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DARK TRANQUILLITY: HAVEN

data

25/05/2005
66


Genere: Death Melodico Sperimentale
Etichetta: Century Media
Anno: 2000

Haven. Rifugio. E’ il disco che segue la pietra dello scandalo, per i puristi ovviamente, rappresentata da “Projector”, album che vedeva i Dark Tranquillity in toto rimettersi in gioco, plasmando nuove sonorità elettroniche, giocando con le clean vocals e rallentando i tempi all’esasperazione. Un album che spaccò letteralmente l’audience; chi gridò al tradimento, addirittura alla ‘sterzata commerciale’ (come se “The Sun Fired Blanks” o la blasonata “ThereIn” potessero essere definiti pezzi commerciali…) da un parte, chi si rese contò che per la band di Gotheborg “Projector” era un passo necessario per evitare il riciclo continuo del proprio sound. E, dopo tutto, era anche un signor disco. “Haven”, dicevamo, avrebbe dovuto essere l’ideale prosecuzione del discorso intrapreso con il lavoro precedente; purtroppo, non si capisce molto dove i DT vogliano andare a parare. Rimangono invariate le melodie tastieristiche che fecero grande “Projector”, ma diminuiscono sensibilmente le clean vocals in un continuo gioco al rialzo con la band che cerca paradossalmente di tenere le chiappe in due sedie (non a caso, i figuri offesi dalla ‘sterzata commerciale’ di cui sopra apprezzarono abbastanza “Haven”; infatti non ci sono le clean vocals, ergo non è svenduto) fallendo, come prevedibile, nell’intento. I pezzi validi non mancano; il macigno di apertura “The Wonders At Your Feet”, tuttora irremovibile dalle setlist live della band, lascia ben presagire per il resto dell’album che ahimè si rivela nient’altro che insipido. Non bastano le buone idee e gli ottimi arrangiamenti di brani come “Indifferent Suns”, “Rundown”, “The Same” o della conclusiva “At Loss For Words” (brano migliore del lotto alla pari con l’opener) a risollevare l’incertezza che trasuda nel corso del disco. E non basta nemmeno un pezzo aggressivo tout-court come “Feast Of Burden” (contentino?). “Haven” è, tirando le somme, un disco spompo. Si potrebbe considerare anch’esso, come “Projector”, un punto di passaggio obbligato che porterà alla rinascita del successivo “Damage Done” nel quale si fonderanno quasi perfettamente old e new sound. Resta il fatto che, transizione o meno, “Haven” delude, e tiene la testa alta con difficoltà per merito di una manciata di brani, solo due dei quali davvero ottimi. Trascurabile.

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