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LA MORTE VIENE DALLO SPAZIO

Ci sono sempre nuovi orizzonti da scoprire e da vivere, e grazie alla musica questi orizzonti risultano essere maggiormente raggiungibili, anche semplicemente facendo uno sforzo con la mente. Il rapporto tra musica psichedelica e fantascienza accentua ulteriormente questo immaginario, grazie alla capacità di sperimentazione ed improvvisazione che, spesso, non conosce limiti. Da qualche anno a questa parte è presente, in Italia, un collettivo chiamato La Morte Viene Dallo Spazio, che fà della ricerca sonora unita a concetti spaziali e fantascientifici il proprio fulcro artistico. Grazie ad un crescente seguito, la band con base a Milano ha pubblicato il loro secondo album 'Trivial Visions' per l'etichetta Svart Records, ed in occasione di questa uscita abbiamo avuto modo di parlare con loro per farci spiegare come riescono a tradurre in musica le loro visioni.

Ciao ragazzi, e benvenuti su Hardsounds. Prima di tutto, presentatevi ai nostri lettori e spiegate come è nato questo progetto. Ciao Raffaele! La Morte Viene Dallo Spazio nasce come collettivo aperto: inizialmente il progetto era una sorta di “comune” con connotazioni fortemente kraut rock, comprendente musicisti che si alternavano sul palco senza prove antecedenti, tutti facenti parte di band più o meno note nel panorama underground italiano. Nei primi tempi, tra il 2015 e il 2017, non eravamo propriamente una band ma una sorta di entità in continua mutazione, dedita all’improvvisazione più assoluta col fine di creare qualcosa di particolare e unico attraverso un marcato utilizzo di synth a rendere più spaziale e oscuro il tutto. 

Da un collettivo multiforme dedito quasi esclusivamente a lunghe improvvisazioni musicali, siete passati ad una band stabile che propone brani che hanno un inizio ed una fine precisi. Quando è scattata la decisione di essere una band definita a tutti gli effetti? A seguito dell’uscita del nostro primo album in studio 'Sky Over Giza' nel 2018, l’interesse attorno al progetto è andato aumentando,  manifestandosi con diverse richieste di date in Italia e all’estero, tanto da convincerci a raggiungere una formazione stabile che desse al tutto un’identità più definita. Uno stimolo importante a mettere parzialmente da parte l’iniziale natura free e destrutturata della band è stato l’invito a prendere parte al Dunajam festival, che ci ha permesso di aprirci per la prima volta ad un pubblico internazionale, vista la presenza di molti partecipanti da Germania, nord Europa e Scandinavia. A posteriori comunque ci siamo resi conto che, nonostante la scelta di assumere questa nuova forma più strutturata, per quasi tutto il 2019 abbiamo avuto poco tempo da dedicare alle prove per via dell’intensa attività live, al punto da ritrovarci spesso sul palco ad improvvisare nuovamente, modificando i brani ad ogni live fino ad ottenerne la versione finale così come sono stati poi registrati verso la fine dello stesso anno. E’ strano da dire, ma per un certo periodo il palco è stata la nostra sala prove.

Siete una band che fa della psichedelia l’unica ragione fondante di vita. Cosa significa per voi oggi il concetto di psichedelia? La psichedelia è qualcosa che si trova dentro di noi e ci appartiene a livello intrinseco. Non è frutto di una ricerca e non la inseriamo nella musica in modo volontario, ma al contrario, compone la nostra essenza e si manifesta in modo naturale e quasi incontrollato. Non è detto che in futuro questa vena psichedelica possa passare in secondo piano lasciando maggiore spazio ad influenze metal o comunque più estreme, in quanto essendo parte di noi, allo stesso modo muta assieme a noi, al nostro vissuto e stato d’animo. Più che un concetto quindi potremmo definire la psichedelia un modo di essere, di sentire e di vedere il mondo e noi stessi.

Il nuovo album si intitola ‘Trivial Visions’. A livello di sound e di tematiche rappresentate, quali differenze sostanziali si possono riscontrare rispetto al precedente ‘Sky Over Giza’? Il nostro intento con 'Trivial Visions' era realizzare una sorta di fusione tra i generi ai quali ci sentiamo legati, abbastanza diversificati tra loro così come lo è l’estrazione musicale e il background di ognuno di noi componenti della band. Siamo consapevoli del fatto che questo album risulti difficilmente classificabile, abbiamo volutamente preso le distanze dagli standard di genere per creare qualcosa di diverso, che lasciasse un segno nel panorama musicale contemporaneo. Sicuramente c’è stata un’attenzione al suono che nel precedente album - risultato di due giorni di improvvisazione in studio a partire da una data velocità e tonalità - non è presente. Ci siamo lasciati ispirare da atmosfere oscure, volevamo che i nuovi brani avessero un forte impatto sull’ascoltatore e sicuramente abbiamo lasciato trapelare una certa inclinazione verso il metal, ma senza abbandonare Ia cosmicità del progetto. I testi di 'Trivial Visions' sono stati scritti in una fase di isolamento sia dalla scena musicale, per l’impossibilità di svolgere attività live, che dal mondo in generale, viste le restrizioni cui siamo stati soggetti soprattutto nel periodo di marzo e aprile dello scorso anno, mesi in cui ci stavamo dedicando alla finalizzazione dei brani. I contenuti riflettono lo stato d’animo del momento, raccontano storie per lo più di perdizione e sofferenza, ma non necessariamente in chiave negativa.

Prendendo come spunto il titolo dell’album, come sono queste ‘visioni futili’ o ‘banali’ che rappresentate con il disco? Perché avete scelto proprio questi aggettivi? Banale è la leggerezza con cui affrontiamo alcune situazioni, il modo di viverle e la visione che ne abbiamo, così come futile è il valore che a volte diamo alle cose prima di capire quanto siano importanti, consapevolezza che spesso acquisiamo quando oramai è troppo tardi e le abbiamo perse o lasciate deperire.

Inoltre, che tipo di visioni si disegnano in voi stessi quando suonate la vostra musica? Nessuna visione particolare. Durante i concerti c’è l’adrenalina ad azzerare qualsiasi tipo di visione e pensiero, esiste solo il qui ed ora, il palco è una dimensione spazio-temporale a sé, mentre quando suoniamo per conto nostro ci concentriamo solo su quello che stiamo facendo, liberiamo la mente da tutto il resto: impegni, pensieri, preoccupazioni, tutto scompare, esiste solo la musica.

Brani dagli andamenti diversi, ma che si uniscono in un comune percorso rivolto verso un viaggio musicale perenne. Da chi provengono le idee principali per la stesura dei brani? Ognuno di noi ha la propria parte nella composizione dei brani, anche se la primissima idea di solito nasce da Bazu. In veste di chitarrista, partendo da alcuni riff spesso crea la base perfetta per approcciare la struttura di un nuovo brano. Il processo creativo è semplice, molte volte una canzone nasce in modo naturale e viene sviluppata e migliorata nel tempo fino a raggiungere un risultato finale soddisfacente in cui ci sia armonia tra le varie parti e gli strumenti coinvolti, altre volte invece decidiamo di creare un brano con uno stile particolare dal quale ci sentiamo più influenzati in un dato momento e prima di iniziare il processo di composizione cerchiamo la giusta ispirazione.

Pensando alla strumentazione (per così dire) elettronica, l’esperienza di questa band è iniziata con un classico Moog suonato da Bazu, per poi proseguire con il theremin e i synth comandati da Melissa, che hanno dato e danno quell’atmosfera caratteristica del vostro sound. Senza quel tipo di strumenti, sarebbe potuta nascere La Morte Viene Dallo Spazio? L’ampio impiego di sintetizzatori, principalmente dei primi anni ‘80 come appunto Moog Opus 3, Roland JX-8P e Formanta Polivoks, assieme al Theremini, conferisce ai brani un’impronta drone, avvolgendoli in un alone di attesa e mistero che rispecchia l’oscurità delle ambientazioni che vogliamo creare con la nostra musica. In generale cerchiamo di curare molto il sound e lo facciamo utilizzando una strumentazione ben precisa che sia in grado di caratterizzarlo come un tratto distintivo. Senza i synth La Morte Viene Dallo Spazio non sarebbe il progetto che è e non avremmo potuto creare molti dei nostri brani, connotati da tappeti sonori che richiamano realtà ultraterrene e lontane, a tratti sognanti ma più spesso sinistre e che lasciano una porta aperta su scenari inquietanti.

A differenza del primo disco che è stato autoprodotto, per il nuovo album vi siete affidati all’etichetta Svart Records. Qual è il motivo principale per cui vi siete affidati a questa label? C’erano anche altre offerte in ballo da parte di altre label? 'Sky Over Giza' esce inizialmente come EP nel maggio del 2018 con Bloodrock Records, senza pretese o ambizioni particolari, in quanto nato come album completamente sperimentale; solo dopo un’inaspettata manifestazione di interesse da parte dell’etichetta black metal francese Debemur Morti Productions abbiamo deciso di integrarlo con un ulteriore brano e di farlo uscire anche come LP a gennaio dell’anno successivo. L’entusiasmo creatosi a seguito di questa release è stato tanto da trovarci ad organizzare un tour in Europa nell’estate del 2019. In questo modo il nome ha iniziato ad essere più conosciuto e presto abbiamo sentito la necessità di proseguire in questo percorso di crescita rivolgendoci per 'Trivial Visions' a Svart Records, etichetta che stimiamo per la volontà di perseguire una linea molto personale nella scelta delle band del suo roster, che si è dimostrata interessata alla nostra proposta e ad oggi ha lavorato alla promozione del disco in modo professionale e puntale. Avevamo ricevuto diverse offerte da altre label, che abbiamo declinato in quanto su tutte la nostra prima scelta, ancora nel momento in cui ci stavamo dedicando alla composizione dei brani, era proprio Svart.

‘Trivial Visions’ è anticipato dai video dei brani “Cursed Invader” e “Ashes”. Ci potete parlare di questi due brani e come siano così diversi tra loro? “Cursed Invader” è la prima canzone che abbiamo composto al termine delle registrazioni di 'Sky Over Giza' e tra tutti i brani di 'Trivial Visions' è sicuramente quella con la vena kraut rock più marcata e preponderante. Ha un ritmo incalzante ed è al contempo molto space, ci sembrava perfetta come anteprima del disco e potrebbe essere vista come l’anello di congiunzione tra il vecchio album e il nuovo, mentre “Ashes” è un brano dalle atmosfere dark ed è più introspettivo, per questo pensiamo che ben incarni e rappresenti l’essenza del nuovo album.

Ho notato che avete un seguito anche al di fuori dei nostri confini. Aver fatto questi due video vuole andare proprio nella direzione di farvi apprezzare ancora di più all’estero? Sicuramente farci conoscere all’estero ha un’importanza non secondaria e, tra gli altri, questo è uno dei principali motivi per cui abbiamo scelto di far uscire 'Trivial Visions' con Svart, che ci sta aprendo la strada anche in nord Europa ed Inghilterra, dove ha un certo seguito. Ciò detto, la volontà di crescere anche al di fuori del nostro paese non è strettamente connessa alla scelta di “Cursed Invader” e “Ashes” come brani premiere del nuovo album, né alla realizzazione dei loro video. Ci rivolgiamo al pubblico estero e locale in ugual misura; semplicemente abbiamo scelto di pubblicare due video ad accompagnamento della musica perché il contenuto visivo ha il potere di coinvolgere e rendere meglio l’idea di quello che c’è dietro a quest’ultima e in chi l’ha creata.

Qualcuno un po’ distratto, vedendovi dal vivo, potrebbe dire che il ruolo e l’immagine di Melissa come front-girl che seduce grazie alle sue mani che avvolgono il theremin è l’unico motivo per apprezzare la band. Come potreste rispondere ad affermazioni di questo tipo, qualora dovessero capitarvi? Fortunatamente nessuno ha mai azzardato osservazioni di questo tipo, nemmeno nelle diverse recensioni del nuovo album che ci è capitato di leggere, e dal vivo probabilmente il rischio che accada è ancora minore; prima che dalle movenze di Melissa l’ascoltatore solitamente viene catturato dal suono, dalle ambientazioni che la musica evoca e dalla molteplicità degli strumenti utilizzati. Se mai qualcuno dovesse pensare che la presenza femminile sia l’unico motivo di apprezzamento della band, si tratterebbe di una persona troppo attenta all’immagine, a discapito dei contenuti.

Bazu è a capo anche di un’altra band importante di psych-rock italiano, come i Giöbia. Quali sono le differenze principali che si possono riscontrare tra queste due band? La Morte Viene Dallo Spazio è un progetto più estremo dei Giöbia, sotto tutti i punti di vista: sia sul versante della musica in sé, attingendo quest’ultima in alcuni brani da sottogeneri del metal come il primo death e black di Atheist, Nocturnus e Pestilence, per citarne alcuni, sia per la natura della stessa band, nata senza una particolare progettualità e contraddistinta a lungo dalla volontà di improvvisare liberamente. Nonostante questo, è innegabile che un parallelismo tra i progetti ci sia, non solo perchè due dei membri militano in entrambi, ma anche per gli evidenti richiami ad una psichedelia di cui i Giöbia sono fortemente impregnati e che anche ne La Morte Viene Dallo Spazio non vengono a mancare. Senza dubbio i Giöbia hanno un approccio più vintage nei suoni e nella strumentazione, anche ad un ascolto superficiale infatti spiccano subito gli organi che ne La Morte Viene Dallo Spazio sono sostituiti in larga parte da sintetizzatori, a conferire ai brani un’attitudine più space rock (o space metal, come ci ha definito qualcuno di recente)

Secondo voi, che spazio ci può essere per lo psych-rock in Italia? Ci sono dei vostri colleghi italiani che possono alzare degnamente questa bandiera? Il panorama legato alla psichedelia in Italia è piuttosto variegato: alcune band hanno un concetto di psych-rock più legato ai ‘60s, altre allo stoner doom, altre ancora alla new wave. A differenza di altri paesi in cui si è creata una vera e propria scena ben inquadrabile, con un sound univoco e riconoscibile, qui si sono sviluppati negli anni sottogeneri diversificati e con molte contaminazioni. I nomi da menzionare sarebbero molti, basti guardare i festival all’estero a cui sono chiamate a partecipare diverse band nostrane; il fatto che sempre più spesso etichette discografiche, sia europee che americane, vengano proprio nel nostro paese a cercare nuovi artisti da portare alla ribalta, è indicativo del fatto che qui abbiamo diverse realtà che attraggono e creano interesse attorno a sé, dimostrando di sapersi mettere in luce degnamente sulla scena internazionale.

Credo sia noto come il nome della band provenga dall’omonimo film di culto della fantascienza italiana del 1958. Come si può interfacciare l’immaginario cinematografico alla vostra musica, e questo film in particolare? Ci piace immaginare la nostra musica come soundtrack di un film di genere horror-fantascientifico e abbiamo scelto La Morte Viene Dallo Spazio come nome per il progetto non solo perché lo troviamo di per sé allucinato e spiazzante, affascinante come quella stessa pellicola in bianco e nero, ma anche perché essendo con buone probabilità il primo sci-fi b-movie italiano, ben rappresenta una corrente cinematografica e determinate colonne sonore a questa legate, da cui il gruppo trae ispirazione fin dalle sue origini.

Avete già in mente di portare questo disco dal vivo e fissato già degli impegni, una volta passata questa difficile situazione pandemica? E’ difficile capire e pronosticare quando avrà fine l’emergenza sanitaria e quando il panorama internazionale tornerà a stabilizzarsi e a rendersi nuovamente pronto ad accogliere le band in tour, i concerti e i festival. Da parte nostra c’è parecchia preoccupazione soprattutto per quanto riguarda le piccole realtà e tutte le difficoltà che stanno passando da oltre un anno gli addetti ai lavori, congelati in questa situazione di stallo e costretti a reinventarsi (speriamo solo momentaneamente) in attività nuove. Ciò nonostante cerchiamo di essere positivi e la progettualità non manca; abbiamo in programma di prendere parte al Mount Of Artan Festival che, COVID permettendo, avrà luogo all’inizio di luglio nell’affascinante e magico scenario delle foreste della Serbia e al contempo stiamo pianificando un tour per il prossimo inverno. Abbiamo voglia di suonare come mai prima e non vediamo l’ora di tornare sul palco più carichi che mai, questo è sicuro.

In conclusione, dateci un motivo valido per ascoltare ‘Trivial Visions’ ed in generale La Morte Viene Dallo Spazio. Consigliamo la nostra musica agli appassionati di psichedelia, prog e kraut rock, ma anche a chi apprezza il metal, drone e dark ambient. I nostri brani racchiudono molte influenze e un buon motivo per approcciare l’ascolto può essere proprio la volontà di capire come generi diversi tra loro, alcuni dei quali apparentemente inconciliabili, possano coesistere all’interno di un album e talvolta anche di una stessa canzone. 'Trivial Visions' è un ascolto adatto ad un pubblico curioso e aperto di mente; chi è abituato a brani di immediata comprensione e quindi facilmente catalogabili resterà spiazzato e faticherà ad apprezzarci. La Morte Viene Dallo Spazio nasce come pura sperimentazione e diventa nel tempo un progetto audace e ambizioso. Invitiamo i nostri ascoltatori ad esserlo altrettanto.

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