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IRON MAIDEN: NO PRAYER FOR THE DYING

data

24/10/2006
73


Genere: NWOBHM
Etichetta: EMI
Anno: 1990

Siamo nel 1990, ed un nuovo cambiamento turba la quiete di casa Iron Maiden: dopo Di’Anno, anche Adrian Smith, storico chitarrista della band, lascia. Lo stile di Adrian era stato determinante nella prima decade di attività del gruppo, e venendo a mancare questo, la loro musica era destinata a cambiare. Il sostituto viene dalle amicizie delle scuole superiori di Bruce Dickinson, e si chiama Janick Gers. Il biondo axemen, che già Bruce aveva “recuperato” per il suo primo disco solista “Tattooed Millionaire”, si trova a vivere in una posizione di mezzo che gli rimarrà peculiare: a tutt’oggi, infatti, il pubblico si divide tra chi si lascia conquistare dalla sua presenza scenica sempre giocosa, a tratti circense, e chi invece vede in lui un chitarrista non sufficientemente dotato, che cerchi di compensare le sue mancanze con un ruolo da buffone di corte. Vista la situazione, “No Prayer For The Dying”, già naturalmente destinato a vita dura in quanto “disco di passaggio”, si trova in una posizione di equilibrio precario, tra gli amanti di uno stile legato ad un ex membro e chi invece si mantiene aperto alle metamorfosi stilistiche di Harris & company. Inutile dire che, come sempre, le voci “contro” sono quelle che si levano più insistentemente e con più forza. Album negletto, quasi rinnegato dai suoi stessi padri, al punto che “Bring Your Daughter… …To The Slaughter” è l’unico brano di questo disco ad essere da sempre in scaletta nei live act degli Iron, “No Prayer For The Dying” si caratterizza in realtà, ad un più approfondito ascolto, per le sue atmosfere cariche di cupa introversione, di una riflessione non da tutti, ed anzi è forse proprio questa sua caratteristica a renderlo particolarmente ostico (e quindi, automaticamente, più facile da denigrare). Troppo facile, infatti, legare il nome della new entry Gers ad una nomea di chitarrista da poco conto: se Smith era un axemen che ci aveva abituati a duetti in perfetto equilibrio con Murray, Gers si trova più a suo agio nel ruolo di ritmico, e come tale non poteva certo rivoluzionare completamente il sound del gruppo. Si potrebbe sostenere che, dopo una decina d’anni e sette album di incredibile successo, fosse arrivato il momento di tirare i remi in barca e riposare: chiunque si ritenga legato agli Iron Maiden, in effetti, si è sicuramente sentito dire decine di volte che “hanno ormai sparato l’ultima cartuccia”, che “ormai non fanno un disco decente da anni”, che “li si ascolta solo per il nome, ma la musica non è più granchè”, ed è universalmente noto come queste critiche siano iniziate con questo disco. La mia teoria personale è che per assaporare “No Prayer” debba essere soddisfatta una particolare condizione: lo stato d’animo. Non il semplice umore, ma proprio lo stato d’animo, il sentimento più intimamente sentito. Non è un disco per tutte le occasioni, ma brani come la title-track o “Run Silent Run Deep” sono in grado di scuotere, di emozionare profondamente, così come “Mother Russia” o “Fates Warning”: tutto sta allo stato d’animo particolare richiesto dal disco, che fondamentalmente ritengo essere quel particolare punto di equilibrio tra rabbia e depressione. L’impressione comunicata da tutto il disco si sposa perfettamente con questo sentimento, con il senso di annegamento e di deriva che il mondo riesce a dare: non ci sono false illusioni o messaggi messianici, semplicemente le cose vanno così. Che sia l’anti-misticismo di “Holy Smoke” o la disperata richiesta di una rivelazione divina di “No Prayer For The Dying” non cambia, il risultato è un miltoniano senso di inutilità dell’essere umano, o, per dirla in maniera leopardiana, “nato a soffrire è l’uomo, e di dolore è frutto il nascimento”. Da un punto di vista prettamente stilistico, è assolutamente innegabile che a questo disco manchi una parte della carica e della vitalità che avevano contraddistinto i suoi predecessori; altra osservazione che giocoforza risulta essere obbligatoria è che alcuni brani (pezzi alla "The Assassin", per intenderci) siano effettivamente un po' scarni: un conto è non chiedere la perfezione ad ogni disco solo perchè sono i Maiden, altro è osannare composizioni che a conti fatti sono orecchiabili ma poco più. A questo punto bisogna però chiedersi: è questo un motivo sufficiente per non considerare i suoi pregi? Se la risposta è sì, non ascoltatelo nemmeno: non esiste la possibilità che lo possiate apprezzare. In caso contrario, cercate di cogliere il messaggio e di rendervi conto di quali siano i momenti in cui siete più recettivi, ed allora avrete la conferma che nemmeno questa volta si può imputare agli Iron Maiden un fallimento.

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