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RAGING SPEEDHORN: Lost Ritual

data

07/10/2016
70


Genere: Sludgecore
Etichetta: Unsigned, Pledge Music
Distro:
Anno: 2016

Oramai si riuniscono cani e porci, è assodato. Gruppi grandi, medi, piccoli, insignificanti o fondamentali fanno a gara per tornare indietro nel tempo, per fare di nuovo baldoria sul palco. O almeno per cercar di farlo. Quantomeno i Raging Speedhorn hanno lanciato una campagna di raccolta fondi per vedere se e quanti fan erano davvero interessati a una loro reunion. Ecco, l'effetto nostalgia che gli inglesi giocano sulla fascia d'età 25-30 anni non è da sottovalutare. Anzi, direi proprio che vedere che un gruppo della tua infanzia metallica, che si era sciolto, ora torna dopo nove anni con un nuovo album... Consentitemelo, è una presa a male non da poco. Non è questione di disco bello o brutto, anzi, 'Lost Ritual' fa a gara con 'How The Great Have Fallen' del 2005 per la medaglia d'argento dietro all'iconico 'We Will Be Dead Tomorrow'. La line up è anche la stessa, quindi col figliol prodigo Frank Regan a sbraitare dietro al microfono con John Loughlin. Lo sapevate? Hanno sempre avuto due cantanti. Una cosa insolita per lo sludge. Ma era il contesto a rendere i RS speciali. Esordio nel 2001, in piena tempesta nu metal, di cui all'esordio sembrano anche vicini, pur suonando sludgecore da palude. Erano una reincarnazione più moderna degli Iron Monkey. E lo sono ancora con 'Lost Ritual', facendo finta che quella via di mezzo tra un aborto e una cisti scrotale di 'Before The Sea Was Built' non sia mai uscita. Un album pesantissimo, che nei momenti più sludge è ancor più terremotante e in quelli più punk spinge ancor di più. A tratti bisogna prendersi una pausa per come è asfissiante. Niente di originale, ci sono cose già sentite (esempio al volo: "Dogshit Blues" ha tante similitudini con la vecchia "Too Drunk To Give A Fuck") sia nel bene che nel male (la conclusiva "Unleash The Serpent" è poco avvincente). La band è carica però, di sicuro non manca la voglia di sopravvivere, almeno discograficamente parlando, in questo 2016. E allora perché parlavo di "presa a male"? Semplicemente è la consapevolezza che una sorta di piccola e inconscia mitizzazione, avvenuta dopo lo scioglimento, si è infranta con questo nuovo lavoro, che va a rimestare nel passato pur essendo attuale. Riporta alla luce dei cadaveri e dei ricordi che avrebbero giovato maggiormente dell'idealizzato e offuscato semi-oblio postumo, mentre ora sia noi che i Raging Speedhorn dobbiamo fare i conti col tempo che è trascorso, gli anni che si sono accumulati e soprattutto col fatto che oggi questo bel disco sarà fonte di piccola/media/grande ricerca da parte dei nostalgici tanto quanto sarà considerato con sufficienza/ignorato/denigrato da parte degli attuali e nuovi frequentatori della scena, che hanno molte più band di questo tipo e qualità rispetto al 2003. Un sette pieno, grasso e lurido.

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