KREATOR and more
Fuga romantica in quel di Berlino il 18 aprile scorso, guarda caso mentre il "Krusher of the World" dei Kreator va in scena alla Uber Eats Arena, a pochi passi da East Side Gallery. La location è facilmente raggiungibile con qualsiasi mezzo di trasporto pubblico e il nuovo polo commerciale adiacente rende l' attesa meno impegnativa della solita coda sotto il sole a cui siamo abituati. La venue profuma ancora di nuovo e la sua disposizione su più piani rende il transito tra bar, merchandising e palco molto fluido. Il tempo di conquistare la transenna passeggiando e subito aprono i Nails: una manciata di pezzi per il trio californiano sono sufficienti a far muovere un'arena già col parterre pienissimo. Nonostante i recenti cambi di formazione Todd Jones e soci danno l'impressione di un gruppo che funziona riuscendo, con cambi di tempo più o meno esagerati, a scatenare pogo e circle pit come dei veri headliner. Velocissimo cambio di palco e subito si presenta un'altra band californiana, ma con un passato ben più denso della precedente. Gli Exodus, difatti, vengono accolti con un gran boato, e in men che non si dica la Uber Eats Arena si trasforma in una bolgia violenta. Il rientro di Rob Dukes alla voce sa di amarcord, e sembra che tutto si sia fermato a due decadi fa, con una scaletta micidiale: "Bonded by Blood", "Black List" e "Toxic Waltz" alternate da bombe a mano e qualche pezzo della nuova uscita 'Goliath'. Gary Holt è impeccabile alla chitarra e Rob squarcia Berlino in due con potenza, mentre calca il palco in maniera minacciosa per tutta la durata del loro set. Pure come uno dei gruppi spalla gli Exodus si confermano all'apice della scena thrash metal. Cambio di palco rapidissimo e con luci bianche freddissime si apprestano a salire sul palco i Carcass. Lo stage cambia aspetto, una cupa e gelida atmosfera cala su quello che ricorda molto una sala operatoria, neanche il tempo di rendersene conto e Jeff Walker si presenta con un growl lungo e graffiante. Succede che i Carcass non sbagliano un colpo, non ricordo di averli mai visti in uno stato di grazia di questa portata. Dirompenti, precisi e ipnotici, alzano il livello della serata con un death/gore eseguito in maniera, ehm, chirurgica. Da "Buried Dreams", passando per "Dance of Ixtab", "No Love Lost" e brani più moderni il quartetto inglese lascia in apnea il pubblico per un'ora abbondante. Bill Steer che non smette di sorridere e saltellare per tutto il concerto si mischia alla presenza magnetica di Jeff Walker, la performance dei nativi di Liverpool è magistrale sotto tutti i punti di vista. Nota di merito per il nuovo batterista inserito a tour in corso: Waltteri Vayrynen (Opeth) lascia pelli e bacchette con la consapevolezza di aver colpito nel segno senza far rimpiangere l'improvvisa sostituzione (temporanea a quanto pare) di Daniel Wilding. Ultimo cambio di palco e si apprestano ad entrare in scena i Kreator, freschi del loro ultimo album uscito recentemente. Il quartetto di Essen apre le danze senza troppi indugi e nella prima manciata di canzoni troviamo già cannonate del calibro di "Hail to the Hordes", "Enemy of God" e "People of the Lie". Il frontman Petrozza non perde occasione di incitare il pubblico di casa, fiamme e demoni sul palco si alternano mostrando una cura verso dettagli e teatralità quasi maniacale. Non passa molto tempo quando un timido "crowdsurfer" vola sulle teste dei presenti, dando vita a un rigurgito isterico di "surfer" senza fine. Decisamente più in forma rispetto a quanto riportato dalla data italiana dell' Alcatraz, sarà per la moderna acustica della venue o il profumo dell'aria di casa, i Kreator gestiscono le quasi due ore di show con grande esperienza: il pubblico viene sempre coinvolto e chiamato in causa, quando l'attenzione cala (ahimè) in corrispondenza dei nuovi brani viene poi subito scosso con una setlist generosa di hit storiche. Satana e la sue orde vengono spesso chiamati in causa, ma il vero protagonista resta il thrash metal tedesco. Quarant'anni di carriera lasciano sul palco un segno indelebile, pezzi come "Satan is Real", "Violent Revolution" e "Pleasure to Kill" hanno ancora l'effetto di una ginocchiata alla bocca dello stomaco.

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