
Mi
trovo da solo a camminare in una serie si fronde basse e fitte... la nebbia mi
avvolge e la sua umida consistenza mi penetra nelle ossa raggelandole. E' buio
ma non nero... il grigio di un mattino che deve ancora nascere offusca i miei
occhi e complica il mio cammino. Odo echi tenebrosi... la voce della foresta che
mi circonda mi dice che ella stessa è viva. Uno specchio d'acqua illumina tetramente
una vasta zona dove la foresta ha concesso spazio ad un immenso lago desolato.
Solitudine, tristezza, rassegnazione... è questo che prova il mio animo vagando
per questo labirinto naturale. Il silenzio è lievemente alterato da gelidi sospiri
di un vento non invadente ma sottofondo del nulla. Una frenetica vita silenziosa...
un sordo ronzio di morte. Passi pesanti e sempre più rapidi denunciano paura di
niente e di tutto... ignaro di ciò che è e di ciò che non vedo ma sento. Pace,
tranquillità... nella malinconia del mio spirito, giungo al termine del mio sogno
che è solo l'inizio...
Questo è solo un milionesimo delle sensazioni che
si provano nell'ascoltare il secondo lavoro sulla lunga distanza dei norvegesi
Tenhi. Questo "Väre" è un lavoro bellissimo e malinconicamente attraente ed accattivante.
Attenzione, però, non è musica facile! Siamo di fronte a musica evoluta, essenziale,
che si occupa del cuore e dell'anima. I Tenhi ci propongono un folk finlandese
con tutte le caratteristiche giuste per descrivere le atmosfere rarefatte della
propria terra d'origine. Come nella migliore scuola prog nordeuropea (vedi anche
i Sinkadus), le composizioni sono dilatate ed il racconto è rigorosamente in lingua
finlandese.
Entrando nel dettaglio dei brani del disco, si nota che l'inizio
è dei più eccellenti con composizioni acustiche/elettriche sempre discrete, malinconiche
ed opprimenti, dove la delicata maestria esecutiva dei musicisti inietta nell'ambiente
un clima del tutto magico.
E', però, con "Vilja" che giungono i primi scossoni
al substrato dell'epidermide, quando nell'incedere tristemente acustico della
chitarra classica, arriva un maestoso break di flauto che fa irrimediabilmente
accapponare la pelle. Da questo momento in poi e per tutta la parte centrale del
disco, le emozioni si susseguono in modo esponenziale. Mentre i primi due pezzi
del disco ci presentano atmosfere simil-doom che in alcuni tratti e per il particolare
uso del violino, possono ricordare i My Dying Bride, la suddetta parte centrale
dell'album si fa meno lenta e più vicina ad un dark melodico e più gotico. Chitarra
acustica e piano si alternano nel dipingere i paesaggi asettici del Nord Europa,
con la profonda tristezza e malinconia che questi infondono, ma c'è sempre posto
per sporadiche cavalcate di flauto a ricordare che oltre la nebbia splende sempre
un sole. Nella bellissima "Yötä" sembra di sentire Jan Anderson dei Jethro Tull
sfidare il grigio della vita con un flauto sempre più in crescendo. A sottolineare
ed enfatizzare l'alternanza degli stati d'animo, tutte le canzoni presentano dei
piacevoli cambi di tempo, melodia e velocità. Come a voler paragonare simbolicamente
l'intero arco di una giornata con la durata di un disco, all'inizio oscuro, seguito
da una fase più dinamica, fa posto la parte conclusiva che chiude il discorso
dirigendosi nuovamente verso un'oscurità opprimente, passando, però, con "Sutoi",
da lidi maggiormente folk dove si percepisce un clima medievale fortemente ritmato
con il basso in evidenza ed il solito flauto, che qui sembra addirittura arabeggiante.
Nel progressismo diffuso in tutto il disco solo alcuni brani spiccano maggiormente
per le loro caratteristiche marcatamente più vicine a territori prog più puri
e la menzionata "Sutoi" con la successiva "Katve" (spagnoleggiante e molto Jethro
Tull-oriented nell'uso del flauto) sono tra questi.
L'album si chiude come detto
in modo maggiormente oscuro con due canzoni la cui peculiarità è quella di infondere
ossessione nell'ascoltatore. In effetti si tratta due canzoni un pò noiosette,
lente e con la struttura di nenie acustiche dove i vari lamenti sono accompagnati
da percussioni o chitarra. In conclusione, mi sento di consigliare l'ascolto di
questi Tenhi targati 2002 ad un pubblico di mente aperta ed in grado di farsi
affascinare e trasportare in un vortice di emozioni uniche. Come già detto, non
è musica per tutti, soprattutto per quelli che si sentono metallari duri e puri.
Delicato racconto dell'anima...soave palpito del cuore...bellissimo volo della mente.
VOTO 87
RECENSORE Pierre Hound
_TRACKLIST
01.
Vastakaiun
02. Jäljen
03.
Vilja
04. Keväin
05.
Yötä
06. Suortuva
07.
Tenhi
08. Sutoi
09.
Katve
10. Varis Eloinen
11.
Kuolleesi Jokeen
_LINE UP
Tyko
Saarikko Vocals, Guitar, Jew's Harp, Didgeridoo, Udu, Synth
Ilmari Issakainen Drums, Percussions, Bass,
Piano, Guitar, Backing Vocals
Ilkka Salminen Vocals,
Guitar
Janina Lehto Flute
Eleonora
Lundell Viola
Inka Eerola Violin
Jaakko Hilppö Bass, Backing Vocals
Kirsikka
Siik Cello