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DOWN AMONG THE DEAD MEN: Exterminate! Annihilate! Destroy!

data

18/02/2016
70


Genere: Crust Death Metal
Etichetta: Cyclone Empire
Distro:
Anno: 2015

A sentir parlare di Rogga Johansson come dell'uomo dai mille gruppi, uno poi pensa che sia una leggenda metropolitana, che sia una formuletta sbrigativa per i recensori che devono dare corpo a un articolo. Sfatiamo il mito? Non possiamo, neanche volendo. La verità è che solo nel 2015 il signore svedese ha suonato (e in alcuni casi cantato) in cinque full length e un EP: Echelon, Johansson & Speckman, Putrevore, Revolting, The Grotesquery e per ultimo - ma solo per comodità espositive - il secondo album dei Down Among The Dead Men. Questa deliziosa creaturina, condivisa con Dave Ingram (ex di Benediction e Bolt Thrower) e un altro dei suoi compari dei Paganizer, è una bestia di death metal old school particolarmente avvelenato col crust punk, e già dall'omonimo esordio sono stati dolori. Potrebbe bastarvi il titolo 'Exterminate! Annihilate! Destroy!' per capire che le cose si fanno davvero complicate per chi crede che il death metal sia questione di calcolo al tavolino, di tecnica da sfoggiare o addirittura un concetto che pur lontanamente si accosta all'area della melodia. No, qui siamo nella fogna, anzi un po' più un basso, giù tra i morti. Il gioco delle differenze è facile: rispetto all'esordio la chitarra è più pastosa, i suoni bassi sono davvero terremotanti e quindi nel complesso la band è riuscita a creare un sound ancora più opprimente. I pezzi più punkettoni restano praticamente gli stessi, in più casi ci sono tre accordi o quattro al massimo a reggere la baracca e lo fanno sempre benissimo. Non si sa come facciano a non stancare mai, è un mistero. Sarà che la durata è comunque esigua e non si arriva mai alla fine di un pezzo sentendosi sazi, anzi, spesso si torna sui propri passi per riassaporare l'uno o l'altro di questi quattordici bocconi al sangue, in cui il death metal salva la faccia al crust e viceversa, si guardano le spalle a vicenda e poi niente, ti ritrovi a terra stordito, ma era solo "War Machine" o "Armageddon Factor". Attenzione a come è stata resa "Forged In Fire" degli Anvil, che diventa un magmatico concentrato di malvagità che erode con metodo e lentezza in cinque minuti. Tanto per gradire, segnaliamo il cameo di Kam Lee e le due cover, che rendono bene l'idea di come Rogga e i suoi sodali lavorino sodo e in modo trasversale, senza la necessità di sbandierare ai quattro venti il loro impegno e confezionando l'ennesimo disco da tenere presente per le serate di devastazione e soprattutto per i (rari, ci auguriamo) momenti in cui la passione per il metal sembra affievolirsi. Ecco, riparlatene dopo qualche minuto dei Down Among The Dead Men.

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