SOILWORK
THE FORSAKEN
Motion Unlimited - Zingonia (BG)
04/03/2004
REPORT
Eomer
PHOTO
Flames Of Hell
Sono passati tre anni dall'ultima volta che ho visto i Soilwork dal vivo, da quando,
nel 2001, fecero da spalla a Nevermore e Annihilator. L'impressione che avevo
avuto allora era quella di trovarmi di fronte ad un gruppo sì valido, ma che necessitava
ancora di un po' di esperienza per poter recitare un ruolo di primo piano sulla
scena metal mondiale. Evidentemente, in quest'ultimo periodo, il combo svedese
è cresciuto in modo non indifferente, sia in fase di songwriting, sia, come ho
avuto modo di vedere, in chiave live.
Ma andiamo con ordine…
Il locale
in cui si è svolto lo show è stato il Motion Unlimited di Zingonia, che ancora
una volta è risultato un posto adattissimo per concerti di piccole dimensioni,
con un'acustica tutt'altro che disprezzabile.
Il calcio d'inizio è stato
dato dai The Forsaken, davanti purtroppo a non più di un centinaio di persone,
che per la maggior hanno assistito alla performance senza scaldarsi più di tanto.
L'esibizione di Anders Sjoholm e soci è stata comunque onesta e senza pecche troppo
evidenti: quaranta e passa minuti di death metal dalle forti tinte vichinghe,
con cavalcate che richiamavano qua e là il death più melodico della scuola di
Göteborg o l'incedere più tumultuoso degli Amon Amarth.
Sebbene la presenza
scenica dei cinque scandinavi fosse comunque più che sufficiente, nemmeno un brano
senza fronzoli del calibro di "One More Kill" (dall'ultimo "Traces Of The Past")
è riuscito a scombussolare il pit sottostante e alla fine ci è voluta una cover
per coinvolgere l'audience in modo maggiore: l'esecuzione di "Blackened" dei Metallica
ha infatti strappato gli applausi più convinti.
Un breve cambio di palco,
mentre il pubblico comincia ad accalcarsi più numeroso davanti alle transenne
(ma purtroppo neanche più di tanto), ed è il turno dei Soilwork.
Gli Svedesi
partono subito all'attacco con "Figure Number Five", seguita a ruota dalla splendida
"Like The Average Stalker": la prima impressione è quella di una band in piena
forma. e nonostante non sia facile sostituire un drummer tecnico come Henry Ranta,
il nuovo arrivato (e a quanto pare provvisorio) Dirk Verbeuren recita la sua parte
senza esitazioni.
La scaletta è composta in prevalenza da brani inclusi negli
ultimi tre album (da "A Predator's Portrait" in avanti), mentre pochissimo spazio
viene concesso al debut "Steelbath Suicide" e al successivo "Chainheart Machine"
(la cui title track è sta comunque perfettamente eseguita) , e forse questa è
l'unica pecca dell'intero concerto.
Speed Strid è decisamente in serata positiva:
l'interpretazione impeccabile di un brano intenso come "As We Speak" ne è la prova,
così come la carica che lo stesso singer riesce a sprigionare urlando al pubblico
delirante sotto il palco, una strepitosa "Needlefeast".
Alla buona prova
delle due chitarre, il cui suono è risultato sempre abbastanza chiaro, si accompagna
l'ottimo lavoro al basso di Ola Flink, una sorta di hippy del nuovo millennio
che sul palco si agita come un indemoniato.
Tra le altre numerosi canzoni
proposte quelle che hanno esaltato in maniera maggiore la folla sono state indubbiamente
"Follow The Hollow" e "The Bringer", entrambe estratte da "Natural Born Chaos",
quello che considero il vero capolavoro dei Soilwork, mentre mi ha lasciato totalmente
indifferente l'esecuzione di "Light The Torch", brano secondo me non all'altezza
della qualità della band.
Così tra un incitamento al pubblico da parte di
Speed Strid e cori dal pit inneggianti al sestetto scandinavo, si arriva agli
encores ("Bastard Chain" e "Distortion Sleep"), poi le luci si riaccendono e il
pubblico pian piano esce dal locale, con la consapevolezza di avere assistito
ad un ottimo concerto.
Un vero peccato il numero esiguo di spettatori: i
Soilwork di adesso meriterebbero un'audience ben più consistente.