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JAY BUCHANAN: Weapons of Beauty

data

21/02/2026
85


Genere: Rock, Country, Folk
Etichetta: Sacred Tongue Recordings
Distro:
Anno: 2026

Era il 1999, con voce tonica, giovane, fanciullesca, Jay Buchanan (voce dei Rival Sons dal 2009) suonava spesso tracce del suo primo album al Gypsy Lounge nella contea di Orange, California. Con “Into The Sky” (‘Violence’, 1999) raccontava il suo desiderio di trasformarsi in farfalla, e con una particolare sensibilità, mista a rabbia, cantava “Last Thing You Need” (‘All Understood, 2003). Ora nel 2026, dopo quasi tre mesi vissuti sottoterra, in un bunker, nel deserto del Mojave (recuperando con pompa acqua da un pozzo, e luce da un generatore a gas tempermentale), ha potuto distribuire più facilmente il suo “primo” progetto da solista ‘Weapon Of Beauty’: un racconto musicale che nasce da vite di altri e finisce per toccare la propria (“Shower Of Roses”, “Sway”); utilizza il country rock, il folk, il soul, il gospel, ma soprattutto la sua personalità e la sua vocalità. Autentico, fedele a sé stesso. Una voce che negli anni si è impreziosita di rame, di pigmenti ossidati, convertiti in una base protettiva che oggi può regalare cromatismi da corten, e mostrarci la bellezza del silenzio, mettendo a fuoco una dimensione dove “si può” stare bene, godere del nulla, della compagnia del solo proprio corpo, e cedere il proprio benessere all’ascoltatore. Capace di raccontare il senso di perdita (“Caroline”). Comunica atmosfere desertiche con slide guitar come brezze minime di aria in movimento. Il deserto è troppo silenzioso. E intanto interagisce con “qualcosa/qualcuno” su una melodia di altri tempi, chiedendo piccoli stimoli in “High And Lonesome”. La sua voce scava e attinge al “suo colore rosso”, si carica di entusiasmo in “True Black”, una sorta di ballo limbo: Jay deve passare il bastone, senza cadere, senza toccarlo, mantenendo un ritmo continuo. Paradossale l’esito, un battito di mani lo accompagna e un piccolo solo di guitar e piano lo accoglie dall’altro lato. Persiste la condizione di attesa in “Tubleweeds”, con sospensioni country folk. C’è la consapevolezza di riconoscersi in uno stato di attesa, ma anche di uno stato che auspica fiducia in una possibilità; lo percepisco dal songwriting, da una dizione e da arrangiamento alla Springsteen ("vite come cespugli aridi che continuano a rotolare, la fine non è ancora scritta; senza più radici, ma continuano a disperdere i propri semi"). In “Deep Swimming” rielabora la fragilità, alla Sam Fender, Anderson East, Nathaniel Rateliff, etc. in un sound contemporaneo. “Sway” è un omaggio a sé stesso, alle sue particelle ossidate; una sorta di “Soul” (Rivals Sons, 2011) spogliata dei suoi compagni (strumenti), e data anche qui, voce ad una batteria dai tempi fantasma, per una deliziosa dedica a sua moglie. La fluida, soft rock, west coast “Great Divide” onora i suoni morbidi dei Fleetwood Mac e seduce con un binomio tra chitarra elettrica ed acustica. “Dance Me To The End Of Love” è una parentesi poetica (Leonard Cohen), perfettamente calata nella narrazione, straziante, se si pensa al suo significato, ma riarrangiata con solarità tipica alla Little Feat. Jay Buchanan chiude la narrazione con “Weapons Of Beauty” mettendosi nei panni del grido disperato di “chi ha perso” ("sono un cavallo senza cavaliere, senza sella; dammi le canzoni da cantare nella lotta; queste armi di bellezza distruggeranno la notte"). Da notare la presenza del batterista che lo ha accompagnato nei suoi primi due album. Questo progetto è un disco dal forte senso del cantautorato attuale americano: versatile, moderno, rispettoso; un progetto che verrà apprezzato, ascolto dopo ascolto, se interpretato!

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