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LABYRINTH

Serata difficoltosa questa, per il Venice Rock Festival. In concomitanza con il concerto di stasera (che prevedeva ben cinque gruppi italiani, ovvero Black Hill, Amnesia, Warchild, Mesmerize e gli headliner Labyrinth con succoso ingresso gratuito) ci sono infatti il massiccio Evolution Festival, il Badia Rocks e la festa veneziana del Redentore che ogni anno fagocita decine di migliaia di persone nella città più bella del mondo e litorali attigui. A fronte di ciò e col senno di poi, bisogna dire che l’affluenza è stata abbastanza buona. Arrivato con mostruoso ritardo sul posto, mi porto sotto il palco con i MESMERIZE che stanno dando gli ultimi ritocchi alla strumentazione prima di iniziare. Il concerto parte con l’opener dell’ultimo lavoro “Stainless”, sul quale sarà incentrato l’intero set, “The Burn”; impossibile non notare gli ottimi suoni, precisi e potenti, che fuoriescono dalle casse e un Folco Orlandini, clamorosamente identico al Freddie Mercury dell’epoca d’oro, decisamente in forma. Il concerto della band è stato piuttosto breve, con “Wind Chaser”, “Bitter Crop” e “Ragnarok” sugli scudi, inframmezzate da una cover discretamente eseguita di “Hail And Kill” dei Manowar, ma i cinque hanno dimostrato di saperci fare davvero sul palco, sia per tecnica che per feeling. Complimenti. Dopo un prolungato cambio palco è il turno degli attesi LABYRINTH; l’ultima volta che li vidi era il 2001, di supporto a “Sons Of Thunder”, ma ammetto di non averli poi seguiti molto nonostante li ritenga una delle band italiane più valide e lontane dal power fantasy bavarese in circolazione. L’apertura è affidata alla potente “L.Y.A.F.H.”, con i musicisti che si presentano da copione vestiti di bianco e Tiranti con le braccia legate dalla camicia di forza; come per il concerto dei Mesmerize l’audio è ottimo, se si esclude qualche feedback di troppo alla chitarra di Pier Gonnella (autore di una prestazione maiuscola nonostante qualche sbavatura). Dopo i primi tre brani Tiranti ringrazia il ristretto pubblico e annuncia una pausa di mezz’ora per poter godersi tutti insieme i fuochi artificiali sparati da Venezia, fuochi che alcuni hanno visto e altri no come il sottoscritto, per qualche misteriosa ragione. Il concerto riprende celermente con “State Of Grace” (unica traccia estratta da “Return To Heaven Denied” oltre alla scontata “Moonlight”, reclamata fin dall’inizio e “Lady Lost In Time”) seguita a ruota da “Slave To The Night”, mentre a fare la parte del leone sarà il recente “Freeman” con la title-track, “Deserter”, “Nothing New”, “Infidels”, “Dive In Open Waters” e “M3”, e a rappresentare di nuovo “Labyrinth” sarà la tiratissima “Just Soldier (Stay Down)”, con Tiranti che durante il mitragliante finale apparirà on stage con un enorme fucile ad acqua per sparare sul pubblico (peccato che il getto fosse a dir poco scarso, raggiungendo a malapena le prime file). Conclude il tutto il classicone “Moonlight”, brano simbolo della band che ho visto cantare anche da gente che sembrava lì per caso. Tolto ciò, una performance maiuscola per tutti quanti, da Stancioiu, un martello come al solito, a Cantarelli e Gonnella ottimi sia in ritmica che solista e un Tiranti in forma smagliante che ha sfoderato più volte acuti da mal di testa. Gran bel concerto. Un saluto ai soliti coltissimi soggetti che al posto di andare a godersi una birra o al cesso se ne sono usciti con il classico “andate a casa!”, “froci” e apprezzamenti del genere, che nel caso dei Labyrinth (ma in qualsiasi altro caso, la maleducazione non ha scusanti) sono decisamente fuori luogo. La prossima volta state a casa a ubriacarvi ascoltando i Mayhem, ma tenete in conto che non potrete dare del finocchio a nessuno se non ai vostri degni compari. E detto da me vuol dire tanto, fidatevi.

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