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WITCHWOOD

Negli ultimi anni si sono fatti strada con forza nel panorama di reinterpretazione personale del rock classico i Witchwood. La band emiliana ha sempre anteposto la qualità e la ricercatezza alla mera copia conforme all'originale, pubblicando tre album pieni di passione e amore per il rock. L'ultimo di questi, il fresco 'Before The Winter', consolida ulteriormente la posizione della band emiliano-romagnola tra le realtà più interessanti di questo movimento, che in questo recente periodo soprattutto in Europa ha preso piede. 'Before The Winter', a dispetto del titolo, è un album che riscalda e protegge, in un quadro contraddistinto dalle sonorità rock classiche che si confermano una garanzia per le orecchie e per il cuore. Ne abbiamo parlato con il frontman Ricky Dal Pane, che ci ha fatto capire il senso che si cela dietro al significato di 'inverno'.

Ciao ragazzi, e benvenuti su Hardsounds.it. Sono trascorsi tre anni dal vostro precedente album ‘Handful Of Stars’. Quali sono le vostre considerazioni finali sul quel disco, e come avete trascorso questo periodo fino ai lavori per il nuovo album ‘Before The Winter’? Ciao a tutti voi, è un piacere rispondere alle vostre domande. Sì, dalla pubblicazione di 'Handful of Stars' sono passati ormai quattro anni. E’ un lavoro di cui siamo ancora molto soddisfatti; un maxi EP se vogliamo chiamarlo così, ma che noi giudichiamo a tutti gli effetti un tassello fondamentale sulla strada che ci ha condotti fino a qui e che contiene una delle canzoni a cui siamo più legati, "Mother". In questi anni di cose ne sono successe molte. Subito dopo 'Handful of Stars' abbiamo inciso due cover per un doppio tributo David Bowie / Mark Bolan uscito per Black Widow Records, “A Tribute To The Madmen”, dove abbiamo reinterpretato  "Rock’N’Roll Suicide" di Bowie e "Child Star" di Bolan. Quest’ultima è stata poi inserita come bonus track nell’edizione in vinile del nuovo album. Abbiamo poi tenuto varie date, tra cui ricordo con piacere la partecipazione all’Hammer Of Doom in apertura tra gli altri a Lucifer’s Friend e  Cirith Ungol, e al Malta Doom. Anche se noi non suoniamo doom sono state due serate fantastiche. Poi abbiamo iniziato la lavorazione del nuovo album che tra composizione e produzione ci ha tenuti impegnati buona parte del 2018 e del 2019.

Veniamo al vostro nuovo lavoro, ‘Before The Winter’. Considerando che si rimane nella sfera del rock classico in stile retrò, che è ormai la vostra piattaforma musicale, quali sono i tratti distintivi che possono differenziarsi dai dischi precedenti? Sicuramente l’approccio a questo lavoro è stato differente. Abbiamo cercato di rendere le nostre composizioni più snelle e meno prolisse concentrandoci sulla loro resa generale e mettendo ogni singolo strumento al servizio del brano, senza rinunciare alla ricercatezza di certe soluzioni. Credo che questo approccio comunque naturale e spontaneo abbia messo in luce in maniera più evidente e organica tutte le sfaccettature del nostro sound.

Ci sono vari spunti nel nuovo disco che richiamano la stagione fredda: il titolo del disco, l’artwork di copertina, il brano che ha anticipato l’uscita dell’album, “A Taste Of Winter”, con un video imperniato attorno ad una palla di vetro con neve. È un disco che, secondo voi, risulta essere adatto ad essere ascoltato durante questo specifico periodo dell’anno? A partire dalla copertina, è il vostro rapporto con l’inverno il tema portante dell’album, o si spazia anche su altro? L’inverno a cui fa riferimento il titolo e il brano in questione e l’argomento che lega quasi tutti i brani dell’album è una metafora della depressione, come fosse un’inverno dell’anima appunto. Uno stato di morte e vuoto apparente per alcuni perché in realtà la vita, sotto la morsa del gelo, continua il suo corso, ma come se fosse sospesa, nascosta a chi non sa più percepirne la bellezza. Ho provato a dare varie chiavi di lettura per questa situazione che purtoppo ho imparato a conoscere fin troppo bene, cosi difficile e sottovalutata, interpretata a volte da alcuni solo come un futile capriccio o nulla più, partendo da quello che succede precedentemente e dalle situazioni differenti che possono portare a trovarsi soffocati in questa morsa. Non è comunque un concept album, alcuni brani trattano anche di altro, come "Slow Colours Of Shade" che è la seconda parte di un concept in varie parti iniziato nel lavoro precedente con "Mother" e che tratta il tema della perdita e delle difficoltà comunicative che possono instaurarsi tra genitori e figli.

Il disco parte con tre brani dall’andatura fortemente incisiva ed audace, per poi abbassare apparentemente le frequenze e lasciare spazio in molti punti a passaggi più atmosferici, quasi malinconici. È stata una vostra scelta precisa distribuire i brani in questo modo? L’ordine dei brani è stato pensato per bilanciare al meglio tutte le atmosfere e rendere l’ascolto più fruibile. Volevamo mantenere alta l’attenzione dell’ascoltatore fino alla fine.

C’è anche spazio, nei brani conclusivi, per delle apparizioni femminili, soprattutto nel brano “Nasrid”. È un brano che è stato scritto apposta per essere sostenuto da una voce femminile? In futuro, pensate di riproporre delle soluzioni simili? Perché no, è probabile che ripeteremo l’esperienza. Quel brano è nato volutamente come omaggio al maestro Ennio Morricone ed alla sua stupenda opera. Amo profondamente le sue composizioni; brani come "Gabriel’s Oboe" riescono ancora dopo tanti anni a toccarmi nel profondo. Quando abbiamo inciso questo brano non avremmo mai immaginato che di lì a poco il maestro sarebbe venuto a mancare. Questo, per noi, rende il nostro modesto e umile omaggio nei suoi confronti ancora più sentito e carico di significato.

Copertina di 'Before The Winter', uscito il 200 novembre 2020 per Jolly Roger Records
 

Nel complesso, e come anche negli album precedenti, c’è una gran commistione tra i vari strumenti, dalle chitarre al flauto traverso, passando per l’hammond e finendo con la tua voce, sempre distintiva ed autoritaria. Per quest’album, come si è sviluppata la scrittura delle canzoni? Siete partiti da determinati strumenti, o c’è stata una stesura di base che poi ciascuno ha modellato autonomamente? I brani vengono scritti da me, spesso sulla chitarra acustica, anche se non seguo sempre lo stesso modus operandi. A volte parto da una melodia che mi suona in testa o da un riff su cui poi costruisco tutto il resto. Altre volte anche se più raramente seguo il procedimento inverso, cioè parto dal testo per sviluppare il brano come è stato nel caso di "Slow Colours Of Shade" in cui la musica si adatta alle atmosfere del racconto. Quando la struttura è a grandi linee definita, lavoriamo poi tutti insieme sugli arrangiamenti e sulla resa finale del pezzo.

Nella recensione del disco ho voluto inserire la parola “magia”, associata al modo in cui donate emozioni all’ascoltatore. Un termine che, nel genere che proponete, si addice legittimamente. Com’è la “magia” che avvertite quando suonate la vostra musica? Ha una provenienza particolare? E’ difficile rispondere. Sicuramente il carattere fiabesco legato al nostro immaginario aiuta in questo. Io, poi, sono una persona che ama isolarsi spesso in mezzo alla natura delle nostre colline e dei nostri boschi, che reputo veramente ricchi di atmosfera e magia. Spesso sono quelli i momenti in cui ciò che immagino inizia a prendere una forma più compiuta nella mia mente; questa ispirazione che deriva dalle mie passeggiate solitarie e silenziose è per me a tutti gli effetti una magia, che non si limita solo al discorso musicale. C’è poi da aggiungere che noi come band ci conosciamo e frequentiamo veramente da una vita, essendo amici di vecchia data. Questo sicuramente crea un feeling  particolare tra di noi che l’ascoltatore forse riesce a percepire. Non riesco a spiegarlo in un’altra maniera.

Se dovessi scegliere un brano da ciascuno dei vostri tre album, quali scegliereste e perché? "Handful Of Stars" dal primo album perché è un pezzo che racchiude perfettamente il nostro spirito come band; "Mother" dal secondo perché è un brano intimo e personale che trovo molto riuscito nella sua semplicità; infine "Slow Colours Of Shade" dal nuovo album, perché è finora il nostro brano più coraggioso, perché adoro come si fondono musica e parole, perché sono molto soddisfatto di come l’ho cantato e della sua resa finale.

Attualmente, state esplorando delle band che seguono il vostro stesso filone, o generi collegati? Quali sono le band  che si stanno esprimendo al meglio in questo frangente? Non saprei, io ascolto e seguo band molto differenti tra loro. Posso dirti quali sono quelle che sto ascoltando maggiormente negli ultimi tempi: Segno Del Comando, Fiaba, Impero Delle Ombre, Godwatt e La Janara. Tutte band che si esprimono in Italiano; strana questa cosa, ci pensavo proprio ultimamente. In più ho letteralmente consumato l’ultimo lavoro dei Paradise Lost, che trovo superbo. Se poi mi chiedi di scavare nel passato non finiamo più l’intervista… Mentre rispondo alle tue domande, sto ascoltando i Camel per esempio, che sono una delle mie band preferite di sempre.

Ricky Dal Pane (credits: Babanov photography)
 

A quanto ho potuto notare, siete una band che dal vivo non si è proposta molto, quantomeno in Italia. Quanto può essere difficile per voi esprimervi davanti ad una audience vasta e variegata? Guarda, sinceramente il problema non è l’audience, quanto che purtroppo abbiamo tutti delle vite e dei lavori che assorbono quasi completamente il nostro tempo ed energie. Per noi è veramente molto complicato riuscire a programmare più date in fila o un tour intero. Non siamo più ragazzini e, piaccia o meno, questa è la realtà con cui dobbiamo fare i conti. Questa situazione comporta molte difficoltà organizzative e limita le possibilità d’investimento e l’interesse nei nostri confronti di chi lavora nel settore live, rendendoci difficili da gestire o da proporre come progetto a lungo termine. Tornando alla tua domanda, sicuramente è vero, non suoniamo molto live anche se, nonostante questo, abbiamo avuto l’onore e la fortuna di calcare anche palchi importanti spesso aprendo per band o artisti leggendari che amiamo. Alla fine poi comunque la cosa non ci dispiace. Diciamo che ci dà la possibilità di scegliere le situazioni che ci si addicono maggiormente. Meno quantità ma più qualità, mettiamola così.

Quali sono i pregi e i difetti nell’esibirsi in Italia e all’estero? All’estero è veramente tutto un’altro mondo; oltre alla qualità delle situazioni e dei locali in cui ci si può trovare ad esibirsi, è impressionante la partecipazione. In Germania, per esempio, abbiamo aperto una sera per i Vintage Caravan e il locale, nonostante fosse presto, era già stipato, soprattutto di giovani che vengono a godersi l’intera serata. Stesso discorso all’Hammer Of  Doom in cui, visto che eravamo agitati, continuavamo a ripeterci che tanto avremmo suonato a inizio serata e non ci sarebbe stato nessuno; poi siamo usciti e ci siamo trovati di fronte a 1500 persone che ci hanno accolto a braccia aperte. Incredibile... C’è però da dire che in Italia non avremmo quei numeri in generale per ciò che riguarda la scena live, ma c’è comunque uno zoccolo duro di affezionati che continua a sostenere le band come la nostra, e questa è una cosa molto bella. Purtroppo da noi manca la cultura per raggiungere numeri che in altri paesi sono la normalità e consentire a locali, promoter e band di poter investire, e lo dico con amarezza.

Evitando di chiedervi programmi per l’anno venturo, data l’attuale situazione, vi chiedo semplicemente quale sarà la prima cosa che vorrete fare una volta tornati alla normalità? Non lo so... Intanto cerchiamo di tornare alla normalità, poi ci penseremo (ride).

In conclusione, cercate di convincere gli ascoltatori che ancora non vi conoscono ad entrare nel mondo Witchwood, e un buon motivo per ascoltare ‘Before The Winter’. Non sono la persona giusta per dirlo, visto che ho scritto io i brani. L’unica cosa che mi sento di dire è che noi mettiamo il cuore nel cercare di scrivere principalmente buone canzoni.., che possano essere riascoltate a distanza di anni con piacere. Direi che è tutto lì.

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