EVERGREY: Architects of a New Weave
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19/06/2026Dopo quindici album gli svedesi Evergrey tornano con 'Architects of a New Weave', un disco che fa esattamente quello che ci si aspetta da loro. Non ci sono grandi scossoni nella formula, ma la band continua a fare quello che sa fare meglio; atmosfere cupe, riff solidi e quel misto di malinconia e potenza che ormai è il loro marchio di fabbrica. Per chi li segue da 'The Atlantic' in poi, si nota più una messa a punto che una rivoluzione. La prima cosa in evidenza è ovviamente il cambio alla chitarra, con l’assenza di Henrik Danhage, che dopo tanti anni è un po’ come togliere un ingrediente segreto da una ricetta che funzionava benissimo. Non crolla nulla, sia chiaro, ma quel tocco immediatamente riconoscibile si fa mancare. Detto questo, Tom S. Englund fa il suo lavoro con grande precisione ed assoli memorabili; mentre Johan Niemann si prende spazi solistici con una sicurezza che davvero merita credito. Chi l'avrebbe mai detto che oltre ad essere il bassista del gruppo, il nostro Johan fosse un eccellente chitarrista? L’inizio del disco è onestamente molto forte. "The Shadow Self" e "Architects of a New Weave" aprono con energia e riff che ti ricordano subito perché questi ragazzi sono ancora rilevanti dopo così tanto tempo. Anche "Heaven" funziona molto bene, pesante, serrata, e Tom S. Englund ci mette quella solita voce che ormai riesce a sembrare apocalittica anche quando canta di cose “semplicemente” drammatiche. "The Script" è un altro punto alto, soprattutto nell’intro, lenta, opprimente, quasi teatrale. Qui si sente quell’anima più oscura che ha sempre reso gli Evergrey un po’ diversi dagli altri. Se tutto il disco avesse questo livello di peso emotivo, probabilmente staremmo parlando di un altro tipo di classifica. Poi però, a metà strada, il lavoro si mette un po’ in cruise control. "The World is on Fire" e "Leaving the Emptiness" sono piacevoli, scorrono bene, sono ben scritte, ma diciamo che non ti obbligano esattamente a fermarti e dire: “ok, devo riascoltarla subito”. È più la zona comfort della band; forse un po’ troppo comoda per me. Fortunatamente "Chains of Shame" riaccende tutto come si deve; un bel riff pesante, groove convincente, e quella sensazione di: “ecco, questo è quello che volevamo”. Peccato non sia arrivata qualche volta in più lungo il percorso. Tecnicamente, comunque, non si discute. Tutto è suonato in maniera impeccabile, la produzione di Nolly è moderna, pulita e potente senza diventare sterile; il che, nel metal moderno, è già una vittoria. Anche quando i brani non brillano al massimo, suonano comunque enormi. In sintesi, 'Architects of a New Weave' è un disco solido, coerente, molto ben fatto. L'unica pecca è che non reinventa niente, ma nemmeno sbaglia davvero qualcosa di grave. Per i fan di lunga data è un altro capitolo affidabile della storia Evergrey; per gli altri un ottimo punto d’ingresso in una band che continua a non sbagliare (quasi) niente, ma che potrebbe osare un po’ di più.


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