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THE SPANISH LOVE SONGS: Future Nausea

data

06/11/2026
78


Genere: Heartland Rock, Indie, Post-Punk
Etichetta: Pure Noise Records
Distro:
Anno: 2026

Solitamente cio’ che si trascura nel rock and roll è la voce narrante! Creare riff ripetitivi che entrino in testa e smuovino gli arti di un corpo non è facile, e narrare storie, con dettagli colorati lo è ancora di più. Se poi il narratore non è aiutato da un’attitudine grezza, e/o da una strumentazione specifica, ma da un atteggiamento contradditorio (nerd), agrodolce, risulta tutto ancora più inverosimile considerare il suo prodotto come un esito rock. Ma il “manifestare” può rendere rock anche un “immagine” dalla parvenza tutt’altro che trasgressiva! Parliamoci chiaro, aldilà di sonorità (più o meno grezze) ciò che celebra l’individuabilità e “scuote” corpi e/o coscienze è rock! E The Spanish Love Songs sono un’interpretazione tutta loro di un sottogenere, l’heartland rock, rivisitato dal loro stampo indie, emo, pop-punk, che si concentra proprio nel quinto album ‘Future Nausea’, su una strada compositiva aperta nel precedente ‘No Joy’ (2023). Cadenzata del rullante, un determinato suono di tastiera/synth (freddo, elettronico, new wave), una performance istintiva del cantante e ritornelli da cantare all’unisono, dal potere “schiaccia difficoltà” e da cantare come “scudo” sonoro a nuove avversità sono i principi di questo disco. Forma della canzone semplice, spesso aperta con enfasi, e voce a tratti straziata che colora le liriche dalle melodie immediate. “Good American” è una sorta di “Born In The U.S.A.” parte II, un’accusa contro il potere discriminante di un decreto emanato da Trump verso miliari e veterani trans (discriminazioni introdotte da Clinton e revocate da Obama). Doomscrolling, il declino di intere società che avanza, istituzioni pressanti e soffocanti, violenza legata a tensioni geopolitiche e piccole crisi individuali che ci accompagnano sono i temi trattati. Cercano un contrappeso per bilanciarne il carico. Mosso da uno spirito emo o da uno spirito rock, questo è il loro album migliore. Il basso è più intraprendente. La voce di Dylan Slocum continua a polarizzare emozioni in un flusso attivo. Nell’ascolto dell’album potresti risollevarti in una traccia e poi inciampare nell’incertezza della traccia successiva. Geniali nell’uso di parole affini che suonano in simbiosi, come nate per fare rima, in “Welcome To Hell”. Da Asbury Park “New Fears”. “Living Blues” mostra la loro capacità di assorbire e rilasciare. “Jan 666” è la variazione dell’album: il cadenzato rallenta e viaggia su un fraseggio resofonico con spilli di luce tastieristici. “See You On The Way Out” ha un controcanto finale esplosivo e sfumante davvero d’effetto. Il disco termina con la sola voce di Dylan accompagnata dalla sua sei corde e il vociare del mondo esterno (“Until The Sun Explodes”).

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