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DREAM THEATER: A View From The Top Of The World

data

21/10/2021
82


Genere: Progressive Metal
Etichetta: InsideOut Music
Distro: Sony
Anno: 2021

Nel bel mezzo del tour organizzato a supporto di 'Distance Over Time', ma anche per celebrare al contempo il ventennale dall'uscita del capolavoro 'Scenes From A Memory', i Dream Theater si sono trovati costretti a cancellare le date programmate (in Italia sono riusciti per il rotto della cuffia a suonare nel Febbraio 2020, quindi tra gli ultimi show prima del lockdown), senza che ovviamente si sapesse ancora come si sarebbe evoluta la situazione legata alla pandemia. Piuttosto che stare con le mani in mano, la band si è messa al lavoro nel suo nuovo studio, il Dream Theater HQ, per preparare un nuovo album, con James LaBrie in una prima fase costretto ad interagire a distanza dal Canada. Nasce dunque un po' prima dei programmi iniziali questo loro quindicesimo full-length intitolato 'A View From The Top Of The World'. Il titolo, che è anche quello della lunga suite conclusiva, allude a quelle situazioni in cui vi sono persone che affrontano rischi e pericoli enormi, magari ad esempio per cavalcare gigantesche onde con il surf o per scalare montagne quasi inaccessibili, semplicemente perchè amano nutrirsi di quell'adrenalina, di quella sensazione di brivido che li fa sentire più vivi. Un'esperienza che, a suo modo, la band ha sempre vissuto con la propria musica, provando soluzioni mai tentate prima, spingendole all'estremo, riuscendo a far convivere un virtuosismo a volte quasi esasperato con la capacità di emozionare e incantare la propria audience: i Dream Theater hanno di fatto così rielaborato e creato nuovi canoni, costruendosi uno stile complesso e variegato che tradizionalmente viene, forse anche un po' semplicisticamente, catalogato come prog metal e inquadrato in questo genere. Certo, poi non tutti i loro quindici album sono obiettivamente allo stesso livello e alcuni sono meglio riusciti di altri: a nostro parere questo nuovo platter non è da considerarsi tra i loro capolavori, però, come avviene nella maggior parte dei casi quando si tratta di questa band, si tratta senz'altro di un disco notevole. Come dicevamo in apertura, la sua gestazione avviene in un momento ben preciso, ovvero subito dopo il tour di supporto al precedente 'Distance Over Time', in occasione del quale veniva celebrato anche il ventennale di 'Scenes From A Memory': in effetti, per quanto possiamo dire che segua la scia del suo predecessore a livello stilistico, si possono ravvisare parecchie influenze appunto anche di "Metropolis Pt. 2". Questo avviene soprattutto a livello strumentale, nelle lunghe divagazioni in cui si lancia la band (considerando peraltro che più o meno tutti brani sono mediamente di lunga durata), come risulta particolarmente evidente ad esempio in "The Alien", nella titletrack o in "Sleeping Giant": addirittura, in quest'ultima, in un passaggio Rudess richiama un assolo di piano che sa tanto di charleston, come avviene in "The Dance Of Eternity". Nella tracklist non ci sono stavolta vere e proprie ballate, però ritroviamo un paio di mid-tempo più melodici, come "Invisible Monster", la canzone con il ritornello senz'altro più catchy dell'album e "Trascending Time", un brano dove i Dream Theater palesemente rendono omaggio ad alcune delle loro band preferite come Yes e Rush. Peraltro, si nota come talvolta, quanto meno in alcuni passaggi del disco, venga enfatizzato un sound marcatamente settantiano, con l'utilizzo dell'hammond (o, ad esempio, anche del mini moog) e con un flavour che in qualche misura potrebbe rimandare ai tempi di "Octavarium". C'è un intermezzo più atmosferico anche nel corso della title-track, che inevitabilmente ne spezza il ritmo, per poi riprendere quota decisamente nella seconda parte. In conclusione, in un certo senso 'Distance Over Time' ci era apparso un disco più intrigante e proiettato verso uno stile più fresco e moderno: la nostra impressione è che con questo nuovo album ci sia in qualche misura un maggiore ritorno su sonorità che potremmo definire ormai "classiche" per i Dream Theater, senza comunque snaturare o prendere le distanze dal loro stile più recente. Peraltro, poi, il fatto che la band possa guardare un po' in retrospettiva, considerando quella che è la propria discografia, non è di per sè un fatto negativo, per cui possiamo dire che ancora una volta Petrucci e compagni sono riusciti a tirar fuori un lavoro di grande spessore, degno di questi maestri del prog metal. 

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