TRADATE IRON FEST 2005
Centro Sportivo - Tradate (Va)

01-02-03-04-05/06/2005

REPORT Zorro11, Raistlin, ColdNightWind, Pierre Hound, Poisoneye, Emo, Eomer & Irondux
PHOTO ColdNightWind, Pierre Hound, Emo & Vale

 

 

 

 

 

 

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* Z11'S DIARY - MERCOLEDI' 1 GIUGNO  * ***************************************

Dopo mesi di preparazione e attenta promozione, siamo finalmente arrivati alla partenza: il Tradate Iron Fest 2005 sta finalmente per aprire i battenti di una davvero indimenticabile cinque giorni. Il sottoscritto è, insieme a Poisoneye, il primo della famiglia di Harsounds a tastare gli animi di tutti gli accorsi, i quali, a conti fatti, dimostrano come il clima dell'evento sia incanalato come meglio non potrebbe essere.
Le esibizioni degli Eurosmith e della Merqury Band, entrambe più che positive (e immortalate fotograficamente dal sottoscritto grazie all'intervento degli amici di Metal Thrashing Mad, capaci di gestire con immensa ed elogiabile professionalità tutti gli aspetti logistici degli eventi legati al TIF 2005), iniziano da par loro a rendere magica l'atmosfera incentrata sul centro sportivo di Tradate, già positivamente affollato nella prima giornata dedicata ai gruppi tributo. L'apertura è quindi delle migliori, e non resta così che attendere l'arrivo della giornata dedicata all'esibizione delle bands italiane, segnalando, tra i main events del mercoledì, l'intrattenimento sul palco di un pittoresco personaggio: frate Cesare, che ha dato prova delle sue simpatiche arti canore nell'esecuzione del suo immancabile inno "Gods Of Metal".
[Zorro11]

[EUROSMITH]

Sono gli Eurosmith gli opener ufficiali del Tradate Iron Fest 2005, un festival che parte sotto tutte le buone luci del caso visti i tanti grandi nomi coinvolti e spalmati in una caldissima cinque giorni, degna davvero dei grandi festival europei.
La tribute band nostrana dimostra subito una incredibile capacità di ripercorrere fedelmente la strada sonora e attitudinale tracciata dai grandi maestri del rock 'n' roll, complici una tenuta del palco assolutamente elogiabile ed una presenza scenica sbalorditivamente uguale a quella di Joe Perry e soci. La serata si apre subito alla grande, grazie all'energia di grandi songs come "Mama Kin" e la nuovissima "The Grind", le quali gettano subito le basi di un'esibizione che strapperà, alla fine, gli applausi dei tanti curiosi accorsi per l'occasione.
La carriera degli Aerosmith viene perfettamente riproposta grazie alle riuscite riproposizioni di classici come "Toys In The Attic", "Rag Doll" e "Love In Elevator", passando ovviamente per le strappacuori ballads "Cryin'" e "Crazy", e senza tralasciare il grande input commerciale ottenuto circa un decennio fa dalle sempre piacevoli "Falling In Love" e "Pink", altre due canzoni che hanno riempito una scaletta che ha intrattenuto, con notevole divertimento, un pubblico mai stanco di lesinare applausi nella circa ora e mezza di show.
Una band preparata e dalle grandi qualità sceniche, un singer simile come non mai a Steven Tyler, e il grande spirito rock riesumato per l'occasione hanno reso l'apertura di questo TIF 2005 assolutamente azzeccata sotto tutti i punti di vista, ottima per ingolosire al punto giusto i tanti fans accorsi dalle più disparate zone d'Italia. E chi inizia bene, come si suol dire, è quasi sempre a metà dell'opera.
[Zorro11]

[MERQURY BAND]
Un piccolo alone di curiosità circondava il sottoscritto relativamente alla Merqury Band, un gruppo che si era presentato al TIF 2005 sotto le buone credenziali a loro attribuite da chi ha avuto la possibilità di osservarli precedentemente dal vivo, non rimanendone, a quato pare, assolutamente deluso.
Anche ad essi, come i propri colleghi di serata Eurosmith, tocca il difficile compito di riportare nell'aria quelle fantastiche sensazioni degne solo di uno dei più grandi nomi della storia della musica, guidato per anni ed anni dalla figura dell'indimenticato Freddy Mercury: i Queen. A conti fatti, e tenuto anche conto dell'incredibile peso accollatosi sulle spalle vista l'oppressiva grandezza dei grandi artisti inglesi, posso sicuramente affermare che l'operazione è risultata indubbiamente riuscita, cosa confermata anche dal successo riscontrato dall'accondiscente seguito di tutti gli spettatori presenti.
Anche la lunghissima discografia dei Queen è stata riproposta con un'azzecata scelta dei brani in scaletta, partendo dalle ottime apripista "Rock You Fast" e "Tie Your Mother Down", e passando per gli altri innumerevoli classici ancora oggi in voga nel panorama musicale. Spazio quindi a pezzi intramontabili come "Another One Bites The Dust", "Kind Of Magic", "Bohemian Rhapsody", "Forever" e "Radio Gaga", tutte eseguite con buona fedeltà rispetto alle versioni offerte dai maestri d'oltre manica, ed intervallate da autentici saggi di tecnica strumentale offerta dagli elementi del gruppo al completo.
Una bella esibizione, una band preparata, ed un bis finale che ha regalato a tutti i presenti una magica versione della celeberrima "We Are The Champions", sono gli elementi che hanno chiuso nel migliore dei modi la giornata dell'Iron Fest dedicata alle tribute band italiane, e che ha funto da autentico e gustoso antipasto per tutto quanto sarebbe ancora dovuto arrivare, tingendo di colori positivi le aspettative dei fans felici come il sottoscritto. Quando si dice andare a dormire felici e soddisfatti, consci che il meglio deve ancora arrivare.
[Zorro11]

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* Z11'S DIARY - GIOVEDI' 2 GIUGNO  * *************************************

Arrivato di buon'ora al centro sportivo del varesotto (erano le 13 circa), trovo ad accogliermi i colleghi Raistlin e Coldnightwind, pronti, per assistere insieme al sottoscritto e a Poisoneye (aggregatosi successivamente), alle prove on-stage dei tanti interessanti nomi del bel paese, primi tra tutti i Raising Fear, che Hardsounds segue da tempo con malcelato interesse.
Come nella miglior tradizione, una buona prima parte della giornata viene utilizzata per capire al meglio tutti i meccanismi organizzativi del festival, quali le modalità di ingresso nel backstage e i possibili luoghi da raggiungere con i pass a nostra disposizione, operazioni assimilate in breve tempo anche grazie all'ottima organizzazione del personale, che ha reso assolutamente semplice e comodo il lavoro di tutti noi giornalisti.
Ovviamente al dovere viene anche affiancato il piacere, rappresentato dallo scorrazzamento tra i tanti stands di cd distribuiti nel centro, fonte come al solito di notevole esborso monetario per accaparrarsi tutte quelle uscite ancora latitanti all'interno delle proprie discografie. Proprio durante questo shopping-tour riusciamo ad incontrare il socio Barbaro Epico, perso insieme ai propri colleghi degli Assedium Drake e Chiccothebest in un angolo curato da una interessante etichetta greca, dedita, in particolar modo, all'import dei generi da loro amati come Epic e limitrofi.
Tutte le bands salite sul palco riescono a scaldare a dovere i tanti presenti accorsi (quasi un miracolo trattandosi del giorno dedicato ai gruppi italiani, solitamente e scandalosamente snobbati), che raramente lesinano applausi verso i i propri idoli. Per il sottoscritto inizia anche l'ingrato compito di recupero dei vari premi messi in palio dagli artisti per il "TIF NIGHT CONTEST", cosa resa meno antipatica grazie al supporto di volta in volta dei vari elementi della redazza, cui va segnalata la comparsa, a metà pomeriggio, di un indaffarato Pierre Hound, impegnato nell'offrire, in qualità di rappresentante Black Dahlia, il supporto manageriale ai Necrodeath.
Le prime luci iniziano a scendere sul suolo del TIF, quando finalmente abbiamo la possibilità di tastare l'efficace organizzazione del servizio mensa, capace di rendere scorrevole e poco snervante l'attesa dei fans per l'acquisto di cibi e bevande. E dopo un piacevolissimo e soddisfacente pasto, consumato con estrema felicità, abbiamo finalmente l'occasione di iniziare a scambiare quattro chiacchere con i tanti amici accorsi per l'evento, partendo dagli indaffarati utenti di Comometal.com sino ad arrivare ai colleghi musicali di Metallus, presenti con il proprio stand al seguito del festival. Ma gli incontri non si fermano di certo qui, perché alla lunga lista dei conoscenti si aggiungono gli elementi dei Wild Side, impegnati a supporto del party, i tanti componenti delle bands coinvolte e, quasi incredibilmente, una figura che per il sottoscritto rappresenta uno degli artisti di maggior talento presenti in circolazione: si tratta di Alessandro Del Vecchio, tastierista e mastermind dei grandissimi Edge Of Forever.
La notevole esibizione dei Domine (reduci dal precedente meet 'n' greet con i fans) cala il sipario sulla data del 2 giugno 2005, la quale vede il sottoscritto, esausto ma felice, riprendere la propria via di casa prima di un doveroso saluto a tutti i colleghi di redazione, che sosteranno in gran parte a trascorrere la nottata nel camping adiacente al centro. Come si suol dire un po' ovunque "buona la prima", i presupposti per altri fantastici momenti c'erano davvero tutti.
[Zorro11]

[GUNFIRE]

Storica formazione marchigiana con sede ad Ancona, da qualche tempo i Gunfire sono tornati a mettere mano all'artiglieria pesante, rispolverando vecchi e nuovi brani per il primo full lenght della loro storica, "Thunder Of War", acclamato in terra di Grecia e pieno di bellissimi brani di classico heavy metal dalle tinte epiche, ben scritto e ben suonato. Dal vivo la perizia dei nostri è garanzia di qualità, mentre la presenza scenica del fenomenale singer e del bassista Maury Lion (visibilmente emulo di Steve Harris) fornisce la giusta dose di metallo stradaiolo alla musica degli anconetani: riffing à la Judas Priest, ritornelli melodici di gusto un po' teutonico, batteria marziale e quadrata ed efficacissima attitudine rock'n'roll completano la ricetta di un gran bel concerto, seguito purtroppo da poca gente (com'era prevedibile per uno show di apertura, soprattutto in una giornata come Giovedì) ma non per questo scialbo o meno professionale.
L'anima i Gunfire ce la mettono tutta, e pur senza particolari punte di diamante riescono a sfoderare uno show compatto ed efficacissimo: i limiti della band sono essenzialmente un songwriting non proprio perfetto e una forse eccessiva ossequiosità ai dettami ottantiani (il ritornello di "Deceiver" per esempio l'abbiamo sentito un po' tutti nella nostra vita), ma in fin dei conti nonostante la lunga carriera sempre di band emergente si tratta, e sarebbe ingiusto non premiarne l'impegno e la bravura per queste questioni da intellettuali, che davanti a uno show sincero e grintoso come questo lasciano sinceramente il tempo che trovano.
[Barbaro Epico]

[RAISING FEAR]
In leggero ritardo rispetto alla scaletta di marcia fanno il loro ingresso sul palco i Raising Fear, band veneta che ha recentemente sfornato il full-lenght d’esordio “Mythos”, sotto l’ala protettrice della Dragonheart Records del presente Enrico Paoli.
Anche se siamo solo all’inizio di questa lunga giornata s’incomincia già a vederne delle belle, il combo non si risparmia di certo e apre le “danze” con l'ausilio della potente Gilgamesh. Risolti i tipici problemi di un open-air relativi all’audio, la band emerge e mostra ai presenti in largo aumento le proprie qualità, trascinandone una buona parte sotto il palco. Anche se la scaletta è breve i brani proposti sono di grande livello, i ritornelli di “Theseus” e “Fenrir” hanno ottima presa sul pubblico che si dimostra preparato e disponibile (un ottimo passo in avanti, visti i “ghiaccioli” che ho trovato negli ultimi mesi di concerti) a cantarne a squarciagola i vari ritornelli.
La rocciosa “Merlin” fa il suo sporco lavoro anche se, parlando schiettamente da fan, avrei preferito riascoltare l’oramai perduta “Amon Ra”. Apice dell’esecuzione è sicuramente il gran finale affidato alla splendida “Thorr” ed alla cover omonima degli storici Angel Witch. Il buon Rob Df là sopra sa il fatto suo, e buona parte della riuscita di questo show sta nelle sue mani, o meglio, nella sua voce e nelle sue ottime abilità di front-man.
Anche i musicisti non sono da meno, una prova matura di un band oramai già collaudata (da segnalare il simpatico intreccio tra il chitarrista Yorick ed il bassista Frana documentato nelle foto, un po’ di sano spettacolo che non guasta mai!). Dai Raising Fear non ci si poteva aspettare nient’altro che un successo, personalmente non vedo l’ora di ascoltare le loro future composizioni!
[ColdNightWind]

[WOTAN]
Personalmente aspettavo da molto la possibilità di vedere i Wotan, alfieri italiani dell'epic metal più belligerante e manowariano, attivi su un palco, convinto come sono dell'incredibile efficacia della loro musica in sede live, e questo festival ha dato la possibilità a me e ad altri die-hard-fans del metallo epico di testimoniare come questa musica in Italia sia realmente viva e presente!
Cominciamo col dire che l'esibizione dei Wotan è stata tutt'altro che perfetta, in particolar modo per colpa delle troppe imprecisioni solistiche di Mario DeGiovanni (visibilmente fuori forma), ma piena di quella passione che può riuscire soltanto a una band sincera e onesta in tutto e per tutto come quella capitanata dal grandissimo singer Vanni Ceni, autore invece di una prestazione maiuscola e perfetta sotto ogni punto di vista. Presentatosi come di consueto in abbigliamento da battaglia, sfoggiando vari oggetti di scena e soprattutto cantando con incredibile trasporto i validissimi brani scelti per l'esibizione, ha praticamente tenuto il palco da solo rendendo il concerto godibile (e goduto) per tutti i fan accorsi a supportare la band.
Brani che già sono inni come "Under The Sign Of Odin's Ravens", la bellissima "Lord Of The Wind" o la conclusiva "Iron Shadows" (su cui Vanni ha sfoggiato il mitico elmo alato e due splendide spade) hanno coinvolto il pubblico più intransigente, e i due nuovi brani eseguiti lasciano presagire grandi cose per il secondo disco dei nostri: in particolar modo "Drink In The Skull Of Your Father", ispirata alla ben nota crudeltà di Alboino nei confronti della sposa Rosamunda (e cantata con un posacenere a teschio tenuto a mò di calice, per gli amanti delle chicche) è veramente una grandissima canzone. Il top si è però avuto sulla splendida "Thermopiles" in cui l'amore per la grande Storia di Vanni e soci è venuto alla luce in tutta la sua sincerità e passione, condiviso peraltro da un manipolo di fanatici inneggianti alla gloria spartana di cui vi lascio immaginare l'identità... insomma un concerto valido seppur lievemente deludente dal punto di vista tecnico: attesa ripagata per chi come me non aveva mai visto i figli di Odino guerreggiare su un palco!
[Barbaro Epico]

[THUNDERSTORM]
Ormai confermati e decorati ovunque come indiscussi paladini del doom metal più ortodosso e sabbathiano anche (forse soprattutto) all'estero, i nostrani Thunderstorm hanno regalato una buona dose di magici momenti a tutti gli aficionados dell'heavy metal più plumbeo e sabbathiano. Fabio "Thunder" è in gran forma e (complice l'ampio spazio condiviso tra i tre soli membri della band) sfodera tutta una serie di piroette e movenze ipnotiche degne di un Ozzy Osbourne con chitarra in mano. Suoni a dir poco ottimi valorizzano il riffing sulfureo e iommiano del templare del doom, supportato dal sempre precisissimo cardinale Omar Roncalli al basso e dal delirante e furioso drumming del dotatissimo Attilio Coldani. Il muro di suono è impenetrabile e denso di saturazione made in Birmingham, e lo show non ha lesinato emozioni per una platea partecipe e visibilmente coinvolta.
I brani eseguiti, giustamente presi dall'ultimo e bellissimo "Faithless Soul", manifestano appieno tutta quella carica groovy che distingue i Thunderstorm dai più ossequiosi emuli di Candlemass e compagnia ottantiana, riuscendo a coinvolgere e smuovere l'audience nonostante l'ossessività delle ritmiche, lente e funebri come si conviene: in particolar modo perle come "In My House Of Misery", "Narrow Is The Road" o la lentissima "Black Light" scatenano un headbanging al rallentatore che può solo rallegrare band e fans di questo genere, tanto di nicchia quanto amato dai suoi officianti.
Applausi a scena aperta a rimarcare l'ottimo stato di forma dei nostri si prolungano ovviamente per il capolavoro della band, quella "Forbidden Gates" dal sapore epico e orientale, che ormai si può definire un autentico classico. Favoreggiati da una presenza scenica che mescola ascesi lisergica e metallico coinvolgimento, i Thunderstorm possono ben vantarsi di uno degli show meglio riusciti della giornata di Giovedì, mostrando appieno come il nostro Paese possa contare su band valide e di sicure potenzialità!
[Barbaro Epico]

[ELVENKING]
E’ bello rivedere le cose al proprio posto.
La famiglia dei nostrani Elvenking negli ultimi anni ha avuto diverse divergenze interne, repentini cambi di line-up che però non hanno apportato variazioni stilistiche o crisi compositive, e per fortuna! Ora le cose sembrano essere risolte: il cantante e maggior compositore, ai tempi di Heathenreel ovviamente, Damnagoras, è ritornato dopo aver risolto i suoi problemi di salute e dopo aver “parcheggiato” il progetto Leprechaun. Assieme a Kleid ha preso il volo verso nuovi lidi musicali anche il chitarrista Jarpen, membro fondatore degli elves assieme ad Aydan, ma quest’oggi sul palco del TiF non m’è sembrato di percepirne la mancanza. Solo grazie al colpo d’occhio sul palco questo particolare è balzato in evidenza, ma i brani ri-arrangiati per un'unica chitarra da Aydan e da Elyghen al violino non hanno di certo sfigurato, abile anche il singer Damnagoras nel destreggiarsi tra le clean vocals e le parti growl nonostante l’affanno iniziale.
Parlando schiettamente da fan, per me è stata una gioia vederlo solcare il palco dopo le prime note di “Jigsaw Puzzle” e vederlo di nuovo lì a muoversi da una parte all’altra dello stage come un disperato con dietro i suoi elves, cosa che ha consolidato in me una certezza: questi sono i veri Elvenking! Nonostante i pochi brani (tre, anche se su una scaletta di otto pezzi non si può pretendere la luna) proposti da quel gran capolavoro che è Heathenreel lo show è stato comunque valido ed avvincente, a dimostrazione del fatto che in Wyrd magia ed atmosfere non sono andate perdute. La conclusiva “Hobs An’Feathers” s’è rivelata degna conclusione di questa fugace apparizione estiva, corredata da un ottima risposta da parte del pubblico. Un bello spettacolo che c’ha dimostrato le potenzialità degli Elvenking (quelli con la E maiuscola) e che ha saputo stuzzicare le voglie di molti fans già desiderosi di un prodotto tutto nuovo da ascoltare e riascoltare...
[ColdNightWind]

[NODE]
Dopo la buona prova dei “ritrovati” Elvenking, a calcare il bel palco del TIF 2005 sono i milanesi Node, freschi di decimo anniversario di carriera e carichi, come sempre, nel presentare il loro assalto frontale ad un pubblico in evidente stato di compiacimento. Solo pochi minuti di melodioso intro ed ecco che la band di Daniel, Gary & Co, comincia a triturare le ossa dei presenti con il suo thrash death senza compromessi. Brani degli ultimi tre dischi si alternano senza soluzione di continuità con il materiale più vecchio, il tutto calato, però, in un contesto di uniformità sonora causa la rielaborazione dei brani tratti da “Ark” e “Technical Crime”, recentemente ristampati dalla casa discografica della band. E’ inutile dire che, a livello di esecuzione, tutti i componenti forniscono una prova pregevole, avvalorata anche dalla perfetta tenuta scenica in concomitanza di svariati black out dell’impianto di amplificazione. Ottima la prestazione anche del nuovo drummer, Marco Di Salvia, che riesce a dare una potenza ed una grinta fuori dal comune al sound già tondo della band! Sempre agguerrito Gary D’Eramo, fino all’ultimo respiro e pronto a prevaricare anche l’amplificazione dell’arena, pur di incitare il pubblico, il suo pubblico, il pubblico dei Node, che via via ha imparato ad amare sempre più la band negli anni e, ultimamente, nei tour che la stessa ha effettuato a supporto di band quali Anthrax e Lacuna Coil! Tra i brani, tutti mostruosi, da segnalare “Thanathophobia”, il classico del 1995, “Ark”, la monumentale “Das Kapital” ed un paio di nuovi brani, che troveranno posto sul nuovo disco in via di preparazione, quali “Shotgun Blast Propaganda” e la titletrack “As God Kills”.
Sulla loro personale torta di decimo compleanno, i Node giustamente pensano, poi, di porre una bella candelina ricordo, ma purtroppo questa candelina si è, a posteriori, rivelata essere un candelotto di dinamite chiamato “Buried Dreams”, con gli omaggi dei Carcass di “Heartwork”… e con buona pace del pubblico, appagato e contento per uno show che, senza gli inconvenienti tecnici, sarebbe stato perfetto!
[Pierre Hound]

[WINE SPIRIT]
Se esiste una band italiana capace di ricalcare, nell'attitudine e nello spirito, i sentieri del più fottuto e adrenalitico hard-rock, questa risponde proprio al nome di Wine Spirit, un monicker che da anni infiamma molti degli stages sparsi per tutta italia, strappando consensi unanimi e commenti entusiasti da parte di tutti coloro che vi si sono imbattuti.
Introdotto all'ultimo nel bill dell'Iron Fest a causa della defezione dei White Skull, il power-trio composto dai superlativi Conte, Guapo e CC Nail ha lettalmente messo a ferro e fuoco il palco della giornata dedicata ai gruppi della nostra penisola, dando per l'ennesima volta dimostrazione delle proprie e sempre notevoli abilità tecnico-esecutive, e sfornando una potente prestazione live davvero senza compromessi.
La scaletta dell'esibizione, incentrata in gran parte sul repertorio proveniente dai due album in studio "Fire In The Hole" e "Bombs Away", ci ha restuito un gruppo in piena ed autentica forma, bravo nel mantere costante il feeling instauratosi con tutti i presenti e attento anche a donare quel particolare piglio spettacolare che accompagna sempre le proprie uscite live, il tutto grazie a delle vere e proprie magie strumentali ormai diventate un vero e proprio marchio di fabbrica.
Così, a cavallo tra i rombanti riffs di pezzi come "Catch 22" e "Proud To Be Loud", e trainati dal supporto canoro del pubblico sulle note dell'omonima "Wine Spirit", l'esibizione dei true rockers nostrani si avvia verso la dovuta (ma malvoluta) conclusione, accompagnata dai convinti applausi dei fans soddisfatti, congedati nel migliore dei modi con un'azzeccata cover della piacevole "I Wanna Be Somebody".
Eh sì, cari Wine Spirit, quando si è con voi è impossibile non sottolinearlo: "We're Proud To Be Loud"!
N.B.: Una nota di demerito va sicuramente segnalata nei confronti dei problemi tecnici che hanno afflitto l'impianto audio, il quale è più volte clamorosamente "saltato", spezzando (purtroppo in maniera decisamente fastidiosa) il feeling e la carica degli appena citati Wine Spirit e di alcune altre bands protagoniste del giovedì.
[Zorro11]

[NECRODEATH]
Quando si parla di Necrodeath, molto spesso il compito di occuparsene viene dato al sottoscritto, vuoi per il ruolo svolto a corredo della band, vuoi per l’intima conoscenza della passione e professionalità che i ragazzi della band profondono in quello che fanno. Nonostante questa sera io debba lavorare 'per' loro, scriverò volentieri 'di' loro!
L’esperienza al TIF 2005, per i Necrodeath inizia in prima serata. Sono le 21.10, il sole ancora ben visibile nel cielo alle spalle del grande palco del TIF, non riscalda più ma è solo una palla arancione che sta andando a trovare altri amici, lasciando il campo all’oscurità. Quale clima migliore per Peso, Flegias, John e Andy? Il pubblico, numeroso, è ora li per loro, per farsi funestare e trafiggere dalle lancinanti sonorità di questi anti divi!
Un cenno! Si inizia. Faccio partire le basi…buio in sala…il rito può iniziare! Ogni volta un brivido mi corre sulla schiena, quando le urla di Flegias su “The Mark Of Dr.Z” rompono i sussurri dell’intro! E’ così da un po’, ormai, ma non si riesce ad esserne stanchi! E’ più forte di qualsiasi volontà ed il pubblico me lo dimostra! Li…tra il mixer e lo stage, una folla mista tra stregati ed increduli si fa sommergere dalle note intramontabili di “Mater Tenebrarum”, dell’anthem ossessivo di “Perseverance Pays”…poi, mi accorgo che tocca a me! Una fitta sequenza di intro e canzoni: devo stare attento, ma purtroppo anche i Necrodeath sono funestati dalle bizze dell’impianto di amplificazione. La prima volta resto gelato all’evento, le volte successive, deluso!
Arriva il momento degli omaggi ed ecco che, direttamente dalla raccolta celebrativa dei primi 20 anni di carriera della band, arriva una paurosa versione ultra malvagia di “Black Sabbath”…e comincia il delirio, la tensione cresce sempre più e ci si accorge che ci vuole il colpo finale…questo pubblico deve ricordare la serata. Bene, allora sono necessari i rinforzi ed ecco comparire sul palco Daniel, Marco e Gary dei Node che insieme a Flegias snocciolano sulla folla inerme un medley niente male chiuso, all’apice, dalla cover di “Countess Bathory” degli immensi Venom!
Forse non è abbastanza, forse ci vuole un’altra scossa e prima di congedarsi dal pubblico di Tradate, i Necrodeath invitano un ulteriore caro amico. Rozzo, cattivo, violento, come la natura vuole, arriva on stage Zanna, mitico ex singer dei Sadist ed attuale compagno d’avventure di Peso nella tribal thrash band Raza De Odio. Zanna e Flegias iniziano a giocarsi il pubblico…sadicamente lo violentano con “Last Ton(e)s Of Hate” e con la cover dei S.O.D. “United Forces”. Che spettacolo, ragazzi! E’ un vero peccato che debba finire qui… Tralascio il discorso esecutivo…non c’è bisogno di raccontarvi del ‘mostro’ di classe e bravura che si cela dietro quella minuscola batteria, del magnetismo del cantato e della relativa interpretazione, della corposità terrorizzante del basso o della distruttiva tenacia e caparbietà del ‘nuovo giovane’ arrivato a sbrandellare le 6 corde…loro sono i Necrodeath ed è da 20 anni che sono in giro. Un motivo ci sarà, o no?
Le nuove leve dovrebbero imparare molto da questi ragazzi, dovrebbero impararne l’umiltà e la professionalità e, magari, guardare negli occhi di Peso, il quale dopo tanta esperienza, si emoziona ancora pochi secondi prima di sedere su quel suo magico sgabellino ed affrontare il suo devoto pubblico!
[Pierre Hound]

[DOMINE]
Dopo la devastazione (letterale) lasciata dai Necrodeath, nella splendida cornice serale del Tradate Iron Fest c’è grande attesa per lo show di una delle band italiane più acclamate e affermate, i Domine, capitanati – come sempre – dal carismatico singer Morby.
Il pubblico si accalca sotto al palco, l’atmosfera è quella giusta, dalle casse si sprigiona “Ouverture Mortale”, tratta da “Emperor Of The Black Runes”, l’ultimo disco della band, introduzione assolutamente perfetta per catapultarci nel mondo della band.
Da quando i cinque musicisti attaccano con la potente “Battle Gods (Of The Universe)”, non ce n’è più per nessuno. Potenza, tecnica e precisione coprono anche qualche piccolo problema tecnico inziale, e dimostrano una volta di più come i Domine, in sede live, non siano inferiori a nessun’altra band italiana. “The Hurricane Master” è un salto nel passato (prossimo) del gruppo, ma a far la parte del leone sono i pezzi del già citato ultimo album. In rapida successione possiamo goderci la complessa “The Aquilonia Suite” e “The Prince In The Scarlet Robe”.
Morby è assolutamente a suo agio, non sbaglia nulla, regala acuti da brivido a destra e a manca senza perdere un colpo. Stesso discorso per gli altri membri della band: prestazione praticamente perfetta, non c’è una sola nota fuori posto, e il pubblico apprezza parecchio. Da segnalare in particolare la grandissima performance dei due fratelli Paoli al basso e alla chitarra, vere colonne portanti del personalissimo sound dei Domine. Senza per questo dimenticare il non facile lavoro di Riccardo Iacono alle tastiere e la precisa potenza di Stefano Bovini dietro le pelli.
Si prosegue ripescando la bella “The Ride Of The Valkyries”, dall’album “Stormbringer Ruler” del 2001, per poi tornare al nuovo album con la coinvolgente “Icarus Ascending”, cantata a squarciagola da tutti i presenti. Piccolo aneddoto: il ritornello di questo brano è rimasto marchiato a fuoco nella mente di noi redattori e collaboratori di Hardsounds, tanto che il giorno successivo non era raro sentire uno di noi che, senza alcun preavviso, si metteva a cantarlo con enfasi.
Il concerto si “chiude” con le splendide “Eternal Champion” e “Dragonlord”, ma nessuno crede che sia davvero la fine. E infatti, come da copione, trascinati dalle urla “Domine! Domine!”, i cinque tornano sul palco per regalarci altri tre pezzi, chiusi dalla formidabile “Thunderstorm”, forse il pezzo migliore mai scritto dalla band.
[Raistlin]

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* Z11'S DIARY - VENERDI' 3 GIUGNO  * *************************************

Trattandosi, per molti, di giorno lavorativo, il venerdì dell'Iron Fest ingrana la propria marcia solo nel tardo pomeriggio, aperto dalla carica degli italianissimi Wild Side, cui spetta l'ingrato compito di calcare il palco quando l'affluenza del pubblico è ancora leggera.
E mentre i guys si preparano per l'esibizione, grazie alla raccolta dei premi già citata in precedenza vengo gettato in un luogo per me davvero incredibile: il camper dove alloggiano i miei idoli Pink Cream 69, coi quali ho l'enorme piacere di scambiare quattro piacevolissime chiacchere, e dimostratisi gentilissimi nel salutare tutti gli utenti di Hardsounds all'interno del clip filmato dal sottoscritto (per scaricarlo cliccate qui con il tasto destro scegliendo l'opzione salva con nome - per vederlo è necessario aprirlo con Quicktime). Ancora incredulo dopo questa inimmaginabile situazione, mi precipito sotto il palco per seguire l'esibizione dei Wild Side (appena iniziata), supportato come nel giorno precedente dai colleghi Raistlin, Coldnightwind e Poisoneye.
La giornata è tutt'altro che esule da impegni, vista l'intervista in programma con Axel Rudi Pell (disponibilissimo unitamente a tutta la band, tra cui spiccano due simpaticissimi Johnny Gioeli e Mike Terrana) e il mio impegno reportistico di tutte le bands del venerdì, nel cui mentre vengono finalmente effettuate le prime premiazioni del "TIF NIGHT CONTEST" ed un veloce pasto serale, prima che il caso mi permetta ancora di incontrare, questa volta con qualche secondo in più a disposizione, il grande Alex Del Vecchio.
La serata si avvia al termine con l'esibizione dei Gotthard (apparsi anche durante l'apprezzatissimo meet 'n' greet), anticipata da un accomodante scambio di opinioni con i fratelli Riccardo e Alessandro Quadrelli, promotori primari dell'evento, oltre che dall'atteso incontro con Pamela della Kizmaiaz Promotions, dimostratasi gentilissima nell'organizzazione pre-festival dell'intervista alla band elvetica. La loro fantastica prova on-stage mette la parola fine tra i titoli della terza giornata del festival, che concludo salutando la partenza, fissata per l'alba del giorno successivo, del collega Raistlin.
Ah, a proposito: al termine dei concerti si aggirava, tra i tanti presenti, una sagoma bionda allegra e piuttosto brilla: era il singer dei Pink Cream 69 David Readman, sceso tra la folla a stringere la mano di tutti i fans.
[Zorro11]

[WILD SIDE]

Tocca ai tricolori Wild Side aprire le danze della giornata hard-rock dell'Iron Fest, forti delle favorevolissme impressioni destate nella data Mozzatese del Motorock As del 21 maggio, e pronti ancora una volta a scuotere il pubblico con la loro autentica carica rock.
La (purtroppo!) breve esibizione del gruppo dà spazio, con ovvia intelligenza, ad un repertorio sapientemente miscelato tra pezzi di propria estrazione e autentici classici del genere, entrambi ottiamente eseguiti dal gruppo al completo, penalizzato solo da una non perfetta resa degli amplificatori spia sul palco. Ciò nonostante, e a discapito di tali problemi tecnici, il combo nostrano dimostra di possedere tutte le doti necessarie per ritagliarsi un proprio piccolo spazio nel panorama hard che conta, incluse una notevole energia live e l'ottimo tiro dal vivo delle proprie composizioni, qui espresse al massimo del proprio potenziale grazie ad una "Wild Side" incredibilmente riuscita e ad una "Believe" assolutamente piacevole.
L'ottima tecnica chitarristica di Richie Newport, integrata e anzi resa più folgorante grazie al lavoro del proprio compagno di strumento Max Passerini e alla sostenuta sezione ritmica formata da Alex Quadrelli (o meglio, Qua-dre-li come sottolineato dalla pronuncia inglese di Richie :) ) e Marco Stefani, ha dato il via nel migliore dei modi a quella che è stata una giornata davvero principesca per il sottoscritto, ovviamente soddisfatto da una partenza piacevole sotto tutti gli aspetti come quella offertaci dai promossi Wild Side. Bella lì ragazzi, a rivederci al prossimo concerto!
[Zorro11]

[FIRE TRAILS]
E dopo la positiva esibizione dei Wild Side, il palco del TIF 2005 viene presenziato da una delle vere e proprie icone della scena hard 'n' heavy italiana: Pino Scotto, rinato con i propri Fire Trails dopo la dipartita dai Vanadium, e presente per il secondo anno consecutivo all'appuntamento con il festival tradatese.
Accompagnato come sempre dal fidato Steve Anghartal alla chitarra, il singer tricolore dà subito parvenza di essere in palla unitamente al resto della band, snocciolando una dopo l'altra le tracce più rinomate provenienti dal repertorio Vanadium, finite successivamente dopo una leggera rielaborazione all'interno del cd di debutto dei Fire Trails. Rock 'n' roll quindi, presentato nelle più autentiche e pure vesti, perfettamente legato allo spirito hard della giornata e intervallato dai soliti dialoghi senza censure di Pino, il quale sembra averne davvero un po' per tutti.
E se nella setlist spicca a dovere quel fantastico momento magico corrispondente al nome di "Goin' On", particolarmente apprezzato da gran parte dei presenti, va sottolineato che vengono gettate nella mischia anche alcune nuove composizioni inserite nel cd di prossima uscita, le quali hanno denotato alcuni spunti davvero interessanti.
L'esibizione si avvia così al termine ben convogliata dal sempre riuscito apporto sonoro di tutta la band, ma non prima che la celeberrima "Long Live Rock 'n' Roll" venga data in pasto a tutti gli accorsi per l'occasione, strappando ovviamente consensi unanimi e riesumando, come nella migliore delle occasioni, un dovuto e quanto mai azzeccato momento di storico appagamento.
Fire Trails, quando suonare rock 'n' roll è un'autentica garanzia di qualità!
[Zorro11]

[PINK CREAM 69]
Attendevo con particolare ansia il ritorno nel nostro paese dei Pink Cream 69, il tutto dopo averli ammirati del 1998 a supporto della data milanese di Bruce Dickinson, allora impegnato nello svolgimento del tour legato al meritevole "Chemical Wedding".
Prima dell'inizio del concerto, in occasione del ritiro di alcuni premi promessi ad Hardsounds dal gruppo tedesco stesso, mi sono trovato incredibilmente a sedere, con la band al completo, sul camper in cui si trovava alloggiata (per salvare il video con i saluti dei PC69 clicca qui col tasto destro e scegli l'opzione salva con nome - per vedere il file è necessario aprirlo con Quicktime), cosa che mi ha provocato un vero e proprio terremoto emotivo, visto il mio innato amore per le sonorità proprie dei guys teutonici. Ciò nonostante sono riuscito ad intrattenere con loro una divertente chiaccherata, nella quale ho ovviamente ribadito il mio totale apprezzamento per il recente "Thunderdome", ed in particolare per la fantastisca ballad "That Was Yesterday" in esso contenuta.
Terminato questo autentico momento di gloria eccomi sotto il palco per assistere alla vera e propria esibizione della band, la quale parte subito col piede giusto grazie ad una tuonante "Thunderdome", eseguita ovviamente alla perfezione.
La scaletta del concerto è ben diluita tra tutti gli album editi nel corso degli anni, con un'unico neo rappresentato dalla tralasciata "One Step Into Paradise", e cioè quello che reputo il miglior pezzo di sempre composto da Koffler e soci. Ciò nonostante l'ottima scelta di songs come "Lost In Illusion", "Seas Of Madness", "Welcome The Night" e la magnifica "Shame" ha permesso a tutti i presenti di gioire per uno show di indiscutibile qualità, sia sotto l'aspetto tecnico che in quello del coinvolgimento, capitanato dalla fantastica e sempre perfetta voce di David Readman, e completato dal solido background sonoro offerto dal resto dei musicisti al completo.
E' difficile spiegare con apatiche parole su uno schermo la felicità provata dal sottoscritto nel rivedere i grandi Pink Cream 69, una band che, e questo è doveroso sottolinearlo, ha sempre raccolto molto meno di quanto non fosse doveroso attendersi. E così, mentre il palco viene preparato per l'ingresso dell'esordiente (italiano) Axel Rudi Pell, una sola scena rimane stampata nella mente del soddisfatto sottoscritto: il dito puntato da David Readman e Alfred Koffler in mia direzione durante l'esecuzione di "That Was Yesterday", uno di quei momenti che contribuisce a rinnovare orgogliosamente ancora una volta il mio fedele seguito nei confronti dei rockers teutonici. Solo una parola, dunque: immensi!
[Zorro11]
Quando i Pink Cream 69 sono apparsi sul palco del Tradate Iron Fest, qualcosa dentro di me è scattato. Conoscevo benissimo i primi tre album della band (quelli con Deris alla voce, per intenderci) e qualcosina dell’ultimo lavoro, “Thunderdome”. Ma non avevo mai dato troppe chance al combo tedesco, forse perché dopo l’abbandono di Deris non li avevo più seguiti con attenzione.
Ed è stata quindi una sorpresa, per me, rendermi conto che la loro esibizione, a posteriori, si è rivelata una delle più convincenti della mia “due giorni” di Tradate (giovedì e venerdì), superata solo dallo stratosferico show dei Gotthard. Pezzi come “Keep Your Eye On The Twisted”, “Welcome The Night” e la strepitosa ballad “That Was Yesterday” mi hanno letteralmente rubato il cuore. Peccato solo per l’assenza della bellissima “One Step Into Paradise”… ma ciò che più di tutto mi ha colpito è stata la grande serenità e allegria mostrata dai quattro musicisti… volevano fare festa, e festa è stata! Grandissimi Pink Cream, comunque!!!!
[Raistlin]

[AXEL RUDI PELL]
Una grande curiosità circondava il debutto italico dello storico Axel Rudi Pell, un chitarrista dal grande talento e dalle notevoli capacità tecniche, alfiere della grande scuola di derivazione neoclassica, ben focalizzata con la figura dell'intramontabile Ritchie Blackmore.
Questa volta, nella line-up che tra l'altro ha dato vita anche all'ultimo discreto "King And Queens", troviamo autentici mostri sacri del calibro di Johnny Gioeli e Mike Terrana, personaggi di spicco oltre che artisti apprezzati anche all'interno delle loro altre bands di appartenenza (Hardline e Rage), i quali sono riusciti ad apportare il proprio contributo per una prova dal vivo assolutamente convincente.
Certo, come ovvio, il turno di Axel non era cosa per tutti, improntato come lecito attendersi più sull'emotivo coinvolgimento musicale che non al potente impatto hard di molti vecchi capolavori, motivo che ha reso difficile per i fans più heavy apprezzare un concerto di assoluto ed indiscutibile spicco. I tanti nuovi pezzi proposti (tra cui “Strong As A Rock” e “Forever Angel”), ben miscelati con alcuni dei grandi successi dell'axeman teutonico (su tutti “Casbah” e “Carousel”), hanno finalmente permesso di constatare di propria pelle tutte le grandi capacità esecutive e di intrattenimento di autentici e navigati artisti, capaci anche di stupire, come nel caso di Mike Terrana e Ferdy Doernberg (che ha eseguito alcuni funambolici assoli di tastiera imbracciando il proprio strumento completo del relativo reggio!) con autentiche dimostrazioni di strabiliante tecnica strumentale, bissata dal grande feeling di Axel durante un emozionante intermezzo acustico sulle note della già citata “Forever Angel”.
Un gran debutto nella nostra madrepatria, assolutamente degno di un nome con una grande carriera alle spalle.
[Zorro11]

[GOTTHARD]
Manca l'ultimo grande nome a concludere il venerdì del Tradate Iron Fest, un nome che per il sottoscritto vale tanto una gallina dalle uova d'oro: sto parlando ovviamente degli svizzeri Gotthard, altro tra i miei gruppi preferiti di sempre, forti del loro nuovo meraviglioso cd "Lipservice", in uscita proprio il giorno successivo al termine del TIF 2005.
La cosa più felice della serata è stata sicuramente l'inserimento nella scaletta del concerto, accanto a numerose songs tratte sempre da "Lipservice", di alcuni brani ultimamente un po' tralasciati, che si aggiungono a quelli già apprezzati dal sottoscritto nel concerto del 2003 a Lugano.
Ecco quindi presentate, con la solita grande carica rock del combo elvetico, le varie "Hush", "Fire Dance", "Mighty Queen", "Sister Moon" e "Fist In Your Face", cui si uniscono le due meravigliose ballads "One Life, One Soul" e "Let It Be", un pezzo questo che rapì il mio cuore anni fa già dal primo ascolto, e che sentire dal vivo per la prima volta si è rivelata un'esperienza semplicemente unica.
La professionalità della band è come sempre di livello elevato, partendo dalle perfette basi sonore a cura del quartetto Leoni/Scherer/Lynn/Habegger, ed arrivando ovviamente alla impeccabile prestazione di Steve Lee dietro ai microfoni, un singer capace di raggiungere picchi qualitativi esagerati, sia dal punto di vista tecnico che da quello della pura interpretazione.
La presentazione delle canzoni del nuovo cd, note ovviamente al sottoscritto per papali ragioni giornalistiche ma ancora sconosciute a gran parte del pubblico presente, ha messo da subito in mostra un divertito coinvolgimento di tutti gli spettatori, che sembravano aver carpito da subito la notevole caratura artistica e musicale di tali elettrizzanti composizioni. Ed è così che la godibile "All We Are", bissata ovviamente dal sostenuto incedere della ben più decisa "Dream On", trascina il resto del repertorio composto da titoli come "Said & Done", "I Wonder" ed il singolo apripista "Lift 'U' Up", tutte eseguite con la solita invidiabile perfezione.
Il concerto si avvia verso un termine più volte aborrito dai presenti, mai sazi della pura carica rock di Lee e soci, ma non prima che nel classico bis di rito vengano concesse le angeliche note della toccante "Heaven" e il coinvolgente incedere della mia amata "Anytime Anywhere", altre due perle di assoluta e folgorante bellezza, che vanno a sigillare nel migliore dei modi un'esibizione live dallo spessore artistico veramente degno di lode. Grazie ancora Gotthard, ogni vostro appuntamento dal vivo è pura manna per le orecchie di ogni rocker!
[Zorro11]
Eccolo qua, lo show che non dimenticherò per molto, molto tempo. Che si è stampato nella mia memoria, e non sbiadirà. Perché, signori e signore, i Gotthard sono stati strabilianti. Perché raramente ho visto band con una simile carica gioiosa e trascinante, con una tale voglia di suonare, divertire e divertirsi. Mi chiedo perché li ho scoperti così tardi, e cosa posso fare per espiare questa incredibile colpa! Sicuramente il report del mio collega Zorro11 vi avrà fatto rivivere il concerto, e vi avrà emozionato. Questa è solo un’umile, timida aggiunta da parte di un amante del Rock n’ Roll, che per una serata si è sentito il sangue bollire nelle vene, si è sentito al settimo cielo per aver avuto l’opportunità di assistere a uno show così spettacolare. E’ per questo che con tutto il mio cuore, dico GRAZIE agli organizzatori del Tradate Iron Fest. Rock n’ Roll will NEVER die!!!!
[Raistlin]

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* Z11'S DIARY - SABATO 4 GIUGNO  * ************************************

Orfani quindi di Rastlin, ci si prepara ad affrontare il sabato forti dell'aggiunta degli appena giunti Emo e Irondux, i quali forniranno il loro importante apporto alle ultime due giornate dell'Iron Fest.
Presomi un'oretta di riposo, ed accompagnato dal sempre prodigo Coldnightwind, riesco finalmente a scambiare qualche divertente battura con gli amici del Motorock As, anch'essi affaccendati nel seguito delle tante operazioni del festival, ma anche con l'onnipresente Kunde, vecchia conoscenza del forum di Hardsounds, attento come sempre a non farsi scappare i grandi eventi live della nostra penisola. I diversi meet 'n' greet della giornata, che intervallano piacevolmente tutte le varie esibizioni, mi permettono di incontrare nel backstage tanti altri carissimi amici impegnati per l'occasione, come ad esempio i vari frontman di Vexed (Mik) e Thuderstorm (Fabio), il guitar-player dei Battle Ram (Gianluca), oltre che la carissima Miss Hardsounds 2005 Violet, immortalata fotograficamente negli scatti del giorno successivo.
La premiazione di altri vincitori del "TIF NIGHT CONTEST", anticipata dall'ennesima (e a volte difficoltosa!) raccolta dei premi messi in palio dagli artisti, anticipa una cena in compagnia intervallata dalla comparsa di un non proprio sobrio Ville Lahiala, assalito dai fans nel proprio scorrazzamento senza meta all'interno del terreno dell'Iron Fest. La serata volge al termine grazie ad una stupenda esibizione della band di Jon Oliva, che aggiunge il proprio nome ai tanti meet 'n' greet della giornata, mentre colgo l'occasione, durante la granitica esibizione dei Saxon, di farmi fotografare dalla gentilissima Vale in compagnia dei numerosissimi amici incontrati qua e là in giro per il luogo dell'evento, compresi i componenti dello staff di Truemetal che ringraziamo per l'invito al loro personale stand.
E se le ultime foto sono fatte ovviamente in compagnia del grandissimo Jon Oliva, poco manca ancora prima che le tenebre chiudano per il sottoscritto un'altro fantastico giorno, concluso, questa volta, con i saluti a carico di Coldnightwind, in partenza sulla strada di ritorno del proprio campo base bresciano. Un'altra grande giornata, di quelle da ricordare negli anni a venire.
[Zorro11]

[BATTLE RAM]

Spetta agli ascolani Battle Ram aprire le danze alla giornata di Sabato: la defezione del singer Daniele è ormai completamente sanata dal nuovo arrivato Franco Sgattoni, la nuova formazione è rodatissima e pronta a riversare su un pubblico discretamente numeroso (e incredibilmente partecipe) una mezz'ora di purissimo epic-power metal sulla scia dei grandi nomi dell'America degli eighties quali Jag Panzer e Fifth Angel. "Burning Lives" apre le danze, trascinando la folla ben più del previsto e mostrando subito la forma perfetta della coppia Silvi/Natali alle chitarre, autentici protagonisti dell'esibizione insieme al fenomenale Franco alla voce, che ha stupito tutti con la sua incredibile tecnica e timbro acuto degno dei grandi nomi di cui sopra.
Due brani nuovi per molti (ma che la band ha già in scaletta da un pezzo) come "Behind The Mask" e la splendida "A Warrior's Life And Death" (forse il vero capolavoro della band) compensano l'assenza del classico "Dark Command" e non fanno che aumentare l'attesa per il pluriannunciato full-lenght, anche se come prevedibile la folla si è scatenata maggiormente sull'immancabile "Into The Fallout", tributo ai Fifth Angel che la band suona fin dagli inizi, e sulla conclusiva "Battering Ram", indubbiamente il brano più famoso di questa band che con un solo demo alle spalle è riuscita a farsi conoscere e ad apprezzare grazie agli irresistibili shows e all'incredibile validità del materiale proposto. Ancora una volta, un'ottima esibizione per una band che speriamo sfondi al più presto!
[Barbaro Epico]

[VICIOUS RUMORS]
"From San Francisco, California... VICIOUS RUMORS!" e quale annuncio migliore poteva esserci per questa autentica leggenda dell'US power? presentatisi in forma a dir poco smagliante, il branco di metalheads capitanati dal chitarrista Geoff Thorpe e dal dotatissimo singer e frontman d'eccezione Morgan Thorn. A rompere il ghiaccio è chiamata nientepopodimeno che la storica "Don't Wait For Me", opener del capolavoro "Vicious Rumors": eseguita con inaudita irruenza, riesce a trascinare in una sorta di berserk metallico una vastissima parte dei ragazzi presenti allo show.
A parte una fortunosa caduta di Morgan Thorn, lo show della band è perfetto, con tutti i membri coinvoltissimi e partecipi, quasi fossero dei ragazzini ai loro primi shows, e in effetti sul palco del Tradate in pochi hanno sfoderato una tale devastante presenza scenica: il già citato "Vicious Rumours" viene tributato anche con la mitica "World Church" e la cadenzata "Down To The Temple", i cui ficcanti chorus vengono cantati da tutto il pubblico impegnato nel forsennato headbanging dovuto a cotanto metallo. Incredibile anche l'esecuzione di "Six Step Sister", il brano più veloce tra quelli scelti per il pubblico del tradate, nessun momento morto: anche la nuovissima "Immortal" riesce a devastare l'audience lasciando presagire grandi cose per il nuovo disco della band! La perizia tecnica dei nostri è indiscutibile e c'è da dire che Geoff Thorpe trova in Ira Black un degnissimo collega tutto assoli fulminanti e cattiveria gratuita.
In effetti quello a cui si è assistito in questi tre quarti d'ora di show è stato un autentico trionfo dell'heavy metal più convinto e convincente: i Vicious Rumors, portatori di una storia lunghissima e radicata addirittura nel 1979, sono riusciti a stupire anche chi probabilmente non li conosceva, visto che durante il loro concerto è accorsa sotto al palco un'imprevedibile fiumana di gente, richiamata dall'evidente stato di grazia con cui i nostri hanno suonato... concerti così fanno bene al cuore e all'anima di ogni metallaro che si rispetti, ed anche tentando di essere il più oggettivi possibile, non si può negare che quella dei Vicious Rumors sia stata una delle esibizioni più belle e coinvolgenti dell'intero Tradate Iron Fest.
[Barbaro Epico]

[BRAINSTORM]
Uno dei pochi passi falsi di questo TiF 2005. Non so cosa sia successo alla band di Todde e soci, ma sul palco non ho visto energia e voglia di suonare, quattro musicisti inchiodati al pavimento ligi all’unico dovere di portare a termine il compito loro affidato.
Ad animare un po’ la scena ci pensa il buon singer Andy B. Franck, in forma smagliante ed autore di un ottima prova sia a livello vocale che a livello di front-man. Però visto quanto di buono fatto negli ultimi anni mi sarei aspettato qualcosa di più, sia a livello scenico ma soprattutto per quanto riguarda la scelta dei brani proposti.
Poca varietà nei brani, mai eseguita una ballad (e la stupenda “Heavenly”?) o un minimo di cambio di tempo o d’atmosfera, e buona parte di essi estratti in malo modo dall’ultimo Liquid Monster. Ma che fine hanno fatto “Hollow Hideaway”, ”Shadowland”, ”Under Lights”, “Invisibile Enemy”? Mi sarei aspettato scelte migliori soprattutto dopo l’ottima partenza affidata alla combo “Worlds Are Comin' Through” e “Blind Suffering”. Si tratta di scelte certo… ma il pubblico non sembra aver gradito granché. Un esibizione soporifera dalla quale ne esce indenne solo il singer per i motivi precedentemente citati… what’s going on guys? [ColdNightWind]

[RIOT]
Una delle più grandi band della storia della musica pesante si presenta sul palco del TIF con l'umiltà di chi non ha mai preteso nulla dallo show-biz. Solo spazio e tempo per suonare.
Una band che ha dato tanto, sempre il massimo, e che non sempre ha avuto un ritorno di pubblico e critica alla pari degli sforzi. Umiltà e talento che Mark Reale & C. hanno sfoggiato con una naturalezza disarmante, ed una amalgama quasi perfetta nonostante Tirelli sia entrato da breve in formazione sostituendo il pur bravo Di Meo. Quest'ultimo fuori dalla band per dedicare, un classico degli split, più tempo alla famiglia, seppur ancora in gioco ora con i Lizard di Bobby Rondinelli, realtà più tranquilla e meno impegnativa. Questo stando a quando Mike Flint ci ha confidato durante un scambio breve di battute nel backstage. Tirelli, ex Holy Mother, è apparso in gran spolvero guidando l'intero set con una performance sopra le righe, adattando alla grande la sua versatilità alle diverse sfumature che concorrono a creare il sound dei Riot. Spettacolo coinvolgente, trascinante. Partecipazione entusiasta del pubblico che intona chorus e strofe. Inaspettatamente.
Si susseguono hit a raffica, dalla partenza spedita con "Outlaw", poi "The Man", Angel Eyes", "Sword And Tequila", "Thundersteel", "Warrior". Girlchrist una potente macchina massacra pelli dimostra quanto già di impressionante aveva fatto vedere con i Virgin Steele, ed un Reale visibilmente imparruccato che si diverte e lancia sorrisi a ripetizione.
La cover di "Burn", forse il pezzo più riproposto di sempre, accende di più gli animi, anche se, personalmente, avrei preferito qualche altro brano originale. Performance apripista ad alto voltaggio che fa sperare in un altro grande disco, il prossimo pronto dopo l'estate, considerati tutti i fattori strapositivi che hanno contrassegnato il loro spazio al TIF, nuova, ed era ora, frontiera del festival metal nazionale.
[Emo]

[SENTENCED]
Tour d'addio per i Sentenced che passano anche dall'italia a portare il loro personalissimo ultimo saluto. Una solenne cerimonia per onorare il loro cammino e ringraziare tutti coloro hanno saputo accompagnarli fino a questo triste epilogo.
I cinque di Oulu si presentano sul palco dopo un'azzeccatissima intro che si è soliti sentire in chiesa prima dell'inumazione e con "Where Waters Fall Frozen" spezzano subito il ritmo aggredendo fin dai primi istanti il tempo concesso loro per l'esibizione. Non è un concerto che lascia molto spazio alla malinconia, la rabbia e l'urlo disperato che da sempre li contraddistigue è presentato per l'occasione attraverso le canzoni più dirette e meno raffinate della loro carriera. Si passa infatti da "Nepethe" (estratta da "Amok" con ancora Taneli Jarwa dietro il microfono) alle ultime impetuose "May Today Become The Day", "Ever-Frost" e "Vengeance is mine". Viene ripercosa brevemente la strada che ha visto Laihiala prendere per mano e guidare la band fino al 2005 ed proprio il gigantesco singer l'anima (ed il corpo) di una band che sembra francamente spompata e fiacca. Ville, con l'ausilio del copioso alcool bevuto durante l'esibizione, è il vero traghettatore dei 'Suicider' e la sua prova, non impeccabile ma grintosa e determinata, credo possa bastare alla poca rappresentanza di sostenitori accorsi nonostante la sfumatura decisamente più 'heavy' che caratterizza la giornata. "Neverlasting" ed "Excuse Me While I Kill Myself" rubano lo spazio ad una "No One There" attesa da tutti per rappresentare al meglio lo stupendo "The Cold White Light" ma nel contesto generale della set-list era forse preventivabile una scelta del genere, anche se l'amaro in bocca rimane tutt'ora. La gradita sorpresa è invece "Despair-Ridden Hearts", la quale regala un po' di colore alla performance che si conclude con "End Of The Road".
Accompagnati dall'outro funereo, i Sentenced se ne vanno dal palco con dieci minuti di anticipo (ma già era successo nei precedenti giorni quindi nessuno è a conoscenza del motivo) e purtroppo questa volta non è per un arrivederci...
[Poisoneye]

[RAGE]
Si temeva il peggio dopo l’incidente stradale di qualche mese fa del front-man Peavy Wagner, ma i Rage non hanno mancato all’appello! E così, dopo un minuzioso check di suoni della batteria da parte dello stesso Terrana, i tre power metallers tedeschi fanno il loro ingresso sul palco per realizzare una delle esecuzioni più travolgenti di questo festival. Peavy ha le cicatrici ben in vista ma non sembra proprio aver perso la sua grinta e voglia di suonare e così, insieme alla sua “ascia” Smolski e a quel diavolo di Terrana dietro le pelli, i Rage danno vita al loro grande show iniziando subito forte con la storica “Don’t Fear The Winter”.
Grazie agli immediati cori di risposta di un pubblico caldo e partecipe, lo spettacolo prosegue in crescendo tra pezzi vecchi e nuovi come “Great Old Ones”, “Black In Mind”, “Down” o “Firestorm” ricostruendo tutta la gloriosa storia dei Rage. Piccolo siparietto che probabilmente è sfuggito ai più... durante l’esecuzione di “Great Old Ones” nel bel mezzo dei ritornello, quindi non proprio in una fase tranquilla, il drummer ha gettato le bacchette alle sue spalle per prenderne delle nuove senza perdere un colpo. Il buon Mike in questa breve esecuzione non ha regalato un assolo, ma non è stato in grado di stare fermo un secondo alzandosi, roteando le bacchette oppure semplicemente suonando: un vero e proprio show a se stante.
Dopo un attimo di pausa si riparte con “War Of Worlds” intro del loro ultimo album “Soundchaser” ed apice della nuova formazione in voga dal 2001. L’unico appunto che mi sento di fare è il discutibile inserimento in scaletta di “Solitary Man” a discapito di pezzi maggiormente meritevoli, ma poco male... i tre si fanno immediatamente perdonare con la conclusiva “Higher Than The Sky”, sempre più un classico per lo spettacolo della band tedesca. Uno show veramente appagante per tutti i presenti che sono stati travolti dalla furia tedesca… RAGE ON!
[ColdNightWind]

[JON OLIVA'S PAIN]
Potrei scrivere un libro su Jon Oliva, sulle emozioni che quest’uomo è stato in grado di donare in giro per il mondo, su quelle che ancora e soprattutto oggi è in grado di donare!
Erano alcuni anni che non incontravo Jon, ma questa volta ho avuto seriamente paura…paura di non rivederlo più…l’ho incontrato prima dello show ed era dimesso, non più quella grinta che ti trafigge con un solo sguardo…un uomo distrutto dal dolore. Poi lo spettacolo, indimenticabile, unico, grande. Dopo, nuovamente l’oblio…ancora più buio, la paura che torna più forte ed è forse questo il luogo migliore per dire: “Jon, ti voglio bene…tutti noi ti vogliamo bene: non dimenticarlo!”.
Ma torniamo allo show. Dopo solo un album solista, coprire 90 minuti di spettacolo è cosa ardua se non si ha a disposizione un certo repertorio! Poco male, Jon si ricorda di avere in passato canticchiato qualcosa in una misconosciuta band americana, tali Savatage, e quindi pensa bene di tappare i buchi con qualche vecchia canzone di tale combo! L’inizio è dei migliori: si parte subito con due perle del grandissimo album “Streets”, vale a dire con “New York City…” e “Jesus Saves”, così che l’arena sia subito addomesticata. Poi un breve intermezzo dedicato ad “All the Time” e via con la ‘poesia’: in rapida sequenza “Gutter Ballet”, “Hounds” (auto-dedicata al sottoscritto ed a tutti i ‘seguaci’ del Re della Montagna!), “Tonight He Grins Again”, Strange Reality”. Un rapido excursus lungo la ultra venticinquennale carriera dei grandi Savatage!
L’interpretazione di Jon è da capogiro, uno sguardo sempre teso al cielo a voler cercare l’approvazione dell’indimenticato fratello Criss, e la voce che, benché sia solo il fantasma di quella che era tre lustri fa, riesce ancora a trafiggere la pelle, il cuore le ossa! Quello sguardo ora si che c’è ancora! Trapela ogni tanto dai sorrisi e ringraziamenti copiosi che il Mountain King elargisce ad ogni occasione. Jon trova anche il tempo per divertirsi e divertire con delle simpatiche gag on stage…lui è uno di famiglia, e ci tiene a sottolineare la sua totale originarietà italiana!
Il tempo per presentare alcuni dei brani migliori del suo disco solista “’Tage Mahal”, quali “Walk Alone”, “The Dark” e l’articolata “People Say”, ed è subito volata finale…lo show si avvicina alla sua conclusione e non può concludersi senza la più bella ballad mai scritta da mano umana: “Believe” si piazza sulla colonna vertebrale e la fa sobbalzare furiosamente a causa dei devastanti brividi che le infligge.
Lo show non può terminare senza i classici (ammettendo che sia corretto suddividere il repertorio dei Savatage in classici e non!) e così arriva il turno, in veloce sequenza, di “City Beneath the Surface”, “Sirens”, la tanto desiderata (da me!) “Power Of The Night” e l’immancabile masterpiece “Hall Of The Mountain King”.
Cosa volere di più? Jon ci ha donato uno show perfetto dal punto di vista emozionale, da quello dei brani in scaletta e dell’esibizione in generale. Una band a supporto che, a detta di Jon, riesce a fare concorrenza agli stessi Savatage del compianto Criss Oliva! In effetti Matt LaPorte, come gli altri ex Circe II Circle (John Zaner e Christopher Kinder), sono il meglio che Jon potesse trovare in giro, al fine di riproporre fedelmente quei suoni dei Savatage che non ci sono più. Ed ora…quello che non sono riuscito a trascrivere in questo report resterà per sempre nel mio cuore, insieme al ricordo di una ennesima esperienza irripetibile. Grazie Jon.
[Pierre Hound]

[SAXON]
Non ci sono dubbi, e checchè se ne possa dire, la vecchia tempra è sempre la più dura a morire. La più resistente, quella che potrebbe adagiarsi sul mestiere e tirare a campare fino all'ultimo giorno prima della pensione, ma che ancora una volta, per l'ennesima volta, ha dato dimostrazione di spudorata passione per la musica ed il pubblico.
I Saxon hanno dato vita ad un grandissimo spettacolo. Hanno suonato ed intrattenuto senza risparmio. Con una sezione ritmica rivitalizzata da Jorg Michael che dona dinamicità e potenza soprattutto a fast song come "Heavy Metal Thunder" e "20.000 FT.", Biff, vecchio leone mai domo e soci hanno polverizzato lo stage con una prestazione fulminante. Dimensione, quella dal vivo, in cui la leggendaria band ha sempre dato il massimo, non concedendo nulla agli anni. Audience in visibilio che si partecipa con cori ogni volta se ne presenta l'occasione, e ne tira fuori uno all’istante, insistente, durante l'esecuzione di "Wheels Of Steel" quando Biff invoca la tipica partecipazione del pubblico nel mezzo del brano: OHOHOHOHOHOHOH SAXON! OHOHOHOHOHOHOH SAXON! OHOHOHOHOHOHHO SAXON! Biff cede alle lusinghe e confessa che la serata avrebbe meritato la registrazione di un disco dal vivo.
Dicevo dei classici, "Strong Arm Of The Law", "Princess Of The Night", "Motorcycle Man", "747 Strangers In The Night" e, finalmente, la tanto attesa, almeno per il sottoscritto, "Dallas 1 pm.", lungamente negata in sede live, e di tanto in tanto intervallati da brani nuovi e recenti come "Lionheart" e "Wytchfinder General" tratti dall'ultimo lavoro in studio, e come "Dogs Of War" e "Dragon's Liar. Degni headliner di una giornata da brividi, i cinque inglesi hanno scritto un'altra pagina storica nella loro lunga carriera. Una lode particolare non scontata a Biff il quale, nonostante due mesi prima, in marzo, s'è visto andare in fiamme la sua casa in Francia dove custodiva tutto quanto raccolto ed ottenuto in carriera(dischi d'oro, chitarre rare e molto altro materiale legato alla band), fiamme che hanno messo seriamente in pericolo anche la vita di moglie e figli, ha tenuto il palco come sa fare lui regalandoci una serata indimenticabile.
Lunga vita a Biff! Lunga vita ai Saxon!
[Emo]

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* Z11'S DIARY - DOMENICA 5 GIUGNO  * **************************************

Anche l'ultimo giorno del festival, per il sottoscritto, inizia di buon'ora nel caldo battente del primo pomeriggio, contraddistinto dall'atteso incontro con il sempre mitico Eomer, cui spetta il compito di seguire con occhio vigile la giornata più heavy tra quelle quelle in programma per il TIF 2005. L'estrema disponibilità degli Arkenemy, messa in risalto dalla pronta consegna di tutti regali promessici per il TIF NIGHT CONTEST, anticipa la premiazione di tutti gli ultimi utenti rimasti, immortalati anch'essi grazie alle qui allegate testimonianze fotografiche.
Il via vai dei tanti artisti nel backstage, molti dei quali elogiabili nel concedersi ai tanti fans all'interno dello spazio del meet 'n' greet (con tanto di segnalazione a quello degli Exciter che è valso la felicità di un'entusiasta Emo [ per scaricare il video relativo cliccate qui con il tasto destro scegliendo l'opzione salva con nome - per vederlo è necessario aprirlo con Quicktime]), mi permette di incrociare moltissimi nomi della scena pesante attuale, i quali, usciti allo scoperto nello stand dell'Associazione Orpheus, vengono letteralmente blindati da un presissimo Irondux, attento a non farsi sfuggire nemmeno uno scatto fotografico in compagnia di molti dei propri idoli. Un'ultimo giro tra le tante bancarelle di dischi, antecedente alla dovuta cena di rito in compagnia dei colleghi rimasti, pone le basi per la chisura dell'edizione 2005 del Tradate Iron Fest da parte di sua maestà Ronnie James Dio, intervistato per l'occasione da un soddisfatto Emo, il quale ci ha parlato di un personaggio molto più disponibile e schietto che non i tanti addetti ai lavori a lui direttamente correlati.
Purtroppo, e dico vivamente purtroppo, un meteo fino a quel momento più che positivo, amico fidato di tutte i concerti sino ad allora vissuti, ha scagliato sul pubblico dello show un indisponente acquazzone, che ha trattenuto sotto al palco del grande artista statunitense solo i fans più accaniti e devoti. Anche la pioggia, comunque, poco ha potuto contro il rovente incedere di successi immortali come "Rainbow In The Dark" e "We Rock", che hanno chiuso in maniera trionfale un festival estivo simbolo di perfetta organizzazione, professionalità ed immagine, un esempio da seguire per tanti altri rinomatissimi eventi che calcano da anni il suolo dell'italica terra.
Un sentito grazie ai colleghi della redazione, agli artisti, agli addetti ai lavori e a tutti gli amici incontrati, oltre che naturalmente a tutte le bands che hanno reso davvero indimenticabile questo incredibile evento.
[Zorro11]

AN INTRODUCTION TO THE LAST DAY...
Ultimo giorno di questo bellissimo TIF 2005, forse è il momento dei bilanci, ma mi pare ovvio che essi siano tutti positivi! Finalmente un festival all’altezza di quelli europei, finalmente una situazione dove musica, divertimento e star bene trovano un unico punto dove incontrarsi e questo si chiama Tradate. Dopo le bellissime giornate precedenti, oggi è la volta di sonorità un po’ più spinte, più estreme, ma si chiuderà in bellezza. Andiamo, però, con ordine… a darci la buona domenica, una band italiana, gli Arkenemy; questi sono ragazzi di quelli tosti e sicuramente per quelli che hanno la sveglia a forma di coniglietto rosa, l’impatto della band nostrana farà loro sbarrare gli occhi! Dopo gli opener, si farà un salto negli 80s, con due gruppi storici di quegli anni, gli Exciter e gli Anvil..che storie! Fa un po’ impressione vederli in apertura! Finita la parentesi ‘80s, ci andremo a divertire in osteria con quel pazzo di Onkel Tom, che ha deciso di allietare il pubblico del TIF, non con i suoi devastanti Sodom, bensì con un po’ di goliardiche cover di classici popolari tedeschi…leggete un po’ cosa ha combinato il caro ‘zio Tom’!!!
Dopo Tom Angelripper la situazione diventerà un po’ scottante, poiché sarà la volta dei devastanti Destruction (lo so, avrei potuto usare l’aggettivo ‘distruttivi’!) e dei controversi amati/odiati Dissection. Col calar delle tenebre, quale band potrebbe turbare i nostri sogni, meglio dei grandiosi Candlemass? E poi, come già anticipato, il mito, il signor “voce del metal” ‘70s/’80s, il grande piccolo uomo, Mr. Ronald Padovano, in arte, semplicemente, Dio!
Eh, già, cari ragazzi, qui si fa sul serio, e prima di darci appuntamento alla prossima ed attesissima edizione del TIF 2006, vediamo come è andata nel dettaglio questa ultima stupenda giornata!
[Pierre Hound]

[ARKENEMY]
Ultimo giorno per il fortunato TIF 2005 con un gruppo che gioca praticamente in casa, i comaschi Arkenemy (unica band tricolore della domenica), che ha il gravoso compito di dare il là alla manifestazione. Un onere non da poco, dunque, ma anche una grande possibilità, per dei ragazzi che hanno all’attivo due cd e due demo, di diffondere il proprio nome grazie ad un evento di assoluto spessore nel panorama italiano.
La performance dei nostri è onesta e vigorosa, nonostante un pubblico non ancora del tutto ripresosi dai fasti metal delle giornate precedenti e un sole che comincia a cuocere il pit. L’assalto thrash death degli Arkenemy va comunque a segno, riuscendo a far breccia nelle menti ancora rattrappite dei metallari spaparanzati lungo tutto il prato.
Per l’headbanging che seguirà con Exciter, Anvil e tutti gli altri, gli Arkenemy si sono rivelati un buon esercizio di stretching.
I ragazzi possono ritenersi più che soddisfatti, vista la passione e la professionalità con cui si sono esibiti anche nella posizione di apripista della giornata. Un cenno di merito va sicuramente fatto relativamente al frontman UDO, il quale si è dimostrato carismatico timoniere di una band tutta da scoprire.
[Emo]

[EXCITER]
Finalmente li ho visti dal vivo! E qui potrebbe benissimo terminare il mio resoconto! Vedere gli Exciter dalle parti nostre è così raro tanto quanto la visione del "pilu" (almeno per me). Due emozioni diverse ma che ti "eccitano" al contempo.
John Ricci, leader indiscusso del combo canadese, si affida al nuovo bass player Clammy (il suo basso sembra più un'arma alla Final Fantasy), e all'ormai rodato piccoletto e simpaticone Rik Charron alla batteria, il tutto scandito dalla spaventosa ugola di Jaques Belanger(al quale ho dato prova delle mie qualità canore intonandogli "Metal Crusaders". Risultato: risate pazzesche!, in tenuta quasi Halfordiana. C'era da aspettarsi che non venissero eseguiti brani da "Unveiling The Wicked" e "Exciter", album nei quali era assente Ricci, mentre sono stati rispolverati autentici gioielli dai primi tre dischi, senza dimenticare di dare gloria al recente passato.
"The Dark Command" apre le ostilità, con l'headbanging che inizia e non si ferma per tutto lo show. Sono rimasto piacevolmente sorpreso dall'impatto che la band ha avuto sui metalheads giunti all'Ironfest, molti dei quali catturati in lontananza e fatti avvicinare al palco per godere di tanta adrenalina. "Victim Of Sacrifice", "Rising Of The Dead", "Violence & Force" si susseguono senza respiro, riprendendo fiato grazie alla storica e pulsante "Pounding Metal". "Aggressor"(grandissima), "Long Live The Loud" e "Violator"(dall'ultimo "Blood Of Tyrants") ci riportano a ritmiche serrate.
C'è spazio, inoltre, per una new song "Immortal Fear"(molto priestiana),buona, che ci fa ben sperare per il prossimo disco in uscita per la fine dell'anno(a detta dello stesso Ricci). E, poi, come poteva non mancare il loro inno metallico per eccellenza, la storica "Heavy Metal Maniac", cantata a squarciagola da tutti i presenti? Forse non dimostreranno una tecnica sopraffina, un carnet variegato di song, ma come pochi sanno come farti sbattere la testa. Un grande concerto impreziosito dal suono potente e pulito che i tecnici audio del TIF hanno contribuito ad ottenere.
[Irondux]

[ANVIL]
Vale per gli Anvil lo stesso discorso fatto per gli Exciter, ansimavo infatti al solo pensiero di vederli suonare, ed ora che Dio (quello vero) mi è venuto incontro, sono convinto ancora di più della loro grandezza.
Da sempre portabandiera di un heavy metal schiacciasassi ed originale, la band di Toronto dà prova anche a Tradate della sua potenza. Merito soprattutto di Steve "Lips" Kudlow e dei suoi riffs, ma anche del motore Robb Reiner, da sempre uno dei migliori batteristi in circolazione. Anche loro godono di un acustica impeccabile, ma se il suono degli Exciter risultava comunque più diretto, quello degli Anvil è quadrato e monolitico grazie pure alla doppia chitarra.
Autentico mattatore dello show è stato, manco a dirlo, il cantante/chitarrista Lips, che non ha esitato a scatenarsi sul palco zompettando qua e là, divertendoci con le sue trasformazioni facciali degne di un film della Disney. Ad un certo punto si è anche messo a parlare attraverso le corde della chitarra, ma le parole che ci giungevano attraverso l'amplificazione erano incomprensibili. Al di là di questo atteggiamento agli antipodi della serietà (vent'anni prima aveva suonato la chitarra con un vibratore), ciò che rimane è l'ottimo chitarrista al quale il tempo non ha sortito effetti.
Un altro scatenato è stato il bassista Glen Gyorffy (ormai senza l'ombra di un capello), mai esausto: tentando di "punire" il suo basso scuotendolo con forza si è tagliato la parte superiore del sopracciglio destro, cosa che per fortuna si è risolta in un nulla di grave.
L'unico poco ricettivo è sembrato essere l'altro axeman, mentre Reiner è risultato una vera e propria locomotiva. Forse meno conosciuti dei loro connazionali Exciter, all'inizio del loro show con l'intro "March Of Teh Crabs" erano poche le persone sotto al palco, ma non appena è iniziata la terremotante "666", mi sono accorto, voltandomi, che la folla era incredibilmente cresciuta.
Ciò che è stato maggiormente rispolverato è senza dubbio soprattutto il passato, attingendo a piene mani da due capolavori assoluti come "Metal On Metal" e "Forged In Fire". Proprio le due title-track si sono rivelate dei veri e propri anthem da stadio, accompagnate da altre gemme sonore come "Mothra" e "Winged Assassins". Il calore dei fans, in visibilio per questa grande prova on-stagen, ha portato Lips ad emozionarsi a tal punto da affermare che, nelle tre volte in cui si è esibito in Italia, questa dell'Iron Fest è stata senz'altro la più bella.
Sono molteplici i motivi che giustificano il mio stato di felicità, e per certi versi anche l'orgoglio legato alla sicurezza che sarebbero stati grandi. Sentivo la gente commentare che avrebbero meritato più spazio, o magari di suonare la sera, ma a me è andata benissimo così. Per ultimo, ma non meno importante, bisogna applaudirli per la loro simpatia e disponibilità dimostrata al "meet'n'greet". Immortali!!
[Irondux]

[ONKEL TOM ANGELRIPPER]
Sono da poco passate le cinque del pomeriggio, quando sul palco sale puntuale una delle formazioni più attese, anche perché al debutto sul suolo italico: sto parlando ovviamente degli Onkel Tom, la band partorita dalla mente illuminata di quel grande personaggio che è Tom Angelripper, e che contende ai Tankard il primato di gruppo più etilico del pianeta.
È proprio il leader dei Sodom a calcare per primo le assi del palcoscenico… e basta guardarlo in faccia per capire che non si è presentato sobrio all’appuntamento col TIF 2005. Ciò ovviamente è un grande merito, dato che la performance che ne segue è da antologia. Lo spettacolo però non è solamente on stage: il carisma e l’attitudine di Zio Tom contagiano tutto il pit, che con boccali levati al cielo partecipa divertito allo show con quello che non è più un pogo, ma una coreografia fatta di girotondi e tentativi di danze tirolesi.
“Delirium”, “Caramba, Caracho, Ein Whisky”, “Schnaps, Das War Sein Letztes Wort“, “Trink, Trink, Brüderlein Trink“, sono tra i brani più coinvolgenti, ma in ogni caso la risposta delle folla accalcata sotto il palco è esemplare, per partecipazione e divertimento. Di pari passo Onkel Tom sembra realmente godere della calda accoglienza ricevuta in una terra che già aveva avuto modo di amare con i Sodom, ma che ancora non aveva preso contatto con la folle carica etilica di questo scanzonato side project.
Ein Prosit!
[Eomer]

[DESTRUCTION]
Ascoltare i Destruction dal vivo è un po’ come appoggiare l’orecchio sui binari per ascoltare il rumore del treno che passa. Chi ha visto un loro show sa cosa intendo. E anche questa volta infatti le cose non vanno diversamente, con il combo teutonico che fieramente annichilisce le prime linee con mitragliate di thrash metal (caro, vecchio, sempre uguale thrash metal) dall’impatto devastante.
Schmier si conferma ancora una volta un frontman carismatico, abile nel guidare la sua truppa al saccheggio di Tradate, con una presenza scenica granitica e feroce, ed un’adrenalina che sgorga dalle sue corde vocali come fuoco infernale.
La setlist proposta abbraccia interamente la ventennale carriera dell’armata tedesca ed alterna sapientemente i brani più recenti a quelli più datati. Differenze sostanziali comunque non se ne avvertono: si tratti della dirompente “Nailed To The Cross”, o della spietata “Curse The Gods”, il pubblico manifesta sempre il massimo del gradimento. I Destruction si accorgono (e come non potrebbero?) del feedback positivo che arriva dalla folla stipata sotto il palco e i cenni di ringraziamento da parte di Schmier e Mike sono numerosi e sinceri.
E poi come non ricordare “Eternal Ban”, “Mad Butcher”, “Invincibile Force”, alcuni tra gli altri pezzi più distruttivi dei cinquanta minuti e oltre di show, che hanno confermato la formazione tedesca come una delle band di punta di tutto il TIF 2005. Neckbreakers!
[Emo]

[DISSECTION]
E vennero i Dissection.
Capitanati da un adrenalinico Jon Nödtveidt, gli svedesi irrompono sul Tradate Iron Fest con il fragore di un temporale estivo.
È la strumentale “At The Fathomless Depths” ad aprire le danze, con quel suo incedere lugubre e penetrante, perfetto preambolo a quello che si rivelerà un concerto coinvolgente e convincente, a testimonianza dell’ottimo stato di forma in cui si trova il quartetto scandinavo, pronto nuovamente a recitare un ruolo di primo piano nella scena estrema mondiale.
La setlist, che premia ovviamente il capolavoro “Storm Of The Light’s Bane”, non emargina comunque il debut album “The Somberlain” (spettacolare l’esecuzione della title track), né tanto meno si ancora al passato. È infatti da applausi “Maha Khali” (che dal vivo assume tutt’altro spessore), ultimo singolo del combo svedese e invitante anticipazione di quello che potrebbe essere il nuovo corso dei Dissection.
Il pubblico dimostra di apprezzare la performance di Nodtveidt e soci, rispondendo sempre con entusiasmo ai richiami ferali del vocalist e supportando la band costantemente per tutto lo show.
Inutile cercare il brano migliore, perché da “Night’s Blood” a “Thorns Of Crimson Death”, i risultati sono sempre impeccabili sia dal punto di vista dell’esecuzione tecnica che per il feeling glaciale trasmesso ai presenti.
Peccato solo che in un paio di occasioni il suono della sei corde di Jon sembri uscire dagli ampli ad intermittenza… un problema che comunque non intacca un’ora circa di spettacolo di altissimo livello. Con certi assoli, già splendidi su disco, che dal vivo sono risultati ancora più potenti, epici e taglienti.
Il valore dei Dissection non si discute.
[Eomer]

[CANDLEMASS]
Annunciati da rannuvolamenti nel cielo in corrispondenza di un significativo e simbolico tramonto, le leggende viventi del doom metal, indubbiamente uno dei nomi più attesi dai fedeli oltranzisti accorsi in massa a questo primo concerto in terra latina dei Candlemass, autori di una prestazione a dir poco memorabile. La Marcia Funebre di Chopin rivisitata nel celeberrimo e mai troppo lodato "Nightfall" apre lo show tra le acclamazioni di una folla in autentico delirio nell'attesa dei propri eroi, e quando sul potentissimo riff della nuova "Black Dwarf" i cinque svedesi irrompono sul palco tutto la nutrita platea esplode in un boato di gioia alla vista del grande, unico e inimitabile Messiah Marcolin, un uomo per cui il tempo sembra non essere passato, uguale com'è a quell'icona che è nella mente di tutti i Candlemass-fan del mondo: la chioma riccia, il faccione pieno, le movenze goffe ma teatrali, la pancia gonfia ricoperta dal mitico saio nero, e quell'ugola così potente e lirica da far rimanere a bocca aperta anche i più abituati e disincantati fan di questa musica... tutto è calibrato alla perfezione su questo simbolo dell'heavy metal più puro, plumbeo e funereo.
Tutto lo show è stato un autentico trionfo della personalità incontenibile di Marcolin, che oltre ad aver firmato una prestazione più che perfetta dal punto di vista esecutivo si è confermato uno dei più grandi frontman della storia dell'heavy metal: controbilanciando la sua inquietante e malefica presenza di frate perverso con una dilagante simpatia tra una canzone e l'altra (numerose le battute su come tutti i fan dei Candlemass dovrebbero essere depressi e tristi... "but not this night, I hope!") questo fantastico uomo è riuscito a trascinare da solo un'intera platea, nulla togliendo al comprimario Leif Edling e a tutti gli altri musicisti (autori di una prova superba e impeccabile), ma la scena è stata tutta per il redivivo Messiah, com'era giusto che fosse.
La scaletta ha accontentato praticamente tutti (anche se gli aficionados potrebbero lamentare l'assenza di classiconi quali "Demon's Gate" o "Crystal Ball"), dimostrando la notevole validità live del nuovo materiale, in particolare la bellissima "Copernicus" e "Assassin Of Light", ma stupendo e commovendo con le esecuzioni pressochè perfette di autentici manifesti di questo genere musicale... "Samarithan" ha trascinato tutti in un headbanging lentissimo e ipnotico, "At The Gallow's End" è stata cantata come un inno da tutti i fan, mentre il medley finale "The Well Of Souls"/"Dark Are The Veils Of Death" è quanto di più epico, doomico e metallico si sia sentito a questo Iron Fest 2005... con la possibile eccezione di quella che a mio avviso è stata la canzone più bella della giornata, quella "Solitude" che forse rappresenta il vero manifesto del doom metal ed è stata eseguita a velocità persino minore che su disco, con una partecipazione incredibile da parte della band (e di Messiah) e applausi a scena aperta da parte di un pubblico a dir poco entusiasta. Complimenti anche ai tecnici del suono che hanno fornito alla band un sound assolutamente perfetto, incredibile poter godere di tale potenza sonora e perfezione acustica ad un festival così ricco di gruppi! Incredibile l'entusiasmo della band (e in primis di Marcolin) davanti a un pubblico caldissimo e commosso nel vedere per la prima volta su suolo italico la Leggenda del Doom: in effetti dubito che la band possa contare su un pubblico così fedele e fanatico: peccato nel vedere tutta questa poesia rovinata dal solito manipolo di individui che si sono messi a pogare sui Candlemass, uno spettacolo agghiacciante e assolutamente fuori luogo, che dovrebbe far ricordare a tutti gli individui di cui sopra che sul palco c'erano i Candlemass, non gli Ska-P o i Linkin Park... il pogo a un concerto doom è ben peggio dei cavoli a merenda. A parte questi dettagli di (purtroppo) ordinaria amministrazione, un concerto perfetto, probabilmente il migliore del TIF 2005, e senza dubbio uno dei più entusiastici e passionali. "And please, let me die in solitude..."
[Barbaro Epico]

[DIO]
Sarà che arrivati ad una certa età si guarda al proprio passato e si prova a mettere in ordine quello che si riscopre fuori posto, ma Ronnie non è affatto apparso come la storia ce lo ha caratterialmente consegnato: intrattabile, scontroso, prima donna, egocentrico e via discorrendo. Ronnie si è rivelato una persona inequivocabilmente seria e disponibile, affabile ed ironica. Sessantaquattro anni assai visibili esteriormente, ma artisticamente ancora verdi.
La sua esibizione è stata, probabilmente, la migliore della due giorni a cui ho assistito. Perfetta, come se il tempo non fosse mai trascorso. La sua voce stupra ancora le attese, domande che dubbiose si interrogano sullo stato di tenuta fisica del singer di origini molisane(Campobasso. “Italy is my homerun” – dirà nel corso del concerto). Lui che saltella, si ciondola sul corpo, interpreta oltre che cantare, che attraversa il palco da destra a sinistra e viceversa dall'apertura fino all'ultima canzone in uno show che ripercorre tutta la sua sterminata carriera, dai Rainbow ("Man Of The Silver Mountain", "Gates Of Babylon", "Long Live Rock'n'Roll"), ai Sabbath("Heaven And ", "Neon Knights"), alla sua prolifica carriera solista che ha avuto, ovviamente, un posto di rilievo durante la serata("Don't Talk To Stranger", "We Rock", "Egypt(The Chains Are On"), "Sunset Superman", "Stand Up And Shout"). Oltre alla ottima esibizione dell'intera band, anche questa volta ha avuto un posto d'onore il pubblico che in larga parte è rimasto sotto la pioggia per l’intera durata del concerto ricevendo le lodi di Ronnie: gente a petto nudo che saltava, cantava a squarciagola, si dimenava sotto i colpi inferti dai classici immortali del singer italo-americano, indomita, fradicia dalla pioggia ma felice. E quando "Rainbow In The Dark" viene annunciata, si scatena il putiferio sotto al palco, intorno, nel backstage, negli stand coperti dove hanno trovato riparo i cagoni impressionati dall'acqua: una scena che non si cancellerà facilmente dalla RAM di chi potrà dire il retorico ma fatidico "io c'ero".
La conclusione di questo magnifico festival non poteva passare in mani migliori, tra storia e leggenda ed un presente che non teme per niente la modernità. Un grande bill, grandissimo pubblico, ed una organizzazione, finalmente, che si può definire senza esagerare "alla tedesca".
Che Dio sia sempre con voi. Quello di stasera, non l'altro del piano di sopra. E che il TIF possa ancora regalarci per moltissimi anni a seguire eventi come quello appena trascorso già passato alla storia.
[Emo]

IN THE END...
Risulta impossibile terminare un report completo come questo sull'Iron Fest 2005 senza inoltrare i dovuti complimenti agli organizzatori dell'Associazione Culturale Orpheus, spalleggiati per l'occasione dalla professionalità dei ragazzi di Metal Thrashing Mad e da tutto lo staff presente, partendo dagli immancabili amici del Motorock As e sino ad arrivare a chiunque abbia conferito il proprio contributo per un festival che, difficilmente, sbiadirà col tempo dai ricordi del sottoscritto e di tutti i colleghi della redazione di Hardsounds presenti.
Si spengono le luci, si smontano gli stands, si riprende la strada di casa consci che, il giorno successivo, sarebbe riniziata la solita routine lavorativa di sempre, lasciando per sempre alle spalle quello che era ormai diventato il punto di ritrovo fisso di una settimana magica come non mai. L'auto parte, il centro sportivo si allontana, la tristezza rimane: una tristezza mista a quelle autentiche e sentite lacrime di gioia, sintomo e simbolo di una rock vacanza davvero irripetibile. Grazie Iron Fest, grazie davvero dal più sentito e profondo del cuore, e, ancora per un'ultima e dovuta volta... Up To The TIF 2005!!
[Zorro11]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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