THE ROLLING STONES: Bridges to Babylon
29 Settembre 1997, ‘Bridges To Babylon’. Gli album precedenti (‘Voodoo Lounge’, 1994; ‘Steel Wheels’, 1989; ‘Dirty Work’, 1986), non ebbero un gran riscontro positivo (prodotti da The Glimmer Twins). Nel 1993 lo storico bassista Bill Wyman, per sua volontà, uscì dalla scena. Gli Stones camminavano nel buio da troppo tempo. E dopo tutti quegli anni lo spaesamento “doveva” portare solo ad un processo risolutivo: “privati di vista”, dovevano affidarsi ai propri corpi, “sedendosi” dopo piccoli tratti, ed affidandosi sempre di più ai propri sensi; i pensieri si sarebbero arresi, e le loro stesse risorse avrebbero risvegliato nuove possibilità. Gli Stones dovevano ritornare pungenti! Una strada possibile poteva essere quella di arrotondare i loro stessi spigoli, adattarsi al tempo (nei suoni anni ‘90), magari diventando più radiofonici, pur mantenendo le doti tradizionali, che li avevano resi tali. La produzione in ‘Bridges To Babylon’ si allargava nelle collaborazioni, con The Dust Brothers, Danny Saber, Rob Fraboni (ingaggiato da Richards) e Pierre de Beauport (Don Was già presente nel 1994, e gradito a Richards). Lo schema primordiale doveva essere lo stesso (alla base composizioni Jagger-Richards), ma il progetto si doveva incorporare di diffusi arrangiamenti e di un vero e proprio “quartier generale”, dalla configurazione esterna (produzione allargata che avrebbe anche potuto spezzare i rapporti interni), e presenza di numerosi musicisti turnisti che si integrassero completamente ai rockers, senza quasi apparire in presenza. In gran parte dell’album la batteria di Watt venne affiancata dalle percussioni di Jim Keltner. In “Flip The Switch” ed in “Too Tight” fu voluto da Richards il contrabbasso di Jeff Serli per mantenere la tradizione sonora “rolling” originaria del rock and roll. Keith non voleva il basso elettrico. Avevano già abbastanza rock, e dovevano far risuonare la parte “roll”, insita nel contrabbasso. Fu usato un secchio, dal batterista Kenny Aronoff, per rendere più semiacustica “Already Over Me” ed un fraseggio di chitarra resofonica (dobro) di Wood: a mio giudizio uno splendido “tarlo musicale”! L’attitudine di chi è multi strumentista (oltre che produttore), come Danny Saber venne premiata in “Gunface”, traccia dalle parole rancorose (desiderio di uccidere). In questo contesto, nel 1997 nasceva un album che poteva sembrare costituito (per due terzi) da due progetti solisti: uno di Jagger, ed uno di Richards. Riascoltandolo oggi posso affermare che in questo disco ci sono dei capolavori pazzeschi come “Out Of Control”, melodia dall’accumulo intenso, progressivo, basata su un riff di basso di Danny Saber che culmina in un ritornello rock. Ci sono delicatezze, vulnerabilità, e scarsi armamenti nel mascherare il mood dei “due” rocker, soprattutto in “Already Over Me” (cantata da Jagger) e in “Thief In The Night” (cantata da Richards). Quest’ultima in particolare è un’occasione unica e nobile per l’ascoltatore di connettersi con l’umore di Keith, e di aver accesso a quel suo modo di mostrarsi. Toltosi la corazza, la voce di Richards ti immerge in soul jazz in “How Can I Stop” dal finale inaspettato: l’amalgama dei dieci musicisti decolla con il solo dello straordinario sassofonista Wayne Shorter. E ci sono pezzi come “Too Tight” che evidenziano il valore del connubio Stones! Ci sono tracce come “Saint Of Me” che nascevano e prendevano forma da scontri propositivi interni: the Dust Brothers proponevano una batteria distorta, electrofunk; Charlie rielaborò l’idea; Richards abbandonò la sua parte, venne sostituito da Waddy Watchel; ed a contrastare la ritmica “moderna” Billy Preston suonò un organo che richiamava gli Stones del passato. Non ci sono solo riff ripescati e riutilizzati (riff di “Low Down” simile a “Start Me Up”). La loro voglia di giocare è sempre presente, ritornare in campo, rischiando connubi ibridi come suoni giamaicani, in “You Don’t Have To Mean It”, imbastita su una grandiosa ritmica reggae di Richards. Otto bassisti per registrare l’album. Diversi sono gli aneddoti dei retroscena di questo disco: 1) La similitudine di “Anybody Seen My Baby” con “Costant Craving” della cantautrice canadese Lang. 2) La versione proposta dal produttore Babyface di “Already Over Me” bocciata da Jagger. 3) La continua ricerca di un equilibrio nei suoni di “Out Of Control” di cui furono realizzati otto remix ed una versione bootleg con l’aggiunta di frammenti campionati dei Temptations. 4) La combinazione delle sedute di registrazione con B.B. King (Richards insieme agli Stones ha suonato l’assolo di “Paying The Cost To Be The Boss” in ‘Deuces Wild’). 5) Il nastro di “Thief In The Night” fu sabotato da Richards perché il pezzo rimanesse fedele all’autore. ‘Bridges To Babilon’ è pungente, provocante, amaro, rattristante, mutevole ed è comunque un atto di fiducia e di riappropriazione delle proprie risorse.
P 1997 Rolling Stones Records

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