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LINDA PERRY: Let It Die Here

data

23/05/2026
90


Genere: R&B, Soul, Pop Rock
Etichetta: Kill Rock Stars
Distro:
Anno: 2026

Linda Perry, spirito bohemien, da cappello a cilindro a cappello a bombetta. Trasforma, rende "irriconoscibile" l’impatto di ciò che l’ha plasmata per tutta la vita. Ne riduce la forma e ne cambia l’impronta. Con una chiave davvero invidiabile e sorprendente nel suo ultimo progetto ‘Let It Die Here’ sviscera gli snodi della sua esistenza. E lo fa attraverso le sue doti principali: intuizione ed emotività, avvalendosi di più stili musicali (con una matrice fortemente americana), narrando dettagli a lei cari. E’ accompagnata da una sezione di strumenti a quattro corde (violini, viola, violoncello) che danno una direzione cinematografica all’album e trasformano le sue melodie in veri e propri discorsi sonori: poche parole possono diventare un racconto! Si presenta con voce più ruvida e sottomessa, remissiva, non fa più resistenza, è moderata. Assume i connotati di chi per la prima volta investe sulla sua faccia ed inizia a fare progetti per il futuro contro ogni incertezza! Dopo lo sconvolgente successo di “What’s Up” delle 4 Non Blondes (‘Bigger, Better, Faster, More!’, 1992; il 14 febbraio del 1991 proprio con questa canzone le quattro ragazze aprivano i concerti dei Primus), ha avuto una carriera nelle retrovie di una lista indefinita di artisti del calibro di Christina Aguilera (qui rifà la sua “Beautiful”), Pink, Gwen Stefani, Courtney Love, Dolly Parton, Alicia Keys, Adele, etc, ha composto colonne sonore per film e per serie tv (‘Out Of My Mind’, ‘Luckiest Girl Alive’, ‘Citizen Penn’) e realizzato due album da solista (‘In Flight’, 1996;’After Hours’, 1999). Questo è un album che le riapre le porte ai futuri impegni ed una possibile reunion con la sua band originaria; non per riproporre tracce (in cui lei stessa non si riconosce più), ma per riprendere ciò che aveva lasciato con nuove composizioni che avrebbe voluto cantare nel 1994! Il racconto di Linda inizia dalla strada, da chi ha le ali un po’ malate, con i suoi pensieri sotto i lampioni di “Balboa Park”. Ti catapulta da subito nella sua emotività con un cantautorato pop alla Elton John in “Stupid Yellow Kite” (c’è qualcosa che la trattiene), influenze gospel alla The Black Crowes in “Is That All You Got”, “indossa” un cappello trilby alla Tom Waits in “Let It Die Here” (Johnny Cash, bluegrass acustico con correzione di trombone e sax): l’atmosfera da night club persiste in tutto l’album forse a stimolare l’aspetto evasivo ed esclusivo al contempo. Le tracce corte, strumentali (“Mourning”, “Anxiety”, “Deep Breath”, “Liberation”) sono la sua intuizione: articolano senza che lei apra bocca! Lei che coglie verità nella musica di “Mourning”, lutto che ti scaraventa nella follia elettrica di una sei corde pungente; “Anxiety” è ansia che ti trascina nella sregolatezza e nel caos di un jazz irrazionale. “Deep Breath” e “Liberation” sono le premesse alle due rispettive canzoni “Now That She’s Gone” e “Albatross”. E quando canta, le melodie diventano scanzonate, ma dalle pieghe fragili (dote che ha ereditato da Karen Carpenter). Spingimi, spingimi, spingimi nel fiume! Lei è figlia di un portoghese e di madre brasiliana: quanta poesia dal loro incontro, perfetto in musica, in una Bossa Nova che esprime consapevolezza e trasforma in leggerezza qualcosa che un tempo avrebbe potuto annientarla. In “Am I Daughter” la sua voce graffiante muta vellutata e sobria alla Norah Jones. Ha un ritornello tutto Stones “The Suitcase”. “Feathers In A Storm” attrae per l’accoppiata chitarra/Stevie Nicks. Con la traccia finale “Albatross” Linda avrebbe potuto mettere in luce un’altra cantante femminile come al suo solito quando la batteria ne enfatizza la potenza del suo spirito di sollievo che sopraggiunge. Probabilmente anche tu, come Linda, ha una vecchia valigia a cui non “vuoi” dire addio!

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