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ABORYM: Dirty

data

29/05/2013
83


Genere: Industrial Black Metal
Etichetta: Agonia Records
Distro:
Anno: 2013

Finalmente un album su cui si è costruito intorno un hype mostruoso, eppure non è avvenuto ciò cui spesso siamo abituati, ovvero tanta attesa per nulla, con conseguente disco deludente. 'Dirty' per fortuna ci ha fatto ben sperare sin dalla presentazione del singolo "Irreversible Crisis". Posta come opener, sono quasi cinque i minuti di delirio cui ci sottopone, come voler chiudere certi conti in sospeso, ridefinire alcuni elementi che in quest'occasione vengono ricalcati, riconsiderati e plasmati in una veste morbosa, raccapricciante, ma allo stesso tempo spaventosa. D'uno spavento dalla pura accezione positiva, un album che viene ascoltato con piacere perché scritto bene. Dicevamo dell'opener che ha tutti gli elementi al suo posto per poter entrare facilmente nella testa: dal beat dei primi secondi, a quello più marziale e accompagnato da un chorus ruffiano, sfrontato. Il brano ricorda senza dubbio le atmosfere apocalittiche e opprimenti del tetro 'With No Human Intervention', pur portando con sé elementi nuovi come alcuni assoli sparati a mille e una gestione dei suoni provenienti da tastiere e diavolerie varie più studiata. E studiato non è solo questo strumento, quanto 'Dirty' nella sua interezza, capace di imprigionare e concentrare. La summa dell'Aborym-sound? Probabile sia così visto che quest'anno la band celebra il suo 20° anniversario, e il formato/contenuto del disco fa capire palesemente le intenzioni del trio. "Across The Universe" (quasi gemella della traccia conclusiva), viaggia su coordinate quasi simili pur strozzando a malapena il ritmo frenetico di Faust alla batteria con dei disturbanti tricks elettronici sparsi qua e là. Lavoro questo eseguito senza dubbio con grande attenzione. Tutto l'album prende sin dal primo ascolto e le tracce hanno un'anima dannatamente catchy nonostante abbiano una struttura non proprio facile. Così come non era facile aspettarsi un album uguale il precedente, tant'è che in tutti gli altri dischi non avremmo mai pensato di ascoltare improvvise fughe melodiche come quelle presenti nel finale dell'infame "Raped By Daddy". Uno dei punti a favore è sicuramente questo: ogni tassello è ben ponderato tra la melodia (elemento sempre poco presente in passato), l’anima elettronica ("Helter Skelter Youth" una su tutte tra quelle più schizzate in tal senso, o "Face The Reptile" più interessante a nostro parere), in tal contesto fortificata e più matura, completa, e l’immancabile scia infernale che lascia tracce ovunque. Sebbene la titletrack, "Bleedthrough" e "I Don't Know" si mantengano su una durata più breve rispetto le altre, l'obiettivo rimane lo stesso. Tramortire nel primo caso, e lasciare ampi spazi alla sperimentazione nella seconda, con voci pulite (altra gradita novità), e ulteriori interessanti stacchi melodici. Nel secondo disco troviamo brani riproposti in una nuova veste, tre cover (quella dei Pink Floyd ci mostra un Fabban alle prese con una piacevolissima voce pulita), e la conclusiva "Need For Limited Loss", traccia costruita attorno un meticoloso lavoro di cut-copy/paste di file musicali e di testo, ricevuti dai fans tramite e-mail. Ulteriore ciliegina sulla torta per un disco che già di per sè con i primi brani si mostra sorprendente e speciale.

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