originale (e molto più di un semplice crossover), vista la presenza tra i componenti anche di un violinista, e si muove ruotando attorno a coordinate thrash core con evidenti sfumature melodiche.
Parte del pubblico, spiazzata ed evidentemente non abituata all’ascolto di certe sonorità, sebbene non si mostri del tutto restia a ciò, non pare essere coinvolta pienamente dai pezzi proposti dai GM, che comunque forniscono una prova convincente e ringraziano in modo sincero e a più riprese i presenti per l’accoglienza ricevuta. D’altronde trovarsi all’ultimo minuto a sostituire una band del calibro dei quotatissimi (ed in costante ascesa) Arch Enemy, non dev’essere affatto facile: quindi va il mio “bravi” ai Guilty Method. La pagnotta se la sono guadagnata.

Dopo circa quaranta minuti, il tempo necessario per sistemare il palco a dovere e per effettuare il soundcheck, le luci si spengono ed i Nevermore entrano in scena.
“Inside Four Walls” è il brano di apertura, che funziona benissimo per scaldare il pubblico non eccessivamente numeroso presente. La resa audio iniziale è abbastanza lontana dal normale livello di accettabilità e nemmeno in seguito le cose miglioreranno in modo apprezzabile. Peccato.
Il gruppo appare da subito in piena forma, fatta eccezione per Warrel Dane, che non sembra al cento per cento, tant’è che le stecche prese durante lo show sono in numero non trascurabile. Dove comunque non arriva la voce, ci pensano la classe e la teatralità nell’interpretazione a metterci una pezza, portando così la prestazione del biondo singer sulla sufficienza. Diciamo che altre volte volte ho visto un Dane migliore.

La scelta dei pezzi privilegia in gran parte le produzioni più recenti, lasciando solo a “The Seven Tongues Of God” e “Lost”il compito di rappresentare il secondo album “Politics Of Ecstasy”, mentre il primo lavoro è stato completamente ignorato.
I brani si susseguono senza sosta, con un Van Williams a dettare tempi (e legge) dietro il drumkit, accompagnato nella sezione ritmica dal fidato basso di Jim Sheppard. Alle chitarre un Loomis stratosferico (i suoi assoli sono stati uno degli aspetti più positivi della serata) e, nel ruolo di compiaciuta spalla, il buon Steve Smyth, ascia dei Testament, per questo tour in prestito ai Nevermore senza diritto di riscatto.
Tra i pezzi più riusciti va ricordata ovviamente “The Heart Collector”, una delle migliori composizioni di sempre della band, cantata a squarciagola dal pit e, prima, magistralmente introdotta dalla parte acustica di “Dead Heart In A Dead World”, in una sorta di medley di lunga durata che sorprende la platea sottostante, la quale mostra tutto il suo apprezzamento alla premiata ditta Dane & Co.
Se canzoni come “Narcosynthesis” o “The Seven Tongues Of God” hanno mostrato l’aspetto più thrashy dei Nevermore, l’apice del pathos è stato raggiunto con “Dreaming Neon Black”, splendida, melanconica semi-ballad, che ha visto salire sul palco, come special guest, Cristina dei Lacuna Coil, perfettamente a proprio agio nell’integrare con i propri toni alti la cupa sofferenza della voce di Dane.
In definitiva è stato un buon concerto, penalizzato purtroppo da un suono eccessivamente caotico che non ha permesso di cogliere in pieno tutte le sfumature della performance dei Nevermore, un gruppo che, dato il valore, avrebbe meritato sicuramente un’acustica migliore.

Set List
01. Inside Four Walls
02. Never Purify
03. Lost
04. In Memory
05. Narcosynthesis
06. The Heart Collector
07. Ambivalent
08. Dreaming Neon Black
09. Enemies Of Reality
10. No More Will
11. The River Dragon Has Come
12. The Seven Tongues Of God
13. Tomorrow Turned Into Yesterday
14. Who Decides
15. Engines Of Hate
16. The Sound Of Silence

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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