EVANESCENCE: Sanctuary
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05/07/2026‘The Bitter Truth’, uscito ormai cinque anni fa, è stato per gli Evanescence il disco del grande ritorno. Un album buono, ma che soffriva della discontinuità tipica degli album partoriti in periodi complicati (la pandemia, in quel caso). Si può quindi considerare questo nuovo ‘Sanctuary’ come il primo vero e proprio progetto dalla concezione lineare addirittura da ‘The Open Door’ del 2006, dato che l’eponimo di cinque anni dopo ha sofferto di numerosi problemi tra cambi di produttore e indecisioni sulla direzione da prendere ed il successivo ‘Synthesis’ fu una compilation di brani riarrangiati con giusto due inediti. Amy Lee e soci si presentano a questo appuntamento con una squadra solida e rinnovata: sia a livello di musicisti, con l’ingresso dell’ottima Emma Anzai al basso ed il conseguente spostamento di Tim McCord alla sei corde, che a livello produttivo, dove all’ormai sodale ed esperto Nick Raskulinecz si affiancano i quotatissimi Jordan Fish e Zakk Cervini, che contribuiscono ad attualizzare il suono di una band ormai “classica” nel suo genere. Questo è evidente soprattutto nel singolo “Who Will You Follow”, che pur mantenendo una struttura tipica della scrittura di Amy Lee, riesce a suonare fresco ed incisivo come poche altre volte è capitato agli Evanescence nel post ‘Fallen’. E se l’opener (e probabile prossimo singolo) “Beautiful Lie” apre spingendo sull’acceleratore del rinnovamento, la successiva “Tell Me When You’ve Had Enough” si appoggia su di una struttura nu metal più familiare. Ottima l’idea di inserire nell’album anche la bellissima “Afterlife”, già colonna sonora di ‘Devil May Cry’ per Netflix, che qui si incastra perfettamente senza suonare come un corpo estraneo, così come la titletrack sfodera il miglior refrain del lavoro e non sarebbe stata assolutamente fuori posto nella tracklist dell’esordio, risultando alla fine l’unico brano a non riuscire ad evadere completamente dall’effetto nostalgia (così come “Self Destruct”, distante cugina di “Going Under”). Ad eccezione dell’ottima “Rapture”, la più ammicante e radiofonica del lotto, si registra un calo nella parte centrale/finale del disco, con due pezzi buoni ma non imprescindibili come “About Us” e “Calm Down” e due ballad interpretate in maniera impeccabile dalla Lee ma non esattamente imprescindibili; delle due decisamente meglio “How Do I Heal”, meno esercizio di stile e più interpretazione accorata sulla scia di un classico inarrivabile come “My Immortal”. Chiude il disco l’epica “Wide Open Heart”, mettendo il sigillo sull’album sicuramente più coeso e focalizzato nella carriera di Amy Lee e soci.


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