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MELVINS: Tres Cabrones

data

26/11/2013
75


Genere: Unclassifiable
Etichetta: Ipecac Recordings
Distro:
Anno: 2013

I dischi dei Melvins per la Ipecac non sono paragonabili ai precedenti, questo è poco, ma sicuro. Altrettanto certo è che un gruppo del genere, anche perdendo un pizzico di smalto e iniziando a pubblicare perlopiù bagatelle tanto per divertirsi (e per divertirci), è sempre uno spettacolo da circo perché quando meno te l'aspetti di stordisce con i propri effetti speciali, e cioè con il disco che non ti aspettavi. Non rinneghiamo quanto scritto in apertura. Ma sapete cosa c'è? Questi tre caproni ci fanno capire che la musica vera non è questione di mettersi a tavolino e mettere in fila tre quarti d'ora di musica. L'album in questione esce dopo un disco di cover (schizzate come al solito) e il precedente full length potrebbe essere considerato 'Freak Puke' del 2012. Ma ricordiamo che quello era a nome Melvins Lite, orientato verso il blues (lercio come solo possono idearlo), diverso da tutto ciò che i Nostri avevano fatto in precedenza. 'Tres Cabrones' non solo ha una copertina geniale, ma sembra (chissà come ci sembrerà questo cd tra dieci anni) un po' più accessibile e diretto. Dalla regia ci dicono che la maggior parte dei pezzi sono già usciti nei vinili e nei singoli, ma se siete tra i maniaci del cd, è questa una grande occasione per averli tutti. Come potevamo aspettarci, non c'è nulla dei Melvins Lite e di 'Freak Puke'. Qualche brano tradizionale riarrangiato da amabili cazzoni, certo. Il resto è '(A) Senile Animal' che fa un frontale con 'Houdini'. Dale Crover si sposta al basso, Trevor Dunn a casa, dietro le pelli l'originario batterista della prima metà degli anni Ottanta. King Buzzo è appunto il re di cotanta pazzia applicata allo sludge ("City Dump"), al noise e alla psichedelia ("I Told You I Was Crazy"), al punk (soprattutto alla fine dell'album). Gli sporadici sintetizzatori sono totalmente fuori controllo e sono occhi indiscreti che cercano di spogliarti della tua residua lucidità. Aspettarsi di più era utopistico, visto che questi qui sono in giro da trent'anni e hanno scritto (col fango) pagine fondamentali della musica che amiamo.

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