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BOTANIST / OSKOREIEN: EP 3: Green Metal / Deterministic Chaos

data

02/01/2017
78


Genere: Experimental Black Metal
Etichetta: Avantgarde Music
Distro:
Anno: 2016

Negli ultimi tempi sono stato chiamato a dire la mia su diversi split che mi hanno alquanto contrariato. La domanda che rivelava la necessarietà o meno di tali uscite è sempre la stessa: i pezzi dell'una o dell'altra band riuscivano a difendersi da sè, come se fossero pubblicati autonomamente? Come si è visto per Necrodeath e Cadaveria o per Ysengrin e Sartegos, le risposte possono essere varie. Stavolta però per quanto la situazione possa sembrare simile, non siamo davanti a un vero e proprio split. La stessa Avantgarde parla di "due lati A dello stesso disco", insomma è una trovata per pubblicare due mini-album in uno, che col senno di poi si dimostrano assolutamente autonomi. Botanist e Oskoreien sono due tra le migliori one man band black metal della California, che meriterebbero ben altra notorietà. I primi sono un originalissimo progetto di Otrebor (Roberto Marinetti all'anagrafe, dalle origini molto chiare) e sono gli unici cantori del black metal -udite, udite!- botanico, fatto con il dulcimer al posto della chitarra, uno strumento a corde percosse o pizzicate che riesce a conferire delicatezza, maestosità, naturalezza e dissonanza a seconda della tecnica usata. Dai primi album del 2011 i Botanist ne hanno fatta di strada affinando e sperimentando ritmi, tecniche vocali, suonando addirittura dal vivo. L'EP qui recensito segue gli altri lavori brevi, ossia lo split con Palace of Worms e 'Hammer of Botany', nell'apportare pochi cambiamenti al sound già di per sè alquanto singolare, ma si pone come più cattivo, violento e freddo rispetto a 'VI: Flora' e a 'Hammer...', in odore di melodia. Dovete ascoltare con le vostre orecchie, e se amate l'intraprendenza e l'originalità non potete che rimanere basiti davanti a questa musica senza paragoni. Oskoreien invece ha avuto una storia meno concitata, fatta di meno uscite, ma ponderata. Nel 2016 è uscito anche il suo secondo full dopo quello di cinque anni prima, un omonimo stupendo. I due brani presenti in questo disco riprendono la vena ispirata dell'ultimo e recentissimo 'All Too Human', risultando molto cupi, ai limiti del drone e del noise in alcuni punti, e costruendo delle canzoni di difficile ascolto, cosparse di catacombali sintetizzatori e di atmosfere nere come la pece. La cover dei Placebo è irriconoscibile, come se fosse passata per una bitumiera enorme con una grande quantità di catrame. Anche in questo caso, si tratta di passo necessario di un percorso molto più ampio, ma che riesce a stare da sè, a giustificare l'impressione su vinile. Il metal che va... oltre la siepe.

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