SUMMER DAY IN HELL 2004

Centrale Del Tennis (Foro Italico) - Roma
10/07/2004

REPORT Shub Niggurath
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Shub Niggurath

 

 

 

 

 

 

Il Summer Day In Hell ritorna nella Capitale. L'edizione di quest'anno è una delle più eterogenee di sempre; sul palco si sono alternate bands cyber metal, gothic, power e thrash metal.
La Live! ha organizzato quest'evento in maniera esemplare: la location si è dimostrata ottima per quanto riguarda l'acustica ed il Centrale Del Tennis, stando al centro di Roma, è facilmente raggiungibile da chiunque.
L'unica pecca del concerto (ammesso che di pecca si possa parlare...) è da ricercare nell'eccessiva diversità fra un gruppo e l'altro; i fans dei Tiamat hanno snobbato bands come Vision Divine ed Helloween e viceversa.

Purtroppo, per colpa di alcuni problemi avuti alla biglietteria e all'ingresso, non sono riuscito a seguire con la dovuta attenzione (e per intero) la prova della band posta in apertura: i Vision Divine. La band di Olaf Thörsen, comunque, ha offerto una buona prova, nonostante l'esiguo numero di pubblico presente al momento della loro esibizione. Il nuovo singer, Michele Luppi, si è dimostrato sicuramente all'altezza della situazione: è un ottimo singer.

Quindi, il report vero e proprio comincia con l'esibizione dei Tiamat.

TIAMAT:
La band dell'eccessivamente coperto Johan Edlund è sembrata fin da subito come il classico pesce fuor d'acqua. Forse una band del genere dovrebbe suonare al chiuso o, ancor meglio, di notte. Oppure, molto banalmente, dovrebbe avere di fronte i suoi fans.
La maggior parte del pubblico presente era privo di interesse nei confronti dei Tiamat e non c'è voluto molto per capirlo. Poco dopo l'inizio del concerto, alcuni delinquenti (sono sempre i soliti, giovanissimi, nuovi metallari; quegli sbarbatelli che per andare ad un concerto devono presentare all'ingresso l'autorizzazione della mamma e non appena sono dentro non perdono occasione per fare i 'grandi', ostentando chili di borchie, fra una bestemmia e l'altra.) non hanno perso l'occasione per rendersi ridicoli ed oltremodo idioti nel lanciare qualche bottiglia contro i Tiamat, 'colpevoli' di non suonare il loro genere preferito. Nonostante questo inconveniente, la band ha sciorinato i suoi classici in modo davvero soddisfacente, incurante dell'ora improba ed il caldo torrido. Senz'altro degna di nota, fra le tante, la traccia d'apertura di "Clouds": "In A Dream", suonata come ai bei tempi. I Tiamat del 3° millennio centrano poco o nulla col gruppo che nel 1992 ci ha donato "Clouds" e, proprio per questo, era difficile ipotizzare una resa sonora come quella offerta. Johan ha stupito tutti, suonando, quella song in particolare, proprio come quanto fatto su disco. Altro 'picco' del concerto è sicuramente quel caleidoscopio di emozioni che risponde al nome di "Gaia", posta come chiusura di un concerto molto breve, ma intenso e 'commovente'.
Ovviamente, una band come questa merita d'esser vista in tutt'altro contesto e con un pubblico ben più partecipe.

DEATH ANGEL:
Scrivo tutto in una riga: i Death Angel hanno spaccato. La prova migliore del festival l'anno offerta loro.
Per la prima volta nella Capitale, la band dei cugini di origine Filippina, ha offerto una prova ottima ed è apparsa in piena forma.
Sulla loro reunion e sul nuovo disco "The Art Of Dying" si possono muovere tantissime critiche nei confronti della band, una cosa però, è indiscutibile: la loro voglia di suonare. La band ha eseguito sia i nuovi brani, sia i classici, entusiasmando e coinvolgendo praticamente tutti. Era letteralmente impossibile rimanere impassibili e non venir rapiti dalla carica esplosiva di "Seemingly Endless Time" (tratta da Act III, del 1990): anche chi non era lì per loro, veniva 'rapito' e finiva per saltellare divertito, sotto al palco.
Precisi, coinvolgenti ed estremamente divertenti. Hanno offerto un'ottima prova per tutto il concerto ma, se dovessi indicare il 'picco' dello stesso, non posso non parlare di "kill as one" (canzone risalente al demo del 1985 e contenuta nel debut "The Ultra-Violence" del 1987): durante l'esecuzione di questa canzone in particolare, tutto il pubblico era intento ad accompagnare la band nell'esecuzione del brano. Ottimi. Ce ne vorrebbero molti di più di gruppi come i Death Angel, al giorno d'oggi. E' un peccato che abbiano passato gli anni '90 a dedicarsi al funky, avremmo apprezzato più che volentieri altri dischi sulla scia di "The Ultra-Violence" o "Frolic Through The Park". Bentornati.

FEAR FACTORY:
Come i Death Angel, anche i Fear Factory di Burton C. Bell si sono riformati da poco, ma con una differenza: i Death Angel hanno scritto un album che, anche se discutibile, risulta avere un senso. I Fear Factory, invece, hanno creato un album degno di una cover band, ma, nonostante l'esecuzione dei nuovi brani ("Slave Labor", "Cyberwaste", "Archetype"), la prova offerta dalla band è stata davvero sopra le righe. A rendere il concerto dei Fear Factory un 'evento' da ricordare, ci hanno pensato "Demanufacture", "Self Bias Resistor" e "Replica" (tutte tratte dal capolavoro "Demanufacture"), unite a "Shock" ed "Edgecrusher" (entrambe tratte da "Obsolete"). Già questo riesce a far capire che tipo di concerto è stato e quanto possono aver spaccato i FF durante la loro esibizione nella Capitale. Ma, come se non bastassero quegli splendidi classici, la band ha ripescato "Martyr" (dal debutto "Soul Of A New Machine", del 1992), per la gioia di moltissimi. Dopo quest'esibizione, così precisa, potente e carica d'adrenalina, è quasi ovvio pensare a quanto sarebbe stato bello vederli in un concerto da headliner e non in questa posizione, all'interno di questo festival. Se non ci fossero stati i Death Angel, il miglior gruppo di quest'edizione del Summer Day In Hell, sarebbero stati loro.

CHILDREN OF BODOM:
In teoria gli headliner del festival sono gli Helloween. Ma solo in teoria, perché è durante la prova della band del 'bambino prodigio' Alexi Laiho che c'è stata la calca sotto al palco. Chiariamo subito un fatto: l'album migliore dei Children Of Bodom è "Something Wild" ed un concerto senza nessun pezzo tratto da quel disco, non è un 'vero' concerto. A maggior ragione se gli estratti dall'ultimo, discreto, "Hate Crew Deathroll" sono addirittura 5. Nonostante questo, la band ha suonato aggressiva e potente come su disco. Altro inconveniente del concerto (oltre ad una scaletta alquanto discutibile), sono le tastierine dei puffi di Warman, eccessivamente in primo piano (toglievano spazio alle chitarre).
Fortunatamente, Alexi e compagni avevano comunque voglia di suonare ed erano 'in serata', quindi, complici i suoni molto buoni (complimenti ai fonici: i suoni erano più che buoni per tutti i gruppi), durante pezzi come "Warheart" e "Downfall" era difficile non farsi coinvolgere. Alexi, pur essendo un cantante appena mediocre, è un ottimo chitarrista e un buon frontman e, grazie a queste qualità, riesce con molta tranquillità a 'guidare' il pubblico e farlo partecipare nel momento opportuno. Hanno offerto una buona prova, purtroppo per loro però, hanno suonato dopo Death Angel e Fear Factory, ed il confronto pesa.

HELLOWEEN:
Qual'è stato il peggior gruppo dell'intero festival? Gli Helloween, ovviamente.
Pacchiani, svociati, stanchi, obsoleti. Purtroppo, è davvero difficile riuscire a salvare qualcosa dall'esibizione degli Helloween. E' anche 'scomodo' star qui a parlarne: si rischia di risultare oltremodo antipatici. La band, pur muovendosi sul palco e cercando di coinvolgere il pubblico il più possibile, pur suonando egregiamente, è parsa la caricatura di sé stessa. Non credo ci possa essere un esempio migliore di band giunta al capolinea oltre a quello degli Helloween.
Paradossalmente, una scaletta incentrata su brani monumentali ("Keeper Of The Seven Keys", "Futureworld" e "Dr. Stein", fra le altre), ha finito per far apparire alla frutta la band di Weikath. Tutti pronti ad applaudire e ad entusiasmarsi nel sentire "Starlight" come brano d'apertura, salvo poi tapparsi le orecchie, per non cercare di non ascoltare la voce di Deris. Andi Deris è un ottimo cantante, ma sui suoi pezzi, non su quelli di Kiske o di Kai Hansen.
Fermo restando che anche se il concerto fosse stato incentrato solo sui pezzi di Deris, sarebbe comunque stato un concerto appena discreto.
Un concerto da dimenticare al più presto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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