KAMELOT: Dark Asylum
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03/10/2026Eravamo a fine anni '90, con il revival dell'heavy metal classico che spingeva verso vette di popolarità inimmaginabili qualsivoglia gruppo europeo (e non) dedito al power metal, quando gli americani (fondati a Tampa, ma con una forte componente norvegese a partire da Siege Perilous) se ne uscirono con "The Fourth Legacy", vero e proprio manifesto di tale metal melodico, veloce, tecnico e al contempo potente. Il successo fu immediato e i Kamelot furono abili nel replicare la formula magica che li aveva improvvisamente resi noti a livello mondiale nei tre successivi dischi, tutti quanti addirittura capaci di portare la loro proposta ad un livello ancora più alto. Da "Ghost Opera" in poi, però, qualcosa cambia; la proposta rimane di alta qualità, ma sembra incepparsi il meccanismo che riusciva a coniugare in modo mirabile certi ritornelli di facile presa sparati a mille all'ora con momenti più riflessivi, vuoi attraverso intense ballate o per mezzo di suite, più o meno lunghe, che sapevano affascinare anche le orecchie più fini. In altre parole, quello che nel giro di una tetralogia magnifica era diventato un vero e proprio trademark pareva essersi tramutato in una sorta di ottimo prodotto di largo consumo. Copertine stereotipate (con bellezza femminile sempre in primo piano), tinte gotiche a livello di immagine, ospitate che seguono coordinate precise in termini di stile vocale e di impatto visivo, produzione curatissima, ma dal retrogusto di plastica e brani che sembrano sempre più copie, a volte sbiadite, dei pezzi che hanno decretato il grande successo della band. La situazione non è certamente andata migliorando con l'abbandono prima di un cantante straordinario e caratterizzante quale Roy e poi del motore ritmico Casey Grillo (sempre poco considerato...) e a poco è servito assoldare uno strepitoso Tommy Kaverik se poi lo limiti a imitare chi lo ha preceduto o ne tarpi le ali in nome della "policy" aziendale. 'Dark Asylum', purtroppo, non sfugge a quello che è stato l'andamento degli ultimi 20 anni dei Kamelot, riproponendo il solito sound sontuoso, magnificato dal ritorno alla produzione del guru Sacha Paeth e di Jacob Hansen al mixaggio, una tracklist che pare studiata a tavolino e special guest che nel migliore dei casi risultano dimenticabili. Detto ciò, il disco scorre via veloce senza impuntamenti, a tratti anche in modo piacevole, ma lascia poco o niente. Valida la title track, dal ritornello a presa rapida ma che di "Dark" ha praticamente nulla, frizzante "One Last Masquerade" con la partecipazione di Tobias Sammet capace di dare un po' di carattere a melodie efficaci, ma il meglio arriva nella seconda parte dell'album; "Godlike Alchemy" funziona anche grazie ad un grande lavoro di Kaverik, "The Sleeping Mind" è diretta e veloce come da tradizione e sarebbe stata perfetta in apertura, così come "Kaleidoscope" esaltata da un chorus contagioso che fa venir voglia di cantare. Un lavoro che punta dritto all'obiettivo, senza particolari sbavature, formalmente perfetto e che, c'è da scommetere, soddisferà il mastermind Thomas Youngblood in termini di ritorno d'immagine e di soldi incassati. Tutto bene, insomma, a parte il fatto che la magia se n'è andata, ed a questo punto difficilmente tornerà.


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