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SANCTUS INFERNUM: SANCTUS INFERNUM

data

17/09/2008
75


Genere: Death/Doom/Black Metal
Etichetta: Solitude Productions/BadMoodMan
Anno: 2008

Sebbene prodotti da un label russo, i Sanctus Infernum, qui al loro debutto, provengono dalle grigie e desolate distese del Kansas e vantano tra le loro fila la presenza del chitarrista Mark Anderson, che in passato ha militato nella celeberrima heavy metal band Manilla Road. Certo è che non si parla di battaglie epiche e di cavalieri qui: il sound dell'ossimorica band è un lentissimo e ruvido doom/death metal di stampo classico e con una forte componente black. Facciamo delle necessarie precisazioni: la registrazione è ottimale, così come la scelta dei suoni e la composizione dei brani, davvero colta e ispirata anche se gli appassionati del virtuosismo e della tecnica esasperata farebbero meglio a rivolgersi altrove, così come gli estimatori della registrazione spartana e della struttura armonica approssimativa ma "cult". Le coordinate stilistiche sono quelle del Doom Death di scuola classica, in pratica i primi Amorphis e in maggior misura gli Incantation. Quindi nessuna grande innovazione stilistica, solo un album suonato e concepito egregiamente, se può bastarvi. I suoni bassi e saturati della chitarra, che segue a ruota la lenta e inesorabile struttura ritmica di basso e batteria. La solistica è uno dei punti più alti dell'album, essendo caratterizzata da un sopraffino gusto compositivo e grandi melodie, e la monumentale "The Journey Back", lunghissimo brano introdotto e chiuso da bellissimi arpeggi acustici, è la prova che la band è capace di unire in un unico essere un'ottima capacità di creare riff, un gran senso della melodia e passaggi anche piuttosto inusuali. E poi la voce. Il growl bassissimo e sporco di Ricky Vannatta, che incorpora anche elementi black, è quanto di più appropriato e azzeccato ci possa essere per la musica dei Sanctus Infernum. L'elemento Death si fa sentire maggiormente in pezzi come la bella opener "Flesh Without Sin" o "Suffer". Bella anche l'atmosferica e lunga "Let It Be So", brano che gravita tra arpeggi e cupe atmosfere cadenzate. In definitiva, non ci troviamo di fronte a un disco che aprirà nuovi orizzonti musicali o che rivoluzionerà quanto già detto finora, piuttosto un bell'album, che piacerà agli appassionati del genere.

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