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WISHBONE ASH: ARGUS

data

07/10/2005
90


Genere: Hard Rock
Etichetta: Decca/MCA
Anno: 1972 (ristampa - 2002)

Citati esplicitamente da Steve Harris come ispirazione fondamentale per i suoi Iron Maiden, i Wishbone Ash sono uno dei tanti validi gruppi hard rock che hanno tenuto alto il vessillo inglese negli anni settanta. Molte sono le caratteristiche stilistiche del combo che hanno influito su tutta la scena metal a venire (in particolare sulla Nwobhm); prima fra tutte l’uso delle due chitarre soliste appaiate. Dopo un paio di buone prove nei primi anni settanta, come l’omonimo debutto e il seguente “Pilgrimage”, i Wishbone Ash danno alle stampe l’album della consacrazione. “Argus” è uno di quei dischi che saltano fuori una sola volta nella carriera di un gruppo per raggiungere livelli stratosferici e per non essere mai più eguagliati da nessuno. Neanche dagli autori stessi. Come descrivere lo stile dei Wishbone Ash e in particolare il sound di “Argus”? Diciamo che la fromula tende ad essere sempre più melodica che potente, molto più vicina all’atmosfera di Led Zeppelin e Uriah Heep piuttosto che alla pesantezza di Deep Purple o Black Sabbath, tanto per intenderci. La struttura delle canzoni è vagamente progressiva e non mancano parti acustiche, cambi di tempo e stacchi inaspettati. Buoni esempi di tutto ciò sono la suggestiva “Time Was” e la seguente “Sometime World”, che se inizialmente segue gli stilemi delle più classiche ballate d’epoca, nella seconda parte si lascia trasportare da ritmi relativamente più sostenuti rientrando a tutti gli effetti nei canoni del classico hard rock settantiano. Da notare come le due chitarre anticipino quei duelli sonori che da lì a breve saranno la prerogativa di Gruppi come Iron Maiden, Judas Priest e Mercyful Fate. Altra peculiarità della band è la scelta di alternare il ruolo del vocalist non solo da una canzone all’altra, ma anche all’interno delle stesse. In “Blowin’ Free” i cantanti sono ben tre: Mart, Andy e Ted e il risultato è sicuramente positivo. “The King Will Come” e “Leaf And Stream” seguono sempre la stessa forumla: melodie sognanti, docili arpeggi, le due chitarre che si abbracciano e si sfiorano in perfetta armonia. Se proprio vogliamo trovare un difetto in questo disco forse bosogna cercarlo proprio nell’eccessiva omogeneità della proposta, ma non siamo certo a livelli di compromettere il coinvolgimento genereale! Anzi, si tratterebbe proprio di andare a cercare il pelo nell’uovo… Ma torniamo alle canzoni, poichè il meglio deve ancora arrivare. Il cuore del disco infatti sta nelle ultime due tracce, per le quali vale la pena spendere qualche parola in più. “Warrior” e “Throw Down The Sword” sono due canzoni strettamente collegate tra loro, sia dal punto di vista lirico che da quello musicale. Il primo è un pezzo fiero, altisonante, con un ritornello solenne e un meraviglioso testo che narra di un guerriero in marcia verso la battaglia, spinto da sogni di speranza e libertà. L’intensità di questo pezzo è già clamorosa, ma ecco che dalle ceneri del suo stesso finale sorge la marcetta di “Throw Down The Sword” e le visioni di gloria che riempivano il cuore del soldato vengono infrante dinnanzi a quella dura realtà che è la guerra. Un testo ancora più profondo e struggente per una ballata che non ha nulla da invidiare alle ben più famose “Child In Time”, “Starway To Heaven” e “Astronomy”. Impossibile non restare a bocca aperta davanti a una melodia tanto bella e a una perla come il lungo assolo finale. Senza ombra di dubbio una delle canzoni più commoventi e significative che la storia dell’hard rock ricordi.

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