UNHOLY ALLIANCE II
Mazda Palace - Milano
22/10/2006
REPORT Oscar "Eomer" Amadini
Se c’è un festival che può permettersi di competere con i grandi eventi estivi, questo è sicuramente l’Unholy Alliance, che quest’anno, oltre a riproporre gli Slayer, offre un contorno di guest ben più gustoso di quello proposto nel 2004.
Sono i Thine Eyes Bleed a dare il la alla manifestazione con una performance energica, non certo priva di sostanza, ma ideale pricipalmente per scaldare l’atmosfera in attesa dei gruppi più blasonati. Eppure gli autori di “In The Wake Of Separation” si comportano egregiamente meritando gli applausi finali con cui il pubblico italiano li congeda… anche se il dubbio resta: avere un Araya in formazione può avere aiutato nel momento di definire la bill?
È poi il turno degli statunitensi Lamb Of God, che possono vantare una discografia più ricca e un ben più tangibile bagaglio di esperienza, anche e soprattutto in chiave live. Il crescente successo che Blythe e soci stanno ottenendo dalle nostre parti è ben testimoniato dall’ovazione che il Mazda Palace tributa loro non appena si fiondano sul palco. E nonostante un improvviso black out (non sarà l’unico della giornata) che interrompe per un paio di minuti il quintetto di Richmond, il thrashcore lapidario targato Lamb Of God colpisce nel segno: i fan avranno sicuramente apprezzato, e nemmeno a me sono dispiaciuti.
Un rapido cambio di set ed Alexi Lahio fa la sua comparsa on stage con i Children Of Bodom al seguito (annunciati da un particolare speaker).
L’inizio con “Silent Night, Bodom Night” mostra da subito una band ormai matura, decisamente in palla e precisa nello svolgere il proprio compito, anche se non sempre in grado di coinvolgere il pubblico come richiederebbe un live event di questa portata.
Peccato che la malasorte si accanisca anche sui Bambini finlandesi, stoppati dal secondo black out della giornata durante l’esecuzione di “Living Dead Beat”; e così, dopo che la band ha abbandonato il palco (Lahio inviperito come non mai) passano altri istanti di terrore con buona parte del pubblico a chiedersi se il quintetto nordico ricomparirà in scena o meno. Ebbene sì, messo a punto definitivamente l’impianto, i nostri fanno il loro applauditissimo come back, per la gioia dei numerosi fan accorsi all’happening milanese.
C’è spazio ancora per qualche brano dunque e se alcuni tradiscono scelte discutibili (“Hate Me”), lo stesso non si può dire di “Sixpounder” e della splendida conclusiva “Downfall”, che chiude col botto un concerto positivo, ma non certo sensazionale. Qualcosa da “Something Wild” no?
Molto più convincente la performance degli In Flames che, dopo la pubblicazione dell’ottimo “Come Clarity”, ritornano a calcare le assi di un palcoscenico italiano. Ed è un vero piacere ritrovare gli svedesi in questo stato di forma: impeccabili sotto ogni punto di vista, sono stati a mio modo di vedere la band più sorprendente della giornata, capaci di coinvolgere l’audience già dall’intro (ricordate Supercar?), con tanto di led luminosi che accompagneranno tutto lo show.
“Pinball Map” mette da subito a soqquadro un Mazda Palace stracolmo, seguita da una monolitica “Leeches”, che può vantare un refrain dal vivo ancora più efficace.
Se ovviamente è l’ultimo “Come Clarity” a farla da padrona, i nostri non dimenticano i tempi antichi e allora ecco il classicone “Behind Space” e, sorpresa, una “Graveland” che mai mi sarei sognato di risentire.
Pazienza se viene completamente ignorato il capolavoro “Whoracle”, perché il resto dei brani scelti per l’occasione si mantiene su livelli eccellenti, a cominciare da una “Resin” ineccepibile, e senza dimenticare la suggestiva “Cloud Connected”.
E giù il cappello ancora una volta dinnanzi a “Only For The Weak”, che al momento dell’uscita di “Clayman” fece storcere il naso a più di un fan, ma dal vivo si rivela ogni volta uno dei pezzi più trascinanti: il “Jumpdafuckup” evocato da Anders ha provocato un piccolo sisma all’interno del palazzetto milanese.
E poi ancora “Trigger”, “Come Clarity”, “Reflect The Storm”, una “Take This Life” da lasciare senza fiato e “My Sweet Shadow”, che chiude come meglio non si potrebbe un concerto a dir poco esaltante.
Se gli In Flames sono stati sorprendenti, gli Slayer hanno fatto semplicemente gli Slayer. E scusate se è poco. Come al solito, la furia della leggendaria thrash metal band si è abbattuta sui presenti con tutta l’irruenza del caso.
“Disciple” è stata la prima mazzata. Altre ne sono seguite. E tutte hanno fatto male.
Un concerto in cui “Seasons” è stato l’album più saccheggiato, con ben cinque estratti, che a voler esser pignoli possono essere anche troppi, visto che alla fine abbiamo registrato l’assenza della storica “Hell Awaits”.
Dell’ultimo “Christ Illusion”, primo lavoro dal come back di Dave Lombardo, è un piacere ascoltare live l’ottima “Cult”, con quel suo refrain che racchiude in sé vent’anni di Slayer pensiero. Più discutibile la scelta di proporre “Eyes Of The Insane”: “Jihad”, per non parlare di “Flesh Strom”, avrebbe sicuramente riscosso più consensi.
C’è comunuque modo di consolarsi con “Chemical Warfare” e “Die By The Sword”, dal passato più remoto della band, con la sulfurea “South Of Heaven” e l’imprescindibile “Mandatory Suicide” e soprattutto con la sacra triade di “Reign In Blood” (“Angel Of Death”, “Postmortem” e “Raining Blood”) che il tempo ha ormai consacrato a simbolo indiscusso di un certo modo di fare thrash.
La barba bianca di Tom Araya è indice di un’età non più giovanissima, che va di pari passo con uno screaming che, per forza di cose, non può reggere il confronto col passato. Il singer è il primo a rendersene conto, basta vedere come cerca di dosare la propria voce, eppure il suo cantato risulta ancora una volta lacerante e infernale. Sempre spietate invece le due asce di King e Hanneman, così come perfetto è il lavoro di Lombardo dietro il drumkit.
Insomma, i soliti Slayer, una garanzia ineguagliabile.