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HOLLOW HAZE: Poison In Black

data

30/09/2012
80


Genere: Heavy Metal
Etichetta: Bakerteam Records
Distro:
Anno: 2012

Per alcuni, quelli superficiali, questo è solo il quarto album degli Hollow Haze. E già due errori: il primo è sottovalutare una band con oramai un consistente numero di uscite, il secondo è ignorare che questo 'Poison In Black' è per la band vicentina la classica quadratura del cerchio. Il loro miglior disco finora. Innanzitutto si trova continuità al microfono col singer Ramon Sonato, al secondo album e in crescita artistica, come la band del resto. I passi rispetto al passato recente di 'End Of A Dark Era' del 2010 sono evidenti. I suoni sono più maturi e già da questo punto di vista siamo a livelli europei, ma è la maturazione nel songwriting che lascia piacevolmente sopresi (ma anche no, visto che dall'ex White Skull Nick Savio ci si aspettava un disco del genere). Non che ci sia tantissima originalità, ma comunque il tutto grazie a una minuziosa cura dei particolari riconduce infine al suono Hollow Haze. Perchè è impossibile che Ramon non vi ricordi Halford almeno un po', o - visto il genere - un Ralph Scheepers dei Primal Fear, anche se si possono trovare diverse chicche qua e là, come gli "mmh mmh" alla Ronnie James Dio nella grande "Never Turn Back", un inno epico e cadenzato che va di diritto tra i pezzi migliori della band. D'altro canto, gli inserti sinfonici se rendono ariosi diversi passaggi ("Tears Of Pain" nei primi secondi sembra attendere solo la Tarja di turno, ma provvidenzialmente arriva il mattatore Ramon che direziona il brano su una strada migliore) allo stesso tempo alleggeriscono il metal e lo fanno diventare "altro". Meno classico, meno d'impatto, non per questo meno coinvolgente. Mettiamoci pure gli assoli ispiratissimi di Mr. Savio e il quadro è praticamente idilliaco. Il gruppo riesce ad ideare pure un divertissement come "Haunting The Sinner" per dare un po' di rilievo alla sezione ritmica, ma non è che il pezzo meno riuscito del disco. Fanno la parte del leone "Hit In Time", dal ritornello arioso, e le conclusive "Snowblind" e "Headless Cross": due cover dei Black Sabbath? No, la prima è solo una omonima, qui il metal è leggermente mantato di rock adulto, con una maggiore emotività generale e una grande varietà ritmica. L'altra è proprio una cover dei Sabs e solo per la scelta della canzone la band (o chi ha scelto il pezzo) si merita una birra per non averci fatto sorbire l'ennesima versione di "Paranoid" o "War Pigs", e per aver nel proprio piccolo ricordato a tutti quei sedicenti metallari che, oltre Ozzy e Dio, Iommi è stato meraviglioso anche negli ultimi album della sua band con il grande Tony Martin. Convincente interpretazione, le inflessioni halfordiane nella voce rendono ancora più piacevole la canzon, di per sè senza difetti. Degna conclusione di un album che apre nuovi orizzonti agli Hollow Haze.

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