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STIGE: Skar(n)ification

data

28/08/2012
78


Genere: Death Metal
Etichetta: Unsigned
Distro:
Anno: 2012

Uno pensa che siano solo i grossi nomi a smuovere le coscienze e a mobilitare gli animi, invece chi scrive sinceramente aspettava da diverso tempo questo disco degli Stige dopo la grande performance dell'Agglutination 2011. 'Skar(n)ification', primo full length della band di Mottola dopo qualche demo ed EP, è introdotto da una splendida copertina in stile fumetto che ritrae la band nel bel mezzo dell'inferno dantesco, traghettata dal batterista Peppe Eramo che fa il Caronte della situazione. L'opera è di Enzo "Heavy Bone" Rizzi che ha curato anche il booklet e la geniale immagine interna conferma il suo talento. L'occhio ha avuto la sua parte, le orecchie saranno ancora più felici di questo disco. L'apertura è affidata al carroarmato "This Is War", pezzo già noto perchè rilasciato in una compilation tempo fa, ma la forza di questa produzione è sconcertante e ci troviamo ben presto a soccombere sotto questo efficacissimo up tempo dal ritornello estremamente rabbioso. L'immediatezza è una delle armi in più degli Stige, che nonostante il genere proposto, riescono a rendere facilmente memorizzabili molti di questi otto pezzi. Si suol fare il paragone con i Six Feet Under, ma l'atmosfera mortifera e densa del gruppo pugliese è -già- una spanna sopra il death metal da asilo della band di Chris Barnes. Piuttosto, come mood, come oppressione costante, possiamo chiamare in causa la paludosa melma dei primi due dischi dei Suffocation o dei Cannibal Corpse. Riuscire a suonare estremamente pesanti e costruire invalicabili bastioni della violenza più pura: questo fanno gli Stige senza chiamare in causa chissà quale perizia tecnica o evoluzioni strumentali. Un esempio di come è suonato un ottimo disco death metal, in cui si capisce bene la band che lo ha ideato e si riesce a differenziare molto bene al suo interno. Come non notare la lenta e decadente "The End Of Day", con parole di Charles Baudelaire, in cui si insinua qualcosa di spaventoso e viscido, dall'arpeggio iniziale alle nervose chitarre soliste? Il growl di Marko si è incattivito e incupito ancora di più dal precedente 'Christmorphosis', in più l'intero gruppo ha acquisito maggiore esperienza, fermi restando i colpi assassini alla batteria di Peppone, inconfondibile il suo tocco che dona groove ai pezzi. La durata è ideale, non ci sono pezzi minori, anzi, la qualità è alta e siamo veramente felici che un'altra ottima band sia arrivata al traguardo del primo album. Meglio impiegare così energie e risparmi che svanire nel nulla dopo aver comprato un quarto d'ora di musica per vantarsi di aver aperto per chissà quale grande nome.

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