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SLAVIOR: SLAVIOR

data

12/04/2007
65


Genere: Prog/Alternative
Etichetta: Inside Out
Anno: 2007

Uscito dai Fates Warning a causa della canonica divergenza sulla strada futura da percorrere, Mark Zonder mette su gli Slavior e con questo esordio omonimo si rituffa nel calderone discografico. Uno split dagli apparenti validi motivi sostenuti dal contenuto del disco. Infatti, se il campo di partenza in cui il grande batterista si aggira rimane quello progressive, questo si distacca quasi del tutto da quanto proposto dalla precedente(grandissima, è bene sempre sottolinearlo) band. Non solo semplici variazioni sul tema, ma anche un sound diverso. Moderno, corposo, che strizza l'occhio alla scena alternativa e non solo. "Altar", per dire, sembra un brano dei Red Hot Chili Peppers iper arrangiato con la dovuta differenza tecnica nell'esecuzione. Un trio, gli Slavior, che oltre a Zonder vede coinvolti Wayne Findlay(MSG) e Gregg Analla(Tribe Of Gypsies), anche se, superfluo sottolinearlo, qui la voce del padrone la interpreta Zonder con una prestazione davvero stratosferica a cui, come del resto, eravamo già da sempre abituati. Bene anche Analla, ugola dalla timbrica opportuna per il sound proposto. Però, però, non tutto funziona come ci si aspetterebbe. L'inizio è di quelli che sorprendono, i primi tre brani di fila hanno il tiro giusto e riescono a colpire grazie ad un songwriting ed a melodie ispirate, e soprattutto perché la band sembra abbia avere le idee ben chiare. Man mano, però, il disco s'incammina verso canzoni anonime(come anche la copertina del disco), con conseguente perdita d'intenti. Se "Dove" risolleva questa parte di disco con il suo vincente simil-reggae, quanto rimane è solo un pugno di composizioni scarse che fa perdere sostanza all'intero lavoro. Va a farsi fottere l'ispirazione iniziale, e "Slavior" diventa un insieme di idee mal poste, non sfruttate, se non sul piano dell'esecuzione pur sempre encomiabile. In verità, non è che Zonder fosse un campione in tema di scrittura, questo era noto, ma se solo l'avesse affinata di più, e avesse lavorato di più sullo sviluppo delle sonorità, ora staremmo parlando di un lavoro diverso. Inutile appellarsi ai "se", comunque. Forse più che una questione di vedute diverse rispetto a Matheos, quella di Zonder era una necessità di uscire da dietro le pelli e mettere alla prova le sue ipotetiche doti di leader, guidare un progetto, visto che il carisma di Metheos è di quelli die-hard. Ma anche se così non fosse, esperimento lo stesso non riuscito, caro Mark. Passi l'esordio, ma da gente con un passato di quella portata alle spalle ci si aspetta molto di più.

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